La cagna rifiutava l’acqua sotto il sole: quando i motociclisti capirono perché, cambiarono strada immediatamente

Due cuccioli appena nati non si muovevano più dentro una scatola di cartone bruciata dal sole.

Eppure la madre, stesa accanto a loro e ormai senza forze, continuava ad alzare la testa verso le nostre motociclette.

Come se volesse dirci una cosa sola.

Non avete ancora capito.

La scatola era sotto un vecchio leccio, lungo una strada secondaria della Maremma, a parecchi chilometri dal primo paese.

Un lato del cartone si era piegato verso l’interno. Il fondo era zuppo, molle, annerito dalla sporcizia.

Cinque corpicini erano ammassati nell’unico fazzoletto d’ombra rimasto.

Tre si trascinavano piano uno sopra l’altro.

Due erano immobili.

Erano quasi mezzogiorno, in pieno agosto. L’aria sembrava uscita da un forno.

Perfino la fibbia metallica della mia borsa laterale scottava attraverso i guanti.

Mi inginocchiai accanto alla scatola e allungai la mano verso il cucciolo più piccolo.

La madre mi bloccò.

Era una meticcia color sabbia, con qualcosa del pastore nell’aspetto, muso scuro e un orecchio piegato.

Le costole si vedevano una per una.

Una zampa posteriore lasciava una piccola traccia rossastra sulla polvere ogni volta che cercava di appoggiarla.

Al collo aveva uno strano dispositivo nero.

Riusciva appena a stare in piedi.

Eppure si mise fra me, un uomo di cinquantasei anni grosso come un armadio, e un cucciolo che sarebbe entrato nel palmo della mia mano.

«Piano, mamma.»

La cagna mi fissò.

Poi guardò la bottiglietta d’acqua che tenevo nell’altra mano.

Mi chiamo Giorgio Bellini.

Gli amici mi chiamano Orso.

Testa rasata, barba ormai quasi tutta grigia, vecchi tatuaggi sulle braccia e la faccia di uno che, secondo mia sorella, “sembra sempre sul punto di cacciare qualcuno da casa”.

Da anni sono abituato alle persone che stringono la borsa quando mi vedono entrare in un bar.

Quella cagna non guardava la mia faccia.

Guardava l’acqua.

Versai un poco nel tappo.

Misi una goccia sulle gengive del cucciolo più piccolo.

Niente.

La lingua non si mosse.

Provai di nuovo.

Dietro di me, Marco teneva la sua giacca di pelle sopra la scatola per allargare l’ombra.

Le nostre quattro moto ticchettavano ancora per il calore dei motori.

Tutto intorno c’erano cicale, polvere e silenzio.

«Dai, piccoletto», mormorò Marco.

La madre osservava le mie dita senza battere le palpebre.

Chiesi a Stefano di bagnare due fazzoletti.

Uno lo avvolgemmo attorno a una bottiglia fresca e lo sistemammo vicino ai cuccioli, senza esagerare con il freddo.

L’altro lo posammo sotto le zampe anteriori della madre.

Lei si spostò.

Tornò immediatamente verso la scatola.

Era la quarta volta che provavamo a farla bere.

Ogni volta portava il muso così vicino all’acqua da incresparne la superficie.

Ogni volta si tirava indietro.

All’inizio pensavamo fosse terrorizzata.

Poi avevamo capito.

Circa venti minuti prima era comparsa dal bordo della strada.

Aveva corso davanti alle nostre motociclette.

Ogni duecento metri si voltava.

Quando rallentavamo, tornava indietro.

Quando ci fermavamo, abbaiava una volta sola e ripartiva.

Non era finita per caso sulla nostra strada.

Ci aveva cercati.

Il torace del cucciolo più piccolo si sollevò.

Una volta.

Poi più niente.

Cominciai a strofinargli il corpo con un asciugamano asciutto.

Era bollente sotto quel pelo sottilissimo.

Paolo, il più grosso del gruppo dopo di me, si accovacciò.

Aveva le mani tatuate appoggiate alle ginocchia.

«Respira?»

«Non lo so.»

La madre infilò il naso sotto il mio polso.

Pensai volesse riprendersi il piccolo.

Invece gli leccò la testa.

Poi toccò con il muso gli altri.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Tornò al più piccolo.

Dalla scatola uscì un suono minuscolo.

Non un guaito.

Quasi aria che passava attraverso una fessura.

La zampetta anteriore tremò.

Paolo si girò verso la strada e si strofinò la barba.

«Ancora, Giorgio.»

Misi un’altra goccia d’acqua sulle gengive.

Questa volta il cucciolo deglutì.

La madre lo vide.

Le sue spalle si abbassarono.

Poi le zampe anteriori cedettero di colpo.

La presi a metà, ma una parte del suo corpo batté comunque sulla terra.

Gli occhi rimasero aperti.

