Il cane anziano tremava davanti al mio cancello. Quando posò la testa sulla mia mano malata, capii perché era arrivata proprio da me
La mia mano destra tremava contro il ferro del cancello quando la vidi.
Lei tremava più di me.
Una cagna anziana, nera e color miele, magra come certe bestie che si vedevano una volta nelle cascine di campagna. Aveva il muso ormai bianco, le zampe sporche di fango e un collare rosso scolorito che le pendeva largo dal collo.
Un orecchio stava mezzo dritto.
L’altro era piegato di lato.
Non abbaiava.
Non graffiava il cancello.
Non cercava nemmeno di entrare.
Se ne stava lì, immobile, e guardava casa mia come se avesse camminato fino a quel punto con un’unica idea in testa: arrivare prima che le gambe smettessero di reggerla.
Mi chiamo Arturo Bellini.
Allora avevo settantasei anni, ero vedovo da quattro e vivevo da solo nella vecchia casa di famiglia, appena fuori da un piccolo paese della pianura emiliana.
Una di quelle case con il portico basso, le persiane verdi, l’orto dietro e una cucina abbastanza grande da contenere quarant’anni di pranzi della domenica.
Mia moglie Elena era morta lì.
I figli invece se n’erano andati.
Mia figlia Rebecca abitava a Bologna con marito e figli. Mio figlio Michele lavorava lontano e tornava quando poteva.
Io dicevo sempre che stavo bene.
Era una bugia educata.
Cinque anni prima mi avevano diagnosticato il Parkinson.
All’inizio era stato un tremolio al pollice.
Una sciocchezza.
Poi erano arrivati la rigidità, i passi più corti, la scrittura sempre più piccola, la tazzina del caffè che tintinnava contro il piattino, i bottoni delle camicie che sembravano messi lì apposta per umiliarmi.
Ci sono cose che da giovani sembrano niente.
Infilare una chiave nella serratura.
Tagliare una fetta di pane.
Versare il vino senza macchiare la tovaglia.
A settantasei anni avevo scoperto che la dignità può nascondersi perfino dentro un bottone.
E può fare male quando non riesci più a chiuderlo.
I miei figli si preoccupavano.
Il medico modificava le medicine.
I vicini facevano finta di non vedere quando mi aggrappavo troppo a lungo al muretto davanti casa.
Io continuavo a ripetere:
«Me la cavo.»
Perché noi della mia generazione siamo cresciuti così.
Sei stanco?
Vai avanti.
Hai paura?
Non farlo vedere.
Ti fa male?
Passerà.
Hai bisogno?
Non disturbare.
Era quello che avevo visto fare a mio padre, a mia madre, ai vecchi del paese.
Stringere i denti era considerato quasi una virtù.
Quella mattina, però, guardando quel cane, ebbi la sensazione sgradevole di guardare me stesso.
Il vento faceva battere il gancio del cancello.
Tac.
Tac.
Tac.
Per un attimo mi sembrò il rumore delle mie dita sul ferro.
«Beh», dissi piano, «quale dei due sta bussando?»
La cagna abbassò la testa.
Fu quel gesto a farmi decidere.
Entrai in cucina per prendere qualcosa da mangiare.
Avrebbe dovuto essere una cosa da mezzo minuto.
Ci misi quasi cinque.
Il contenitore del pollo avanzato dalla sera prima non voleva aprirsi. La mano mi scattò nel momento sbagliato e metà dei pezzi finirono sul pavimento.
La ciotola dell’acqua batté contro il lavello.
«Maledizione.»
Mi uscì più forte del necessario.
Da quando Elena non c’era più, parlavo spesso da solo.
La differenza era che prima lei rispondeva dalla stanza accanto.
Quando tornai fuori, la cagna non era più in piedi.
Si era lasciata cadere accanto al cancello.
Non dormiva.
Aveva semplicemente rinunciato a restare sulle zampe.
Aprii lentamente.
Pensavo sarebbe scappata.
Non si mosse.
Posai acqua e pollo a qualche metro da lei e tornai verso il portico.
Gli animali che arrivano alla porta degli sconosciuti spesso portano addosso storie che non si vedono.
Lei mi osservò a lungo.
Poi provò ad avvicinarsi.
Non camminò.
Strisciò.
Ancora oggi quella scena mi torna davanti agli occhi.
Una vecchia cagna non dovrebbe essere costretta a strisciare verso un po’ di gentilezza.
Mangiò piano, quasi con educazione.
Un pezzetto alla volta.
Come se avesse paura che, mangiando troppo in fretta, qualcuno potesse riprendersi tutto.
Quando provò a rialzarsi, le zampe posteriori tremarono.
Cadde.
Ritentò.
Cadde ancora.
Presi il bastone.
La mia mano destra tremava così forte che il manico picchiava sulla ringhiera.
Lei guardò la mia mano.
Io guardai le sue zampe.
Nessuno dei due era particolarmente stabile.
Attraversai il cortile e mi inginocchiai.
Fu una decisione poco intelligente, perché alla mia età scendere è facile.
Il problema è tornare su.
Quando avvicinai la mano alla sua spalla, lei ebbe un sussulto.
Poi smise di ritrarsi.
Passarono forse tre secondi.
Forse dieci.
Infine appoggiò il muso grigio nel palmo della mia mano.
Lei tremava.
