Per tutto il paese ero “il marito perfetto”, ma mia moglie morente conosceva la verità: a volte trattenevo il respiro quando la stringevo
«Luca… vieni qui. Non sistemarmi il cuscino. Non portarmi l’acqua. Vieni soltanto qui e abbracciami come facevi una volta.»
Sara batté piano la mano sul materasso, nello spazio vuoto accanto a lei.
Io rimasi fermo sulla porta.
Avevamo sessantatré anni lei e sessantasei io. Trentotto anni di matrimonio, due figli ormai adulti, una casa alla periferia di un piccolo paese marchigiano e una vita intera trascorsa a preoccuparci di quello che avrebbe detto la gente.
Eppure, in quel momento, non riuscivo a fare tre passi.
Sara era malata da quasi due anni.
La malattia le aveva tolto peso, forza, capelli, sonno, pudore. Negli ultimi mesi aveva cominciato a portarsi dietro anche un odore particolare, mescolato alle medicine, al sudore, alle creme e alle lenzuola cambiate di continuo.
Non era colpa sua.
Lo sapevo.
Dio solo sa quanto lo sapevo.
Ma il corpo non sempre obbedisce al cuore.
«Vieni?» ripeté.
La guardai.
Aveva ancora gli stessi occhi marroni della ragazza che avevo conosciuto alla festa patronale del 1987.
Solo più grandi, adesso, dentro un viso diventato troppo sottile.
Feci un passo.
Poi l’odore mi raggiunse.
Lo stomaco si contrasse.
Mi vergognai ancora prima che succedesse.
Sara se ne accorse.
Naturalmente.
Le mogli vedono cose che gli altri non vedono nemmeno quando sono sane, figurarsi dopo quasi quarant’anni passati a studiare ogni tuo silenzio.
«Non importa», disse.
Quelle due parole mi fecero più male di un rimprovero.
«Ho paura di farti male», mentii.
Mi avvicinai, le sistemai una coperta e le diedi un bacio veloce sulla fronte.
Un bacio educato.
Il bacio che si dà a una zia.
Non alla donna con cui hai condiviso il letto per metà della tua vita.
Sara voltò il viso verso la finestra.
Una lacrima le scese lungo la guancia.
Io uscii dalla stanza.
Nel corridoio mi appoggiai al muro e chiusi gli occhi.
In paese tutti mi chiamavano “il santo”.
Non apertamente, almeno non davanti a me.
Ma lo sapevo.
Lo dicevano al bar, in farmacia, al forno.
«Luca è un santo.»
«Non tutti gli uomini farebbero quello che fa lui.»
«Le cambia le lenzuola, le prepara le medicine, non la lascia mai sola.»
«Un marito d’altri tempi.»
Ogni volta che sentivo quelle frasi mi veniva voglia di scappare.
Perché il paese vedeva le buste della spesa.
Vedeva me che accompagnavo Sara alle visite.
Vedeva le tapparelle abbassate nel pomeriggio.
Vedeva le signore lasciare lasagne e crostate davanti alla porta.
Non vedeva me, alle due di notte, chiuso in bagno con lo stomaco sottosopra.
Non vedeva le volte in cui avevo desiderato che tutto finisse.
Non perché volessi perdere Sara.
Ma perché non sopportavo più di vederla soffrire.
Questa era la parte che non si poteva raccontare.
Perché noi eravamo cresciuti così.
La famiglia si protegge.
I problemi restano dentro casa.
Si sorride alla messa, al mercato e al pranzo della domenica.
Si dice: «Andiamo avanti.»
Mai: «Sto crollando.»
Mai: «Ho paura.»
Mai: «A volte il mio corpo rifiuta proprio la persona che amo di più.»
Sentii le unghie di Arturo ticchettare sul pavimento.
Arturo era il nostro vecchio levriero irlandese.
Un bestione grigio, spettinato, con il muso ormai bianco e le zampe rigide.
Sara lo aveva voluto undici anni prima.
Io avevo protestato per settimane.
«Diventa grande come un vitello.»
Lei aveva riso.
«Allora compreremo un divano più grande.»
Alla fine non avevamo comprato nessun divano.
Arturo aveva semplicemente occupato quello vecchio.
Quella sera mi passò accanto lentamente.
«No, vecchio mio.»
Cercai di prenderlo per il collare.
«Lascia stare. Sara deve riposare.»
Arturo mi ignorò.
Entrò in camera.
Io rimasi sulla soglia.
Avevo pensato una cosa assurda: se quell’odore dava fastidio a me, cosa avrebbe fatto a un cane?
Arturo aveva sempre riconosciuto Sara ancora prima che girasse la chiave nella porta.
E invece non esitò.
Andò al letto.
Appoggiò il muso accanto alla sua mano.
Sara lo guardò.
«Ciao, amore mio.»
Arturo spinse la testa sotto le sue dita.
Lei cominciò ad accarezzarlo.
Poi lui fece qualcosa che io non avevo avuto il coraggio di fare.
Si avvicinò ancora.
Appoggiò le zampe anteriori al materasso e affondò il muso contro il collo di Sara.
Inspirò.
Profondamente.
Non si ritrasse.
Non ebbe paura.
Non gli importava delle medicine, delle creme o di ciò che la malattia aveva cambiato.
Per Arturo quella donna era ancora Sara.
La persona che gli aveva dato pezzi di prosciutto sotto il tavolo.
Quella che gli parlava mentre stendeva i panni.
Quella che, quando era cucciolo, gli aveva permesso di salire sul letto nonostante avesse giurato a me il contrario.
Sara affondò il viso nel pelo del cane.
E scoppiò a piangere.
«Tu mi riconosci ancora.»
Mi sentii morire.
Non era una frase per Arturo.
Era per me.
Entrai nella stanza.
Mi sedetti sul letto.
Sentii arrivare di nuovo quella reazione, ma stavolta rimasi.
Respirai piano.
Poi abbracciai mia moglie da dietro.
Sara si irrigidì.
Solo un secondo.
«Sono qui», dissi.
La mia voce tremava.
«Scusami. Sono qui.»
Restammo così, stretti attorno ad Arturo, per non so quanto tempo.
Fu il primo momento in cui compresi che amare qualcuno non significa provare sempre le emozioni giuste.
A volte significa restare mentre una parte di te urla di andare via.
La mattina dopo mi svegliai con Sara ancora tra le braccia.
Arturo dormiva appoggiato ai suoi piedi.
Per qualche minuto nessuno si mosse.
Poi il mio telefono cominciò a vibrare.
Messaggi.
Il gruppo del quartiere.
La chat dei parenti.
Una foto scattata da qualcuno il giorno prima mentre buttavo la spazzatura.
Sotto avevano scritto:
“Questo è l’amore vero. Un uomo che non abbandona sua moglie.”
Seguivano decine di commenti.
Che uomo.
Che esempio.
Una rarità.
Sara è fortunata.
Lessi quelle parole e provai vergogna.
Sara aprì gli occhi.
«Ancora il telefono?»
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