Il bambino ignorò tutti i cuccioli e si sedette accanto al cane anziano che nessuno voleva più

Tutti correvano verso i cuccioli, ma Matteo si sedette davanti al cane anziano che nessuno voleva: quando spiegò il motivo, persino sua nonna pianse

«Matteo, vieni a vedere questo!»

Una bambina con le trecce stava già indicando un cucciolo color miele che saltava contro la rete come una pallina impazzita.

Il cane scodinzolava così forte che il sedere gli andava da una parte all’altra.

Tutti ridevano.

Matteo no.

Aveva nove anni, un giubbotto blu un po’ troppo grande e quelle scarpe comprate al mercato che sua nonna continuava a prendere di una misura in più.

«Così ti durano anche l’anno prossimo», diceva sempre.

Quella mattina era entrato nel piccolo rifugio alla periferia di Bologna tenendo due dita infilate nella manica del cappotto di nonna Teresa.

Non era corso avanti.

Non aveva gridato.

Non aveva chiesto subito quale cane avrebbe potuto portare a casa.

Aveva soltanto guardato.

Uno per uno.

Come fanno certi anziani davanti alle fotografie di famiglia: senza fretta, perché sanno che dietro ogni faccia c’è una storia.

«Puoi scegliere quello che senti tuo», gli aveva detto Teresa.

Poi aveva aggiunto subito:

«Però ricordati che un cane non è un giocattolo. Quando entra in casa, entra in famiglia.»

Matteo aveva annuito.

Quella frase la conosceva bene.

Teresa gliela aveva ripetuta almeno dieci volte durante la settimana.

Forse venti.

Lei aveva sessantotto anni, una pensione piccola, due ginocchia che scricchiolavano sulle scale e il vizio di preoccuparsi per tutto.

Ma una promessa era una promessa.

Matteo aveva chiesto un cane dopo la morte del nonno.

Non subito.

Per quasi un anno non aveva chiesto niente.

Era stato proprio quello a preoccupare Teresa.

Prima, la casa era piena della voce di suo marito.

«Teresa, dov’è il telecomando?»

«Teresa, hai visto i miei occhiali?»

«Teresa, questo sugo vuole altri cinque minuti.»

Dopo il funerale, invece, l’appartamento era diventato così silenzioso che la sera si sentiva il frigorifero partire dalla cucina.

Matteo passava spesso i pomeriggi da lei.

Sua madre lavorava su turni in una mensa aziendale e suo padre viveva ormai in un’altra città.

Nessuno parlava male di lui.

Almeno non davanti al bambino.

Nelle famiglie italiane di una volta funzionava così.

Le crepe si coprivano con una tovaglia buona.

Si litigava in cucina.

Poi, quando arrivavano gli altri, si portavano in tavola le lasagne e si diceva:

«Tutto bene.»

La bella figura.

Sempre.

Anche quando bene non andava affatto.

Matteo lo aveva capito molto prima di quanto gli adulti immaginassero.

Dopo la morte del nonno si era fatto ancora più silenzioso.

Non aveva smesso di giocare.

Non aveva smesso di andare a scuola.

Ma sembrava osservare il mondo da un passo indietro.

Come se avesse scoperto che le persone possono esserci un giorno e sparire quello dopo.

Un pomeriggio di novembre, mentre Teresa stendeva i panni sul balcone, Matteo aveva detto:

«Nonna, secondo te un cane capisce quando qualcuno manca?»

Teresa aveva lasciato una molletta a metà.

«Secondo me sì.»

«Anche se non lo dice?»

Lei lo aveva guardato.

«Soprattutto se non lo dice.»

Due settimane dopo erano lì.

Nel rifugio.

Era sabato e sembrava che mezzo quartiere avesse avuto la stessa idea.

Famiglie.

Bambini.

Una coppia giovane che discuteva se prendere un cane piccolo perché l’appartamento non era grande.

Un signore col cappello che ripeteva:

«Io voglio un cane da portare in campagna.»

C’erano abbai, guinzagli, porte che sbattevano.

Un volontario portava avanti e indietro secchi d’acqua.

Una donna stava pulendo una cuccia mentre spiegava a qualcuno che adottare significava anche visite, medicine, pazienza.

I cuccioli attiravano tutti.

Era inevitabile.

Erano buffi.

Rumorosi.

Pieni di vita.

Un meticcio con le orecchie troppo grandi infilò il muso tra le sbarre appena vide Matteo.

Il bambino si fermò.

Il cucciolo si alzò sulle zampe posteriori.

«Guarda questo!» disse una signora. «È una meraviglia.»

Matteo lo guardò a lungo.

Per un istante Teresa pensò:

Eccolo.

È lui.

Invece Matteo riprese a camminare.

«Non ti piace?» chiese Teresa.

«Sì.»

«Allora?»

Lui alzò appena le spalle.

«Ha già tutti che lo guardano.»

Teresa non capì.

O forse capì troppo bene.

Proseguirono.

Un altro cane abbaiò.

Uno girava su se stesso.

Uno cercò di leccare la mano di Matteo attraverso la rete.

Matteo li osservava tutti.

Ma non si fermava.

