Portai quel cane sul monte solo perché sapeva calmare i bambini. Diciotto ore dopo, fu lui a trovare Matteo dove nessuno pensava di cercare.
— Marco, richiamalo. Quella zona non è nel nostro settore.
La voce gracchiò dalla radio mentre Bussola tirava il guinzaglio verso il bosco.
Non verso il sentiero.
Non verso le luci delle squadre di ricerca.
Verso una parete nera di faggi, rovi e pietre dove, a quell’ora della notte, io non riuscivo a distinguere nemmeno il terreno sotto i miei scarponi.
— Bussola, no.
Piagai le ginocchia e tirai indietro.
Il cane piantò le zampe.
Non abbaiò.
Non ringhiò.
Non si agitò come fanno certi cani quando sentono un capriolo o un animale selvatico.
Si limitò a guardarmi.
Poi tornò a fissare il bosco.
E tirò ancora.
Avevo cinquantadue anni, ventitré dei quali passati nel servizio provinciale di emergenza e soccorso.
Avevo partecipato a frane, incidenti, ricerche di anziani dispersi e notti in montagna che preferirei dimenticare.
Quella sera, però, avevo paura.
Perché da diciotto ore stavamo cercando Matteo Rinaldi.
Otto anni.
Un bambino di Bologna venuto con i genitori e i nonni a trascorrere qualche giorno d’autunno in un paesino dell’Appennino abruzzese.
Era sparito durante una passeggiata.
E la temperatura stava scendendo sotto zero.
Bussola non era un cane da soccorso.
Non aveva mai seguito un corso.
Non aveva mai fatto un’esercitazione.
Non aveva un brevetto.
Non sapeva nemmeno cosa fosse una ricerca ufficiale.
Era il mio cane.
Un meticcio tigrato, robusto, con qualcosa del pitbull e qualcosa del segugio, preso quattro anni prima in un canile.
Era lì per un motivo molto più semplice.
Bussola adorava i bambini.
E io avevo pensato che, se fossimo riusciti a trovare Matteo vivo, magari terrorizzato, infreddolito e incapace persino di parlare, quel bestione dal muso storto avrebbe potuto farlo sentire un po’ meno solo.
Insomma, lo avevo portato per fare da coperta con quattro zampe.
Bussola, evidentemente, aveva altri programmi.
Tirai di nuovo il guinzaglio.
— No. Di là non si va.
Lui si voltò.
Mi guardò negli occhi.
Ancora oggi, quando ripenso a quel momento, mi sembra di sentire quello sguardo addosso.
Come se dicesse:
“Marco, sei tu che non hai capito.”
Presi la radio.
— Centrale, qui Bellini. Il mio cane sta segnalando qualcosa fuori percorso.
Seguì un silenzio.
Piccolo.
Forse due secondi.
Ma io lo sentii tutto.
Perché lassù c’erano due cani addestrati, squadre preparate, mappe, coordinate, volontari che conoscevano ogni canalone.
E poi c’ero io con Bussola.
Un cane preso al canile perché nessuno lo voleva.
La responsabile della ricerca, Lucia Ferri, aveva sessant’anni ed era una di quelle donne che non sprecano parole.
Aveva passato metà della vita su quelle montagne.
Mi rispose:
— Marco, il cane è convinto?
Guardai Bussola.
Aveva tutto il corpo inclinato verso gli alberi.
Il guinzaglio era teso come una corda.
— Sì.
— Quanto?
Deglutii.
— Non l’ho mai visto così.
Lucia tacque un istante.
Poi disse:
— Vai.
Una sola parola.
— Ti mando due persone dietro. Posizione ogni cinque minuti.
Sganciai il moschettone lungo.
— Va bene, Bussola.
Il cane partì.
E io lo seguii.
Matteo era sparito il pomeriggio precedente.
Sua madre, Elena, me lo aveva raccontato almeno dieci volte, come fanno le persone quando la mente non riesce ad accettare ciò che è successo e torna sempre allo stesso punto, sperando di trovare una spiegazione nuova.
Erano usciti dopo pranzo.
Una passeggiata semplice.
Niente di avventuroso.
Il nonno aveva perfino scherzato dicendo che con quella pancia da pensionato avrebbe accettato solo sentieri dove ci fosse una trattoria alla fine.
Matteo camminava qualche metro avanti.
Aveva una giacca leggera, scarpe da ginnastica e uno zainetto blu con dentro una bottiglietta d’acqua e due biscotti preparati dalla nonna.
Arrivarono a un bivio.
Il bambino vide qualcosa.
Forse uno scoiattolo.
Forse un uccello.
Forse soltanto un ramo dalla forma strana.
I bambini hanno ancora quella meravigliosa capacità di fermarsi davanti a cose che noi adulti non vediamo più.
