A ottantacinque anni scavò nel fango per salvare un cane sconosciuto: non immaginava che fosse lui ad avere bisogno di essere salvato
La testa infangata del cane spuntava appena da sotto la staccionata crollata, e l’uomo di ottantacinque anni inginocchiato accanto a lui sembrava troppo fragile perfino per sollevare una tavola.
Chiunque fosse passato davanti al mio giardino avrebbe pensato la stessa cosa.
Un vecchio solo.
Un cane intrappolato.
Legno spezzato, fango fino alle caviglie e nessuna ragione sensata per credere che uno dei due avrebbe avuto abbastanza forza per arrivare alla sera.
Mi chiamo Arturo Bellini e quella primavera avevo ottantacinque anni.
Vivevo da solo in una piccola casa alla periferia di Modena, in una strada dove un tempo ci si chiamava dai balconi e oggi molti vicini si salutavano appena dal finestrino dell’auto.
Mia moglie Margherita era morta cinque anni prima.
Continuavo a tenere i suoi guanti da giardinaggio appesi nel capanno.
Il cuscinetto azzurro su cui si inginocchiava per curare le rose era ancora sotto il banco degli attrezzi.
In cucina, la sua tazza preferita stava nella credenza con il manico rivolto verso l’esterno.
Non perché pensassi davvero che sarebbe tornata.
Ma perché spostarla avrebbe significato ammettere che certe cose erano finite per sempre.
La notte precedente un temporale aveva attraversato la zona con una violenza insolita.
Il vento faceva vibrare le persiane.
La pioggia batteva sul tetto così forte che non sentivo nemmeno l’orologio del corridoio.
Poco dopo mezzanotte avevo udito uno schianto provenire dal retro della casa.
Una volta sarei uscito con una torcia.
A ottantacinque anni impari che non devi dimostrare niente a nessuno.
Così ero rimasto a letto, sveglio, aspettando che il vento si calmasse.
La mattina dopo il giardino sembrava passato attraverso una battaglia.
Tre pezzi della vecchia staccionata erano caduti.
I rami del ciliegio coprivano il prato.
I tulipani di Margherita erano piegati verso terra, con le corolle rosse piene d’acqua.
Uscii con il bastone dicendomi ad alta voce:
«Guardo soltanto. Non aggiusto niente.»
Era il genere di promessa che facevo spesso al mio corpo.
Poi sentii un rumore.
Non era un abbaio.
Sembrava un respiro soffocato.
Mi fermai.
«C’è qualcuno?»
Mi sentii sciocco appena lo dissi.
Poi il suono arrivò di nuovo.
Mi avvicinai alla staccionata caduta.
Sotto le assi bagnate vidi due occhi marroni.
Il cane era quasi completamente coperto.
Spuntavano soltanto la testa, una spalla e una zampa anteriore.
Il resto del corpo era bloccato sotto assi, terra, rampicanti e pezzi di quella stessa staccionata che avevo costruito trentadue anni prima insieme a mio figlio.
Allora riuscivo a sollevare un sacco di cemento senza pensarci.
Quella mattina faticavo perfino ad aprire completamente la mano destra.
«Oh, povera bestia.»
Il cane provò a muoversi.
Una tavola scivolò di qualche centimetro.
Lui emise un guaito breve e smise subito.
«Fermo. Fermo, bello. Non fare niente.»
Guardai verso la casa dei vicini.
Nessuno.
Dopo il temporale, tutti avevano i propri problemi.
Tegole, cantine, rami caduti, cancelli divelti.
Avrei dovuto rientrare e telefonare a qualcuno.
Sarebbe stata la cosa intelligente.
Ma il cane respirava piano.
Troppo piano.
E io conoscevo bene quella sensazione di essere schiacciati da un peso che gli altri non riuscivano a vedere.
Presi il vecchio cuscinetto azzurro di Margherita.
Lo appoggiai nel fango.
Mi inginocchiai.
Il dolore mi attraversò le gambe come una scossa.
Misi entrambe le mani sotto la prima asse.
Provai a sollevarla.
Niente.
Provai ancora.
Le braccia tremarono.
La tavola non si mosse.
Il cane mi guardava.
Non ringhiava.
Non mostrava i denti.
Sembrava soltanto aspettare.
«Scusami», gli dissi. «Sono lento.»
Presi dal capanno una paletta da giardino e un piccolo seghetto.
