A settantotto anni adottò una vecchia cagna sola come lui. Dodici mattine dopo, lei scavò una fossa e si sdraiò accanto al vuoto
La prima volta che la vidi farlo ero davanti alla finestra della cucina, con una tazzina di caffè in mano e la vestaglia azzurra di mia moglie ancora appesa dietro la porta.
L’orologio segnava le 7:12.
Mara attraversò lentamente l’orto, passò sotto il vecchio pero e si fermò su un pezzo di terra nuda.
Fece un giro.
Poi un altro.
E cominciò a scavare.
Non annusava come fanno i cani quando cercano una talpa. Non mordeva radici. Non inseguiva qualcosa che si muoveva sottoterra.
Scavava con un ritmo preciso.
Zampa destra.
Zampa sinistra.
Sei colpi.
Una pausa.
Altri sei.
Quando la buca fu abbastanza profonda, Mara appoggiò entrambe le zampe anteriori sul bordo e guardò dentro.
Il vento le sollevò appena la punta strappata dell’orecchio sinistro.
Il resto del corpo rimase immobile.
Aprii la porta della cucina.
Lei mi sentì.
L’orecchio si mosse.
Ma non si voltò.
Scese nella buca, appoggiò il petto sulla terra umida e lasciò uscire un lamento così basso che quasi non lo sentii.
Poi si alzò.
E ricoprì tutto.
Fu quello a spaventarmi davvero.
Un cane può scavare per mille motivi.
Nascondere qualcosa.
Cercare cibo.
Seguire un odore.
Mara, invece, cancellava con cura ciò che aveva appena fatto.
La mattina seguente tornò nello stesso punto.
Alle 7:12.
Scavò una buca quasi identica.
Si sdraiò accanto.
Aspettò.
Poi rimise la terra al suo posto.
Il terzo giorno fece esattamente lo stesso.
E anche il quarto.
Mara era arrivata a casa mia da appena dodici giorni.
Aveva circa sette anni, il dorso scuro, le zampe marroni, due occhi color miele diventati opachi con l’età e una sottile cicatrice bianca che attraversava il ventre.
Sul cartellino del rifugio c’erano poche informazioni.
“Tranquilla con persone anziane.”
“Abituata alla casa.”
“Disagio vicino alle recinzioni metalliche.”
Alla voce “storia precedente” comparivano soltanto quattro parole:
La proprietaria non può occuparsene.
Io, invece, una storia ce l’avevo.
Mia moglie Lucia era morta ventidue mesi prima.
Eravamo stati sposati cinquantuno anni.
Cinquantuno.
Quando passi mezzo secolo con qualcuno, non è la sua assenza a sorprenderti.
È la presenza delle cose.
La sua tazza.
Le ciabatte.
Un elastico dimenticato nel cassetto.
La sua calligrafia su un foglietto.
Lucia lasciava biglietti dappertutto.
“Compra il pane.”
“Chiama Chiara.”
“Ricordati di annaffiare il pero.”
L’ultimo era rimasto attaccato al frigorifero per undici mesi dopo il funerale.
Lo tolsi solo quando gli angoli del foglio cominciarono ad arricciarsi.
Nostra figlia Chiara viveva a Bologna.
Nostro figlio Paolo faceva consegne tra Toscana, Umbria e Marche.
Mi telefonavano.
Ma una voce dentro un telefono non modifica il peso di una cucina vuota dopo le sette di sera.
Mara sì.
Non era affettuosa nel modo in cui la gente immagina.
Non mi saltava addosso.
Non chiedeva carezze.
Mi seguiva da una stanza all’altra mantenendo sempre un paio di metri di distanza.
Dormiva nel corridoio invece che accanto alla poltrona.
Quando mi svegliavo alle tre del mattino per andare in bagno, spesso la trovavo seduta in cucina a fissare la porta sul retro.
Eppure non chiedeva mai di uscire.
Aspettava la mattina.
Aspettava le 7:12.
Poi tornava sotto il pero.
Provai a impedirglielo.
Una sera rovesciai la vecchia carriola sopra il punto dove scavava.