La madre si voltò per aiutare il nonno su un tratto di salita.
Novanta secondi.
Forse meno.
Quando tornò a guardare avanti, Matteo non c’era.
Lo chiamarono.
Prima sorridendo.
Poi più forte.
Poi gridando.
Il padre corse su un sentiero.
Il nonno sull’altro.
La nonna rimase al bivio a urlare il suo nome.
Mezz’ora dopo arrivò la prima squadra.
Quando giunsi io, Elena aveva già quella faccia che conosco troppo bene.
La faccia di un genitore che cerca disperatamente di non pensare al peggio perché pensarlo sembra quasi provocarlo.
— Lo troverete, vero?
È la domanda che tutti fanno.
E non esiste una risposta onesta che faccia bene.
Le dissi:
— Faremo tutto quello che possiamo.
Lei mi afferrò il braccio.
— Ha paura del buio.
Quella frase mi rimase dentro.
Non “ha freddo”.
Non “non conosce la montagna”.
Non “non ha mangiato”.
“Ha paura del buio.”
Una madre pensa sempre alla paura più intima di suo figlio.
La temperatura stava scendendo rapidamente.
Verso sera, la fiducia cominciò a cambiare forma.
All’inizio di una ricerca ci si muove veloci.
Si pensa: sarà dietro quella curva.
Sarà vicino al torrente.
Avrà sbagliato sentiero.
Quando cala il buio, le persone iniziano a parlare più piano.
Le torce diventano piccoli punti nella montagna.
Le radio sembrano più rumorose.
Ogni minuto pesa.
Alle undici di sera Matteo era fuori da diverse ore.
A mezzanotte il terreno cominciò a gelare.
Sua nonna, Teresa, sedeva vicino al punto di coordinamento con una coperta sulle spalle.
Settantuno anni.
Una vita passata a fare la sarta.
Mani piccole, segnate dall’artrite.
Continuava a ripetere:
— Dovevo tenerlo per mano.
Sua figlia le diceva che non era colpa sua.
Il genero le diceva che non era colpa di nessuno.
Lei annuiva.
Poi, dopo dieci minuti:
— Dovevo tenerlo per mano.
A noi italiani la famiglia può farci impazzire.
Litighiamo per tutto.
Per chi porta il dolce la domenica.
Per chi non telefona abbastanza.
Per la casa dei genitori.
Per una parola detta vent’anni prima e mai dimenticata.
Ma quando un bambino manca da tavola, ogni rancore scompare.
Quella notte vidi persone che non si parlavano da anni salire insieme sui sentieri.
Il proprietario del piccolo alimentari portò thermos di caffè.
Una signora del paese preparò panini per tutti.
Un pensionato arrivò con vecchie coperte militari conservate in garage.
Nessuno chiese chi avrebbe pagato.
Nessuno fece fotografie.
Nessuno aveva bisogno di essere ringraziato.
C’era un bambino fuori.
Bastava questo.
Io tornai a casa soltanto per pochi minuti, a prendere una giacca più pesante.
Fu allora che vidi Bussola.
Era davanti alla porta.
Mi osservava.
Quattro anni prima non l’avrei mai immaginato.
Quando lo avevo trovato al canile, ero appena uscito da un matrimonio finito male.
Mia figlia Giulia era già grande e viveva al Nord.
La casa sembrava vuota.
Non triste.
Peggio.
Vuota.
Una volontaria mi aveva accompagnato davanti ai box.
C’erano cani piccoli che saltavano.
Cuccioli.
Cani bianchi, soffici, facili da immaginare su un divano.
Bussola era seduto in fondo.
Adulto.
Tigrato.
Testa larga.
Una cicatrice sul muso.
Non faceva nulla per farsi scegliere.
La volontaria si fermò.
— Questo qui.
— Perché?
— Perché è qui da cinque mesi.
Mi raccontò che molti arrivavano davanti al box e passavano oltre.
Troppo grosso.
Troppo scuro.
Troppo adulto.
Troppo “tipo pitbull”.
La solita storia.
La gente decide in tre secondi.
Anche noi esseri umani siamo fatti così.
Guardiamo una faccia, un vestito, una macchina, una casa.
E pensiamo di sapere tutto.
— È cattivo?
La volontaria rise.
— Aspetti che passi un bambino.
Mentre parlavamo arrivò una famiglia.
Una bambina di forse sei anni infilò le dita tra le sbarre prima che la madre potesse fermarla.
Bussola si alzò.
Mi irrigidii.
Il cane si avvicinò piano.
Poi si sdraiò.
Appoggiò il muso contro le dita della bambina.
Quella fu la prima volta che vidi ciò che avrebbe fatto per tutta la vita.
Diventare piccolo davanti ai piccoli.
Lo portai a casa.
Giulia, quando lo vide, disse:
— Papà, è bruttissimo.
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