Io tremavo.
Tra noi due non c’era una sola cosa ferma.
«Tu ed io», le dissi, «avremo bisogno di molta pazienza.»
Usai una vecchia coperta da giardinaggio di Elena per portarla dentro.
Quella coperta aveva ancora una macchia di terra in un angolo.
Elena la usava per inginocchiarsi quando piantava i gerani.
Mi sembrò quasi di sentirla dire:
«Arturo, piano con quella povera creatura.»
Ci vollero venti minuti per percorrere pochi metri.
Io dovevo fermarmi per riprendere fiato.
Lei doveva fermarsi perché le anche non reggevano.
E ogni volta aspettava.
Senza lamentarsi.
Come se la vecchiaia le avesse insegnato una cosa che noi uomini impariamo sempre troppo tardi: non mettere fretta a un corpo stanco.
La sistemai sul tappeto della cucina.
Poi telefonai a Clara.
Clara viveva tre case più in là.
Settantuno anni, vedova anche lei, ex maestra elementare e proprietaria di quella rara capacità di entrare nella vita altrui senza sembrare invadente.
In paese tutti hanno una Clara.
Quella che ti porta il brodo quando sei malato.
Quella che sa chi ha litigato con chi ma non lo racconta davanti ai bambini.
Quella che bussa con una teglia in mano e ti dice:
«Ne ho fatto troppo.»
Sapendo benissimo di aver cucinato apposta per te.
Arrivò dopo dieci minuti.
Guardò il cane.
Guardò me.
Poi disse:
«Arturo, ti sei trovato una signora.»
«Mi sono trovato un problema.»
Clara si tolse il cappotto.
«Alla nostra età non sempre c’è differenza.»
Mi aiutò a portarla dal veterinario.
Da qualche mese mia figlia mi aveva tolto le chiavi della macchina dopo che avevo urtato la cassetta della posta facendo retromarcia.
Lei lo chiamava “incidente”.
Io lo chiamavo “errore di valutazione di pochi centimetri”.
La veterinaria, la dottoressa Elena Rinaldi, visitò la cagna con quella delicatezza particolare che certe persone usano con gli animali vecchi.
«È disidratata. Sottopeso. Ha artrosi importante alle anche. Un’infezione cutanea lieve e diversi problemi ai denti. Direi almeno dodici anni.»
«Può riprendersi?»
La dottoressa non mi raccontò favole.
«Può stare meglio. Ma a questa età “stare meglio” significa ridurre il dolore, mangiare, dormire, sentirsi al sicuro. Non tornerà cucciola.»
Guardai la cagna.
Lei socchiuse un occhio.
«Nemmeno io.»
La veterinaria sorrise.
Poi passò il lettore sul collo.
Bip.
C’era un microchip.
La cagna aveva un nome.
Mabel.
O meglio, sul vecchio documento risultava scritto “Mabel”, scelto dalla precedente proprietaria, una donna di nome Carla Berti che viveva a una trentina di chilometri dal mio paese.
Carla era morta otto mesi prima.
La dottoressa riuscì a contattare suo figlio, Giorgio.
Io rimasi seduto mentre parlavano.
Vidi cambiare il volto della veterinaria.
Prima cordiale.
Poi serio.
Infine stanco.
Quando chiuse la telefonata, si sedette davanti a me.
«Mabel apparteneva alla madre del signor Giorgio.»
«E dopo la morte della signora?»
«L’ha tenuta lui per qualche mese.»
«E poi?»
La veterinaria esitò.
«Sostiene che sia scappata circa due settimane fa.»
Clara, alle mie spalle, fece quel rumore particolare che fanno le donne di paese quando vogliono evitare di dire una parolaccia davanti a un professionista.
«Vuole riprendersela?»
La dottoressa scosse lentamente la testa.
«Dice che è anziana, che sporca qualche volta in casa, che piange la notte e che è diventata difficile da gestire. Ha concluso dicendo: “Se qualcuno la vuole, se la tenga.”»
Se qualcuno la vuole.
Quelle parole mi entrarono dentro in un punto che non avevo mai mostrato ai miei figli.
Da cinque anni avevo paura della stessa frase.
Non riferita a un cane.
A me.
Se qualcuno ha tempo di accompagnarlo.
Se qualcuno può aiutarlo a vestirsi.
Se qualcuno può controllare le medicine.
Se qualcuno può stare con lui.
La mia famiglia non mi aveva mai trattato come un peso.
Ma la malattia fa una cosa vigliacca.
Ti convince che lo diventerai prima ancora che qualcuno lo pensi.
Mabel, invece, non doveva immaginarselo.
Qualcuno gliel’aveva già fatto capire.
La veterinaria mi chiese se volevo che attivassero la procedura per affidarla a una nuova famiglia.
Mabel sollevò la testa.
Mi guardò.
Poi batté una volta la coda sulla coperta.
Una sola.
«La porto io.»
Clara tossì.
La dottoressa mi fissò.
«Signor Arturo, è un cane anziano con esigenze importanti.»
«Anch’io.»
Mi uscì così.
Senza pensarci.
Per qualche secondo nessuno disse niente.
La veterinaria abbassò lo sguardo sulla mia mano tremante.
Poi su Mabel.
«Le servirà aiuto.»
«Ho Clara.»
«Grazie tante», disse Clara.
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