La mattina dopo Mara uscì, arrivò sotto l’albero e trovò la carriola.
Non abbaiò.
Non la spinse.
Si sdraiò accanto alla ruota.
Rimase lì quarantasette minuti con il naso appoggiato al ferro.
Quando spostai la carriola, cominciò a scavare prima ancora che riuscissi a tornare verso la veranda.
Provai con un pezzo di pollo nascosto sotto le ortensie.
Lo trovò in pochi secondi.
Lo mangiò.
E tornò alla buca vuota.
Versai dell’acqua sulla terra, pensando magari a qualche tana sotterranea.
La mattina seguente Mara aspettò che il terreno diventasse abbastanza morbido.
Poi scavò nel fango.
Quando si sdraiò, il pelo sul petto diventò quasi nero.
Il nono giorno persi la pazienza.
Presi la vanga.
Scavai io.
Un metro.
Radici.
Sassi.
Un vecchio chiodo arrugginito.
Nient’altro.
Mara osservava all’ombra.
Quando mi fermai, entrò nella buca troppo grande che avevo creato.
Non annusò le pareti.
Non cercò nulla.
Si rannicchiò nella terra fredda.
E pianse.
Una volta.
Poi un’altra.
Sette volte.
Alla settima si alzò e cominciò a spingere indietro la terra.
Non so perché, ma presi la vanga e la aiutai.
Quella sera montai una piccola telecamera da giardino sotto la veranda.
La mattina dopo, alle 7:04, Mara comparve nell’inquadratura.
Controllò il terreno.
Guardò verso la recinzione.
Aspettò.
Alle 7:12 iniziò.
Solo allora vidi un dettaglio che dalla finestra non avevo mai notato.
Prima di ricoprire la buca, Mara toccava il fondo con il naso.
Sette volte.
Sette punti diversi.
Da sinistra verso destra.
Poi sette piccoli lamenti.
Guardai il filmato finché la batteria non si scaricò.
So benissimo che i cani non contano come noi.
Ma Mara ripeteva quel numero ogni giorno.
Come se il sette appartenesse a una memoria che il suo corpo non riusciva ad abbandonare.
Avevo adottato una cagna con una cartella quasi vuota.
Ma lei era arrivata a casa mia portandosi dietro sette pagine mancanti.
Fu allora che telefonai al rifugio.
Una volontaria di nome Anna ricordava Mara molto bene.
Era stata proprio lei, mesi prima, a convincermi ad andare a conoscerla.
In realtà era stata Chiara a mettere in moto tutto.
Senza dirmelo aveva compilato una richiesta per l’adozione di un cane anziano.
Quando Anna mi chiamò, io trovai subito delle scuse.
“Ho settantotto anni.”
“Un cane ha bisogno di passeggiare.”
“Potrebbe tirarmi e farmi cadere.”
“Potrebbe vivere più di me.”
Anna mi lasciò parlare.
Poi disse:
“Venga soltanto a sedersi vicino a lei.”
Mara occupava l’ultimo box a sinistra.
Non abbaiò quando arrivai.
Stava con una spalla appoggiata al muro, magra sotto un pelo che aveva bisogno di essere spazzolato da settimane.
Mi sedetti fuori dalla rete.
Lei si avvicinò.
Annusò le mie scarpe.
Poi appoggiò il mento sul mio ginocchio sinistro.
Restò così diciassette minuti.
Non mi servì altro.
Anna mi raccontò che Mara era arrivata dopo un’emergenza familiare.
La sua precedente proprietaria, Ada Morelli, ottantadue anni, aveva avuto un ictus ed era stata trasferita in una struttura assistenziale.
Una nipote aveva portato il cane al rifugio.
Aveva lasciato un certificato veterinario e un modulo compilato a metà.
Nel documento risultava che Mara fosse sterilizzata.
Non lo era.
Quello, scoprii dopo, era stato il primo dettaglio importante ignorato da tutti.
Il veterinario del rifugio aveva infatti notato che Mara aveva partorito almeno una volta.
La cicatrice sul ventre non sembrava quella di una sterilizzazione.
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