Tutti chiamavano pericolosa quella cagna distesa su uno scatolone dietro al discount. Poi una donna di cinquantotto anni capì cosa stava proteggendo da due giorni.
«Signora, non si avvicini. Quella morde.»
Il direttore del discount mi afferrò quasi per un gomito mentre uscivo dalla porta laterale con due confezioni di carta da cucina e il detersivo per i piatti.
Aveva la faccia di uno che non voleva problemi.
Io, invece, quel pomeriggio avevo già abbastanza problemi per conto mio.
Mi chiamo Anna Bellini, avevo cinquantotto anni e lavoravo come assistente domiciliare tra Bologna e i comuni della cintura. Passavo le giornate a lavare anziani, preparare minestrine senza sale, ricordare medicine, ascoltare vedove che raccontavano per la centesima volta lo stesso Natale del 1978.
Guidavo una vecchia utilitaria grigia con il paraurti tenuto da due fascette di plastica.
Sul sedile posteriore c’era ancora il rialzo che usavo quando andavo a prendere mia nipote Martina a scuola.
Non ero una volontaria.
Non ero una veterinaria.
E soprattutto non ero una di quelle persone che vedono un cane grosso ringhiare e pensano: “Adesso vado ad accarezzarlo”.
Ma quel giorno lo feci.
O almeno, cominciai ad avvicinarmi.
«È lì da ieri mattina», disse il direttore.
Si chiamava Paolo. Lo lessi sul cartellino appuntato alla camicia verde.
Indicò il fondo del parcheggio.
Dietro il supermercato c’era un rettangolo di asfalto screpolato, due cassonetti, alcune cassette di plastica vuote e una rete metallica che divideva il piazzale da un terreno incolto.
Nell’angolo più lontano c’era il cane.
Una femmina.
Mantello tigrato, marrone scuro e nero. Muso largo. Corpo muscoloso, anche se troppo magro.
Era stesa sopra uno scatolone.
Non accanto.
Proprio sopra.
Le zampe anteriori scendevano ai lati del cartone, il petto schiacciava la parte superiore e il mento poggiava sull’asfalto.
«Abbiamo chiamato il servizio comunale due volte», disse Paolo. «Sono passati ieri, ma non erano attrezzati per prenderla. Hanno detto che sarebbe tornata una squadra.»
«E non è tornato nessuno.»
Paolo allargò le braccia.
«Ha ringhiato pure a me. A dieci metri. Io ho dipendenti, clienti, bambini che passano. Che devo fare?»
Non lo disse con cattiveria.
Questo va precisato.
Paolo non era un mostro. Era un uomo normale con un problema davanti agli occhi e nessuna idea di come risolverlo.
Forse è proprio questo il punto.
Le cose peggiori non succedono sempre perché qualcuno è cattivo.
A volte succedono perché tutti pensano che tocchi a qualcun altro.
Feci qualche passo.
La cagna sollevò la testa.
Poi scoprì i denti.
Il ringhio arrivò basso, continuo.
Mi fermai.
«Ha visto?» disse Paolo alle mie spalle.
Sì.
Avevo visto.
Eppure c’era qualcosa che non tornava.
Un cane aggressivo, pensai, si alza.
Avanza.
Scatta.
Lei no.
Lei non si spostava di un centimetro.
Ringhiava soltanto quando qualcuno si avvicinava allo scatolone.
«Da quanto non beve?»
«Non lo so.»
«Le avete lasciato dell’acqua?»
«Certo. Ma per mettergliela vicino dovremmo avvicinarci.»
Guardai l’ombra del fabbricato.
Finiva almeno cinque metri prima di lei.
Era luglio.
Nel piazzale l’aria tremava sopra l’asfalto.
Mia madre, quando ero piccola, diceva sempre che nelle giornate così calde si poteva cuocere un uovo sul cofano della macchina.
Quella frase mi tornò in testa.
E insieme mi tornò in mente mio padre.
Aveva fatto il muratore per quarant’anni.
Uno di quelli che uscivano alle sei con il pranzo nella borsa di stoffa e rientravano con la polvere nelle orecchie.
Quando incontrava un animale abbandonato, diceva sempre:
«Se ha paura di te, Anna, non significa che sia cattivo. Significa che forse prima di te ha conosciuto qualcuno che lo era.»
Mio padre era morto da undici anni.
Eppure in certi giorni continuava a parlarmi.
Posai le buste vicino alla porta del supermercato.
«Signora, dove va?»
«Mi siedo.»
«Dove?»
«Lì.»
Paolo mi guardò come se avessi appena annunciato di voler fare il bagno nel Reno a gennaio.
Mi fermai a circa quattro metri dal cane.
Poi mi sedetti per terra.