Non seguivano più la mia mano.

«Orso.»

Marco non dovette aggiungere altro.

Le misi due dita dietro il gomito.

Cuore velocissimo.

Debole.

Le gengive erano appiccicose.

La pelle del collo, sollevata delicatamente, rimaneva piegata.

Disidratazione grave.

Forse colpo di calore.

Avvicinammo i cuccioli alla pancia della madre mentre Stefano telefonava alla clinica veterinaria di emergenza più vicina.

Aprii il piccolo kit medico che portavo da anni nella borsa destra della moto.

Garze.

Soluzione fisiologica.

Teli.

Gel di glucosio.

Quel kit era appartenuto a mia moglie, Anna.

E fu proprio mentre lo aprivo che vidi bene l’oggetto al collo della cagna.

Non era una medaglietta.

Era un localizzatore.

Un apparecchio rettangolare, costoso a giudicare dalla costruzione, coperto di polvere.

Il numero esterno era stato graffiato intenzionalmente.

Il cinturino era stato tagliato e poi legato di nuovo con un pezzetto di corda blu.

Sotto, la pelle del collo era irritata.

Girando il dispositivo verso la luce vidi una piccola spia verde.

Lampeggiava.

Qualcuno, da qualche parte, avrebbe potuto sapere dove si trovava quella cagna.

Eppure nessuno era arrivato.

Poi lei riaprì gli occhi.

Non guardò noi.

Guardò verso nord.

Verso le colline da cui era arrivata.

Pensammo che fosse tornata da quella parte per cercare acqua.

Solo alcuni giorni dopo avremmo scoperto che là dietro c’era qualcosa che temeva più della sete.

Io portavo quel kit sulla moto da undici anni.

La maggior parte dei motociclisti credeva fosse per gli incidenti.

In parte era vero.

Ma negli anni l’avevo usato soprattutto per animali trovati sulle strade.

Un cane ferito vicino a un fossato.

Un rapace caduto.

Perfino un riccio incastrato in una rete.

Era stata Anna a cominciare.

Lavorava come assistente in un ambulatorio veterinario.

Quando partivamo per qualche giorno, riempiva sempre una borsa con garze, disinfettante, guanti, zucchero, pinzette e tre guinzagli di misure diverse.

Io la prendevo in giro.

«Anna, andiamo a mangiare due pici in collina, non in una spedizione.»

Lei rispondeva sempre:

«Le strade di campagna non perdonano chi parte pensando che non succederà niente.»

Anna morì nel 2020.

Dopo la sua morte non ebbi il coraggio di svuotare quella borsa.

Quel martedì d’agosto salvò sei vite.

Stendemmo la madre sul fianco.

Da vicino notai altre cose strane.

Aveva una piccola macchia scura sotto l’occhio sinistro.

Un pezzetto mancante dall’orecchio diritto.

I cuscinetti delle zampe erano consumati fino al rosa.

Ma sotto la polvere il pelo aveva un leggero odore di disinfettante.

Non tornava.

Anche le unghie erano corte.

Regolari.

Non erano le unghie di un cane randagio che vagava da mesi.

Quella cagna veniva da qualche posto.

Le bagnammo orecchie e zampe.

Marco tirò fuori un ombrellino pieghevole che teneva per scherzo nel bauletto.

Quel giorno nessuno rise.

I cinque cuccioli furono messi in fila accanto alla madre.

Dopo alcuni minuti lei deglutì.

Poi mosse una palpebra.

Paolo lasciò uscire un respiro che sembrava trattenere da mezz’ora.

«Dai, mamma.»

Quando aprì gli occhi, non guardò noi.

Toccò i cuccioli.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Soltanto dopo averli contati abbassò il muso nella ciotola.

E bevve.

Fu il primo indizio.

Il secondo era la direzione che aveva scelto.

Ma in quel momento eravamo troppo occupati per capirlo.

La clinica ci consigliò di aspettare i soccorsi.

Ci dissero di mantenerli all’ombra e dare poca acqua alla volta.

Guardai il sole.

Guardai i cuccioli.

«Qui un’altra ora non ce l’hanno.»

Nessuno mi contraddisse.

Stefano raggiunse un piccolo alimentari lungo la provinciale.

Tornò con ghiaccio, asciugamani puliti, una vaschetta di plastica e latte specifico per cuccioli.

Con lui arrivò anche Lucia, la cassiera del negozio.

Una donna sui sessant’anni, capelli grigi raccolti male e grembiule ancora addosso.

«Ho allevato gattini rimasti senza madre per vent’anni», disse. «Fatemi vedere.»

Guardò dentro la scatola.

Il suo volto cambiò.

«Non qui. Si portano via subito.»

Due automobilisti che si erano fermati vedendo le moto accettarono di aiutarci.

Una coppia di pensionati mise a disposizione la propria macchina.

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