Cominciai a togliere il fango attorno alla zampa.
Una manciata alla volta.
Tagliai un rampicante.
Usai il manico della paletta come leva sotto un’asse.
Dieci minuti.
Venti.
La schiena bruciava.
Le mani si contraevano.
Due volte dovetti fermarmi con la fronte appoggiata al legno bagnato.
Il cane continuava a respirare.
E continuava a guardarmi.
A quaranta minuti riuscii a liberare completamente la zampa anteriore.
Poco dopo sentii una voce dal cancello laterale.
«Signor Arturo? Tutto bene?»
Era Davide, il vicino della casa dietro la mia.
Aveva trentotto anni, due figli e quella vita sempre di corsa che io osservavo dalla finestra senza capire come facesse a starci dentro.
Ci salutavamo.
Qualche volta parlavamo del tempo.
Niente di più.
«Ho bisogno di aiuto», gridai.
Dire quelle quattro parole fu quasi più difficile che sollevare la staccionata.
Davide entrò di corsa.
Quando vide il cane si bloccò.
«Accidenti.»
«Non tirare a caso. Questa tavola preme sul fianco.»
Si inginocchiò accanto a me.
Aveva mani più forti.
Ma ascoltò.
Gli indicai dove sollevare.
Io liberai il rampicante rimasto incastrato.
Una tavola alla volta.
Un centimetro alla volta.
Alla fine l’ultimo pezzo di legno cedette con uno schiocco umido.
Il cane non si mosse.
Per un istante pensai che fossimo arrivati tardi.
Poi alzò la testa.
Spinse con le zampe anteriori.
Strisciò fuori dal fango e si lasciò cadere proprio sul cuscinetto azzurro di Margherita.
Io rimasi lì.
Seduto nel fango.
Con le mani sporche e il cuore che mi batteva come non succedeva da anni.
Davide corse a prendere il telefono.
Il cane provò ad alzarsi.
«No, no. Riposa.»
Si alzò lo stesso.
Male.
Tremando.
Le zampe posteriori sembravano non ricordare più come funzionare.
Fece un passo.
Poi un altro.
E venne verso di me.
Si appoggiò con tutto il fianco contro la mia spalla.
Se fossi stato in piedi mi avrebbe fatto cadere.
Invece ero ancora inginocchiato.
Gli misi un braccio attorno al collo.
Sotto il fango sentii il calore del suo corpo.
Era vivo.
Aveva un collare di cuoio vecchio, senza medaglietta.
Nessun nome.
Nessun numero.
Davide tornò.
«Chiamo il servizio comunale?»
«Sì.»
Il cane mi si strinse ancora di più.
Davide sorrise.
«Credo che lui abbia già deciso con chi stare.»
«Non sono il suo padrone.»
«Prova a spiegarglielo tu.»
Telefonammo.
Dopo il temporale c’erano molte segnalazioni e ci dissero che ci sarebbe voluto del tempo.
Il cane non perdeva sangue in modo evidente e riusciva a reggersi sulle zampe, quindi ci consigliarono di portarlo in un ambulatorio veterinario se possibile.
Davide indicò la sua macchina.
«Andiamo.»
La prima cosa che mi venne da dire fu no.
No, non disturbarti.
No, faccio da solo.
No, non voglio essere un peso.
Sono frasi che molti della mia generazione hanno imparato da bambini.
Mio padre diceva che chiedere un favore significava doverlo restituire.
Margherita, invece, mi ripeteva sempre:
«Arturo, a forza di non voler pesare su nessuno finirai per vivere come se non esistessi.»
Quella mattina guardai il cane.
«Va bene», dissi.
Davide mi aiutò ad alzarmi.
Le ginocchia sembravano due cerniere arrugginite.
Portammo il cane all’ambulatorio del quartiere.
Una veterinaria sulla cinquantina lo visitò mentre io aspettavo con il fango ormai secco sui pantaloni.
Davide rimase con me.
Non era obbligato.
Aveva figli da accompagnare, telefonate, lavoro.
Eppure rimase.
Dopo quasi un’ora la veterinaria uscì.
«È stato fortunato.»
Sorrisi amaramente.
«Non aveva una faccia molto fortunata quando l’ho trovato.»
«Ha contusioni, piccoli tagli e molta stanchezza. È disidratato, ma non vedo fratture evidenti. Faremo altri controlli. La cosa importante è che sia stato liberato in tempo.»
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