Per 21 mattine quel San Bernardo tornò con una scarpa rossa: solo un’agente capì finalmente perché

Per ventuno mattine quel San Bernardo arrivò al commissariato con una scarpa rossa: nessuno capì cosa stesse cercando di dirci

La prima volta comparve davanti alla porta del commissariato alle 7:12 del mattino.

Era zuppo, magro da far paura e stringeva tra i denti una piccola scarpa da bambino, rossa, con un razzo blu cucito di lato.

Salì lentamente i tre gradini.

Posò la scarpa contro il vetro.

Poi si sedette.

Due agenti del turno del mattino gli passarono accanto senza fermarsi. Una donna delle pulizie gli fece una fotografia con il telefono. Io uscii con mezzo panino alla salsiccia avanzato dalla colazione.

Mi chiamo Elena Rinaldi.

Allora avevo cinquantadue anni, trent’anni di servizio sulle spalle e quella convinzione un po’ presuntuosa che viene a chi pensa di aver già visto quasi tutto della vita.

Mi chinai.

«Hai fame, campione?»

Il San Bernardo annusò il panino.

Non lo mangiò.

Guardò la mia mano, poi il distintivo sulla giacca e infine la porta alle mie spalle.

Tra le zampe aveva rimesso la scarpa.

Il laccio sinistro era spezzato.

La punta era stata ricucita con del filo verde, male ma con pazienza, come facevano certe madri di una volta quando un paio di scarpe doveva durare almeno fino alla fine dell’anno scolastico.

Sul lato c’era quel piccolo razzo blu.

«L’hai rubata da qualche cortile?»

Il cane sbatté lentamente le palpebre.

Aspettò trentotto minuti.

Quando nessuno prese la scarpa, la raccolse e se ne andò.

Il mattino seguente tornò.

Stessa ora.

Stessa scarpa.

Stesso sguardo.

Il terzo giorno il collega Marco gli portò del pollo.

Il quinto lasciammo una ciotola d’acqua vicino all’ingresso.

L’ottavo cercammo di farlo avvicinare a un accalappiacani comunale.

Bevve.

Ma appena vide il guinzaglio fece due passi indietro, aspettò che passasse un autobus e sparì tra una stradina e il retro di un vecchio magazzino.

Non sembrava spaventato.

Sembrava avere fretta.

Ogni mattina il viaggio si vedeva un po’ di più sul suo corpo.

I cuscinetti delle zampe si spaccavano.

Le costole diventavano più evidenti.

Il pelo bianco sul petto era grigio di polvere.

Una mattina aveva una piccola ferita sopra la zampa anteriore.

Eppure arrivò.

Posò la scarpa.

Aspettò.

Non chiedeva cibo.

Non scodinzolava ai passanti.

Non cercava carezze.

Guardava quasi esclusivamente chi indossava una divisa.

Poi guardava la scarpa.

E tornava a guardarci.

Cominciammo a fare domande nel quartiere.

Nessuno aveva denunciato la scomparsa recente di un San Bernardo.

Non aveva collare, ma intorno al collo conservava una fascia più chiara: per anni ne aveva portato uno largo.

Qualcuno iniziò a lasciargli pane, crocchette, avanzi.

Le signore della zona ormai lo conoscevano.

«È tornato il gigante.»

«Povera bestia, guarda com’è magro.»

«Ma perché non mangia?»

Il cane lasciava quasi tutto lì.

Ogni volta, dopo aver aspettato inutilmente, riprendeva la scarpa e si incamminava verso la periferia occidentale della città.

Pensavamo dormisse in qualche garage abbandonato.

Ci sbagliavamo.

Al quattordicesimo giorno decisi di seguirlo con un’auto senza insegne.

Attraversò tre grandi incroci.

Aspettò il verde come una persona.

Passò dietro il mercato rionale, infilò un sottopassaggio ferroviario e sparì dove con la macchina non potevo seguirlo.

Feci il giro dell’isolato.

Niente.

Il mattino dopo era di nuovo davanti a noi.

Alle 7:16.

Aveva fango sulla pancia e un pezzo di isolante argentato impigliato nella coda.

Posò la scarpa ai miei piedi.

Poi fece una cosa che non aveva mai fatto.

La spinse verso di me col muso.

Una volta.

Poi ancora.

«Che cosa vuoi da noi?»

Il suo petto si alzava e si abbassava velocemente.

Guardò la scarpa.

Guardò la mia divisa.

Poi girò la testa verso la strada da cui era arrivato.

Non capii.

Ancora oggi, questa è la parte che mi pesa di più.

Perché lui era chiarissimo.

Eravamo noi a non conoscere la sua lingua.

La risposta arrivò sette giorni dopo.

Era il ventunesimo mattino.

La viceispettora Miriam Serra attraversò l’atrio con una cartella sotto il braccio.

Vide il cane.

Vide la scarpa.

E la cartella le cadde per terra.

«Dove avete preso quella?»

Non guardava il San Bernardo.

Guardava il razzo blu.

Miriam lavorava da tre mesi sulla scomparsa di Matteo Conti, nove anni.

Scomparso il 12 dicembre.

Sua madre aveva descritto ogni dettaglio delle scarpe che indossava quel pomeriggio.