Il calore attraversò subito i pantaloni.
La cagna ringhiò.
Io non avanzai.
«Va bene», le dissi. «Ho capito.»
Non usai quella vocina sciocca che si fa con gli animali.
Parlai come parlavo con la signora Teresa, ottantasette anni, quando aveva paura di cadere dalla doccia.
Piano.
Senza ordini.
«Io sto qua. Tu stai là.»
La cagna continuò a fissarmi.
«Non voglio portarti via niente.»
Un furgone arrivò per scaricare della merce.
L’autista vide me.
Vide il cane.
Vide Paolo sulla porta.
Scosse la testa e parcheggiò più lontano.
Passarono due ragazzi in bicicletta.
Uno disse qualcosa all’altro e risero.
Poi se ne andarono.
Io rimasi lì.
Dieci minuti.
Quindici.
Venti.
A un certo punto il ringhio smise.
Non di colpo.
Semplicemente diventò sempre più debole, finché restò soltanto il rumore del suo respiro.
Avevo le gambe intorpidite.
Una goccia di sudore mi scendeva lungo la schiena.
«Ma chi me l’ha fatto fare?» borbottai.
La cagna inclinò leggermente la testa.
Risi.
«Eh, bella domanda.»
A trenta minuti provai ad avanzare di pochi centimetri.
Lei irrigidì il collo.
Mi bloccai.
Aspettai.
Dopo qualche minuto le orecchie tornarono rilassate.
Avanzai ancora.
Un palmo.
Poi un altro.
Ci misi quasi quaranta minuti per percorrere poco più di un metro.
Alla mia età, pensai, avevo imparato che quasi tutte le cose importanti funzionano così.
Con i figli.
Con i genitori anziani.
Con un matrimonio che scricchiola.
Con una persona che ha sofferto.
Se corri, rompi qualcosa.
A un certo punto vidi meglio lo scatolone.
Era una vecchia confezione di pannolini.
Non una marca che conoscevo.
Il cartone era umido alla base e strappato in un angolo.
Le alette superiori erano chiuse male.
La cagna ci stava sopra come un coperchio.
Poi notai un movimento.
Piccolissimo.
Una delle alette si sollevò.
Scese.
Si sollevò di nuovo.
Pensai fosse il vento.
Ma non c’era vento.
Guardai la cagna.
Lei guardò me.
Aveva gli occhi color miele.
Per la prima volta non vidi rabbia.
Vidi stanchezza.
Una stanchezza che conoscevo bene.
Era la faccia delle donne che avevo assistito per una vita intera.
Mogli che avevano accudito mariti malati per sette anni.
Madri che a settantacinque anni continuavano a preoccuparsi del figlio cinquantenne.
Nonni che rinunciavano alle vacanze per tenere i nipoti mentre i genitori lavoravano.
Quella cagna aveva la stessa espressione.
Come se dicesse:
“Finché ci sono io, tengo.”
Spostai una mano lentamente verso il cartone.
Lei tese le zampe.
Mi fermai.
«Non te lo porto via.»
Aspettai ancora.
Poi successe una cosa che ancora oggi, quando la racconto, mi fa venire un nodo alla gola.
La cagna inspirò profondamente.
Si sollevò.
Molto lentamente.
Come se persino staccare la pancia dal cartone le costasse fatica.
Fece due passi verso sinistra.
Poi si sedette.
Mi lasciò lo scatolone.
Non aveva smesso di guardarmi.
Ma aveva scelto.
Aveva deciso di fidarsi.
Aprii la prima aletta.
Poi la seconda.
Dentro c’erano quattro gattini.
Rimasi immobile.
Quattro.
Minuscoli.
Così piccoli da sembrare appena nati.
Due grigi, uno nero e uno color miele.
Avevano ancora gli occhi chiusi.
Erano rannicchiati sopra strisce di giornale e un pezzo di vecchia maglietta.
Uno muoveva le zampine nel vuoto.
Un altro aprì la bocca e fece un verso tanto debole che quasi non si sentì.
Mi coprii la bocca con una mano.
«Madonna santa.»
La cagna non si mosse.
Guardava me.
Non loro.
Me.
Come se volesse capire cosa avrei fatto adesso.
«Paolo!»
Il direttore uscì.
«Che succede?»
«Vieni.»
«No, io là non…»
«Ci sono dei gattini.»
Si fermò.
«Cosa?»
«Quattro gattini.»
Paolo fece qualche passo, ancora prudente.
Quando vide dentro lo scatolone si mise le mani sui fianchi.
«Ma… sono suoi?»
Lo guardai.
«Paolo, secondo te questa cagna ha partorito quattro gatti?»
Lui abbassò lo sguardo.
«No. Certo.»
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