Alle loro spalle, un uomo sui cinquanta scherzò con la moglie.

«Questo bambino vuole fare il difficile.»

Matteo sentì.

Teresa pure.

Lei si girò con quella faccia che in quarant’anni di matrimonio aveva terrorizzato più di un vicino.

Ma Matteo le tirò piano la manica.

«Lascia stare, nonna.»

Continuò.

Superò la zona più illuminata.

Superò i box dove i cani saltavano appena passava qualcuno.

Arrivò quasi in fondo al corridoio.

Lì c’era meno gente.

Anche il rumore sembrava arrivare stanco.

Nell’ultimo recinto, su una coperta marrone piegata male, c’era un cane anziano.

Un incrocio di golden retriever, probabilmente.

Una volta doveva avere avuto un mantello bellissimo.

Si vedeva ancora qualche sfumatura dorata sulla schiena.

Ma il pelo era diventato opaco.

Il muso quasi bianco.

Un occhio aveva una leggera velatura.

Sul fianco si notava una vecchia zona rasata dove il pelo non era ricresciuto bene.

Il cane non abbaiava.

Non si alzava.

Non scodinzolava.

Nemmeno quando Matteo si fermò davanti alla rete.

«Quello si chiama Arturo», disse una volontaria alle loro spalle.

Teresa si voltò.

La donna avrà avuto sessant’anni.

Capelli corti.

Mani rovinate dal freddo.

Una di quelle persone che sembrano brusche finché non parlano di qualcuno a cui vogliono bene.

«È qui da parecchio.»

Matteo continuò a fissare il cane.

«Quanti anni ha?»

«Dodici, forse tredici.»

Teresa inspirò lentamente.

Dodici anni.

Per un cane erano tanti.

«Ha qualche problema?» domandò.

La volontaria abbassò la voce.

«Le articolazioni. Un po’ la vista. Niente che gli impedisca di vivere tranquillo, però ha bisogno di controlli.»

Teresa fece un rapido conto senza volerlo.

Pensione.

Bollette.

Spesa.

Farmaci per la pressione.

Le rate della caldaia nuova che aveva dovuto cambiare l’inverno precedente.

E adesso le medicine per un cane vecchio.

La vita degli adulti è piena di conti che i bambini non vedono.

Matteo invece chiese:

«Perché non si alza?»

La volontaria lo guardò.

«Perché ha imparato che spesso non serve.»

Teresa sentì qualcosa stringerle lo stomaco.

Il bambino si accovacciò.

«Matteo», disse subito lei.

Non perché volesse fermarlo.

Solo per istinto.

Lui si sedette direttamente sul pavimento.

A gambe incrociate.

Davanti al cancello.

La volontaria fece mezzo sorriso.

«Puoi chiamarlo, se vuoi.»

Matteo non lo fece.

«Puoi allungare la mano.»

Non lo fece.

Appoggiò soltanto il palmo sul pavimento, dalla propria parte della rete.

E rimase fermo.

Arturo non si mosse.

Passarono dieci secondi.

Poi venti.

Una famiglia arrivò alle loro spalle.

La madre guardò il cane.

«È quello anziano?»

La volontaria annuì.

«Sì.»

«Ah.»

Quel semplice “ah” conteneva già una decisione.

La famiglia proseguì.

Poco più avanti scoppiò una risata.

Un cucciolo aveva rubato il laccio di una scarpa.

Matteo continuava a stare seduto.

Teresa si chinò.

«Tesoro, possiamo vedere anche gli altri.»

«Li ho visti.»

«Ce ne sono tanti belli.»

Matteo la guardò.

«Anche lui è bello.»

Teresa rimase zitta.

Il cane non aveva fatto niente per essere scelto.

Era proprio questo il problema.

Nel mondo sembrava che tutti dovessero dimostrare qualcosa.

Essere simpatici.

Essere belli.

Essere giovani.

Essere utili.

Perfino un cane in un rifugio doveva scodinzolare abbastanza forte da convincere qualcuno a portarlo via.

Arturo sembrava aver smesso.

Un volontario passò con un secchio.

«Quello non si muove quasi mai quando arrivano le visite.»

Un altro uomo, poco distante, disse:

«A quell’età ormai…»

Non finì la frase.

Non ce n’era bisogno.

Matteo alzò lo sguardo.

«A quell’età cosa?»

L’uomo arrossì.

«Niente, piccolo.»

Teresa avrebbe voluto portare il nipote via da quella conversazione.

Invece restò.

Matteo tornò a guardare Arturo.

«Nonna.»

«Dimmi.»

«Il nonno negli ultimi mesi dormiva sempre.»

Teresa si irrigidì.

La volontaria smise di sistemare alcune coperte.

«Sì.»

«E quando venivano gli zii, parlavano piano.»

«Sì.»

«Dicevano che era triste vederlo così.»

Teresa sentì gli occhi bruciare.

Quelle parole erano vere.

Erano state pronunciate in cucina.

Credevano che Matteo giocasse nella stanza accanto.

Credevano sempre che i bambini non sentissero.

«Ma io volevo stare con lui lo stesso», disse Matteo.

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