Rosse.

Consumate.

Un razzo blu cucito sul lato.

E la punta sinistra riparata con filo verde.

Aprii il fascicolo.

A pagina diciassette c’era una fotografia.

Sentii lo stomaco chiudersi.

Era la stessa scarpa.

Fuori dal vetro il San Bernardo tremava.

Solo allora capimmo che, per ventuno giorni, aveva compiuto quasi sedici chilometri al giorno.

Otto per venire da noi.

Otto per tornare da qualcuno che non poteva venire.

Uscii con la scarpa in mano.

Il cane la prese delicatamente.

Quella volta non si sedette.

Si girò.

E cominciò a camminare.

Tre auto partirono dietro di lui.

Nessuno di noi sapeva ancora che cosa avremmo trovato sotto il pavimento di una vecchia casa alla periferia della città.

La fame che non era sua

Da vicino il cane era ancora più impressionante.

Maschio.

Cinque o sei anni.

Avrebbe dovuto pesare almeno sessanta chili.

Ne pesava poco più di quaranta.

Aveva grandi chiazze rossicce sul pelo bianco, una maschera scura intorno agli occhi e una cicatrice che scendeva dall’angolo della bocca.

L’orecchio sinistro rimaneva piegato.

Quello destro si alzava ogni volta che gracchiava una radio.

Conosceva alcuni comandi.

Seduto.

Fermo.

Lascia.

Ma della scarpa non voleva sapere di separarsi.

Il cibo era stato il particolare che avrebbe dovuto farci pensare.

Un cane così magro avrebbe dovuto divorare qualsiasi cosa.

Invece annusava.

Deglutiva.

E si voltava.

Marco arrivò perfino con fettine di arrosto.

«A questo non resiste.»

Il cane avvicinò il muso.

Niente.

«Forse sta male.»

Ma un animale gravemente malato non percorre otto chilometri prima dell’alba e altri otto per tornare.

C’era anche un altro indizio.

Ogni tanto, quando lasciava cadere la scarpa, sul pelo vicino alla bocca restavano delle briciole.

Pane.

Farina di mais.

Una volta persino un pezzetto di carta argentata.

Pensammo che avesse mangiato lungo la strada.

Era vero.

Ma avevamo capito soltanto metà della storia.

Il nono giorno avevo preso la scarpa e l’avevo portata dentro.

Volevo controllarla meglio.

Il San Bernardo si alzò sulle zampe posteriori, appoggiò quelle anteriori contro il vetro e abbaiò una sola volta.

Un suono profondo.

Disperato.

Gliela riportai.

La annusò.

Poi si sedette accanto.

Nel registro scrissi:

“Cane randagio torna con scarpa infantile presumibilmente abbandonata.”

Abbandonata.

Quella parola mi sarebbe rimasta addosso per anni.

Una volontaria del quartiere pubblicò una fotografia del cane sui gruppi della zona.

Arrivarono telefonate.

Un uomo diceva di conoscerlo.

Una signora sosteneva che appartenesse a una famiglia trasferitasi anni prima.

Nessuna pista portò a niente.

Il dodicesimo giorno provai a seguirlo a piedi.

Per quattro isolati mi permise di stare dietro di lui.

Poi raggiunse un semaforo.

Aspettò il verde.

Attraversò.

Passò dietro un autobus.

Sparì.

Conosceva le strade.

E soprattutto sapeva esattamente dove stava andando.

Il mattino successivo arrivò in ritardo.

Le zampe posteriori gli tremavano.

Marco mise davanti a lui acqua e pollo.

Bevve metà ciotola.

Il pollo non lo toccò.

Poi posò una zampa sulla scarpa di Matteo e guardò l’ingresso.

Come se dicesse:

Non sono venuto per questo.

Il bambino della pagina diciassette

Matteo Conti aveva nove anni.

Era piccolo per la sua età, con i capelli castani che non stavano mai in ordine e uno spazio evidente tra i due incisivi.

Sua madre, Daniela, lavorava nel turno del mattino in una struttura di riabilitazione.

Il padre di Matteo era morto quattro anni prima in un incidente sul lavoro.

Da allora vivevano soli in un appartamento sopra una lavanderia automatica, in un quartiere dove i vicini conoscevano ancora il rumore delle chiavi degli altri sulle scale.

Matteo frequentava due pomeriggi alla settimana un doposcuola in biblioteca.

Alle 16:18 del 12 dicembre una telecamera lo aveva ripreso mentre usciva con un libro sui dinosauri sotto il braccio.

Alle 16:26 aveva attraversato un incrocio.

Poi niente.

Volontari, agenti, residenti.

Tutti avevano cercato.

Cortili.

Garage.

Capannoni.

Argini del fiume.

Case vuote.

Le fotografie di Matteo erano apparse nei bar, nelle farmacie, nelle edicole e perfino sul vetro della bottega di un vecchio calzolaio.

Le scarpe rosse comparivano in ogni descrizione.

Erano importanti perché Matteo non voleva separarsene.

Suo padre gliele aveva comprate poco prima di morire.

Quando la punta si era strappata, Daniela aveva proposto di buttarle.

Matteo aveva pianto.

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