Nel bosco trovarono una cagnolina incinta legata a un pino: pochi minuti dopo accadde qualcosa di incredibile

Legata a un pino e senza acqua, stava per partorire: quello che accadde ai sette cuccioli cambiò per sempre un intero paese

«Fermo.»

Paolo alzò il pugno davanti a me e rimase immobile.

Eravamo a quasi un chilometro dalla strada forestale, su un vecchio sentiero dell’Appennino che ormai usavano soltanto i cacciatori, qualche cercatore di funghi e noi durante i controlli.

All’inizio sentii soltanto le foglie.

Poi il vento tra i pini.

Poi quel suono.

Debole.

Spezzato.

Un lamento così sottile che per un momento pensai fosse un ramo che sfregava contro un tronco.

Ma arrivò di nuovo.

«L’hai sentito?»

Paolo annuì.

Aveva sessantuno anni, quasi quaranta passati a lavorare tra boschi, strade di montagna, animali feriti e persone convinte che, lontano dagli occhi del paese, qualunque cosa potesse essere dimenticata.

Io mi chiamo Matteo Rinaldi.

All’epoca avevo quarantanove anni e lavoravo in una piccola unità di vigilanza ambientale della provincia.

Credevo di aver visto abbastanza per non sorprendermi più.

Mi sbagliavo.

Seguimmo il lamento scendendo fuori dal sentiero.

I rovi ci prendevano i pantaloni.

Il terreno era ripido.

Ogni venti o trenta metri ci fermavamo ad ascoltare.

Più ci avvicinavamo, più quel verso diventava chiaro.

Non più forte.

Più disperato.

Come se chi lo emetteva avesse capito che, finalmente, qualcuno stava arrivando e stesse usando le ultime energie rimaste per guidarci.

Superammo un gruppo di ginestre secche e arrivammo in una piccola radura.

Paolo davanti a me si fermò.

Non disse niente.

Io gli arrivai alle spalle.

E la vidi.

Era una cagna marrone e bianca, un incrocio robusto, con il muso largo e gli occhi scuri.

O almeno sarebbe stata robusta in condizioni normali.

In quel momento aveva le costole visibili, il collo troppo magro e un ventre enorme.

Era incinta.

Non semplicemente incinta.

Era talmente avanti nella gravidanza che bastava guardarla per capire che mancava pochissimo al parto.

Forse ore.

Forse un giorno.

Ma non fu la pancia a farmi gelare.

Fu la catena.

Una catena pesante girava attorno al tronco di un pino e terminava al suo collare.

Era cortissima.

Talmente corta che l’animale poteva stare seduto, poteva accucciarsi un po’, ma non poteva sdraiarsi completamente.

Provai a tirarla con una mano.

Meno di un metro.

Guardai Paolo.

Lui abbassò gli occhi.

A poco più di un passo dal muso della cagna c’era una tanica di plastica rovesciata.

Vuota.

Accanto, una ciotola di metallo.

Dentro non c’erano crocchette.

Solo terra e qualche ago di pino.

La cosa peggiore era la distanza.

La ciotola era abbastanza vicina da essere vista.

Abbastanza lontana da non poter essere raggiunta.

Ancora oggi non so se fosse stato fatto apposta.

Una parte di me preferirebbe pensare di no.

La cagna alzò la testa quando ci vide.

Non abbaiò.

Non ringhiò.

Non tentò neppure di tirare la catena.

Ci guardò.

Aveva gli occhi infossati e sporchi, ma dentro c’era ancora qualcosa.

Poi fece di nuovo quel piccolo verso.

E mosse la coda.

Una volta.

Piano.

Contro la terra.

Io rimasi lì come uno stupido.

Avevo davanti un animale sfinito, disidratato, legato a un albero con una pancia piena di cuccioli.

E quando vide due esseri umani, invece di avere paura, scelse ancora di fidarsi.

«Vado al mezzo.»

La voce di Paolo tremava appena.

«Prendo acqua, coperta e tronchese.»

Annuii.

Mi inginocchiai.

«Va bene, bella. Va bene.»

Mi sentii ridicolo a parlarle come faceva mia madre con il nostro vecchio cane quando ero bambino.

Era il 1979, avevo pochi anni e vivevamo tutti in una casa che oggi sembrerebbe minuscola: nonni al piano terra, noi sopra, orto dietro, galline, conserve in cantina e porte che d’estate restavano aperte perché nessuno pensava che ci fosse bisogno di chiuderle.

Mia madre diceva sempre:

«Con gli animali devi parlare piano. Non capiscono le parole, ma capiscono se sei venuto per fare del bene.»

Quella frase non mi tornava in mente da decenni.

Eppure, inginocchiato nella terra a quarantanove anni, la sentivo come se mia madre fosse dietro di me.

Allungai lentamente una mano.

La cagna non si ritrasse.

Quando riuscii a toccarle la testa, fece una cosa che mi spezzò.

Lasciò semplicemente cadere il peso del muso nel palmo della mia mano.

Non una carezza cercata.

Non una festa.

Era resa.

Come se avesse aspettato per giorni che qualcuno la toccasse senza farle male.

«Brava. Resistiamo ancora un poco.»

Le zampe anteriori erano sporche e arrossate.

Sul terreno vedevo i segni dei tentativi fatti per muoversi più avanti.

Probabilmente verso l’acqua.

Probabilmente verso la ciotola.

Quando Paolo tornò, versammo poca acqua alla volta in un recipiente.

Lei avrebbe voluto bere tutto insieme.

La fermammo.

«Piano, piccola.»

Bevve.

Alzò la testa.

Bevve ancora.

Poi arrivò il momento della catena.

Paolo infilò la tronchese.

Io tenevo una mano sul fianco della cagna.

Un colpo.

Niente.

Un secondo.

Il metallo cedette.

La catena cadde.

Per qualche secondo lei non si mosse.

Forse non aveva capito.

Poi fece un passo.

E la prima cosa che fece da libera non fu correre.

Non cercò cibo.

Non tentò di seguirci.

Si lasciò andare lentamente su un fianco.

Tutta intera.

Distese finalmente le zampe.

Appoggiò la pancia sulla terra fresca.

E sospirò.

Non saprei descrivere diversamente quel suono.

Un lungo respiro tremante.

Come una persona anziana quando torna a casa dopo una giornata interminabile e finalmente si toglie le scarpe.

Paolo si voltò verso gli alberi.

«Dammi un minuto.»

Non era uno che piangeva facilmente.

Aveva cresciuto tre figli, perso entrambi i genitori, lavorato in mezzo a incendi, incidenti e nevicate.

Ma quella volta non voleva farsi vedere in faccia.

Non ebbe il minuto che chiedeva.

La cagna cominciò ad agitarsi.

Si rialzò.

Fece due giri stretti.

Ansimò.

Mi guardò.

Poi il suo addome ebbe una contrazione evidente.

Paolo tornò subito accanto a me.

«Matteo…»

«Lo so.»

Non potevamo aspettare.

La caricammo sul mezzo utilizzando una coperta come sostegno.

Lei pesava pochissimo rispetto a quanto avrebbe dovuto.

Il ventre sembrava appartenere a un altro animale.

Chiamammo la veterinaria del paese più vicino.

La dottoressa si chiamava Anna Ferri.

Aveva cinquantasei anni e uno studio piccolo, quello dove finivano i gatti delle nonne, i cani dei contadini e ogni animale trovato sulla provinciale.

Quando le spiegammo la situazione, non perse tempo.

«Portatela qui.»

Poi sentii silenzio dall’altra parte.

«Aspettate. Ha contrazioni regolari?»

Guardai la cagna.

Un’altra contrazione.

«Sì.»

Anna sospirò.

«Allora forse non riuscite ad arrivare.»

Aveva ragione.

Eravamo ancora sullo sterrato quando nacque il primo cucciolo.

Paolo frenò.

«No, no, no…»

«Che vuoi fare? Dirle di aspettare?»

Per la prima volta quel giorno ridemmo.

Una risata nervosa, breve, quasi assurda.

Spostammo il mezzo in uno slargo.

Anna rimase al telefono.

Ci disse cosa controllare, come preparare le coperte, quando intervenire e soprattutto quando lasciare fare alla madre.

Il primo cucciolo era piccolo.

Marrone.

La madre si voltò immediatamente verso di lui.

Sfinita fino a pochi minuti prima, iniziò a pulirlo con una cura impressionante.

«Guarda.»

Paolo aveva gli occhi lucidi.

«Non ha più niente e pensa a lui.»

Il secondo nacque dodici minuti dopo.

Il terzo poco più tardi.

A quel punto chiamammo rinforzi e chiedemmo che qualcuno aspettasse sulla strada principale per guidarci verso lo studio veterinario.

Ma nessuno ci avrebbe più spostati.

Il parto era iniziato.

E sarebbe finito lì.

Il quarto cucciolo arrivò mentre Paolo teneva una torcia.

Il quinto mentre io cercavo di non pensare alla possibilità che qualcosa andasse storto.

Il sesto sembrò metterci un’eternità.

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