Riportarono indietro quel vecchio gatto perché “non era più quello di una volta”. Poi la sua ex padrona tornò, ma Nino aveva già scelto
La prima volta che vidi Nino era rannicchiato nell’angolo di un piccolo ambulatorio veterinario, sopra un asciugamano piegato in quattro.
Sembrava volesse occupare meno spazio possibile.
Era un gatto rosso, o almeno doveva esserlo stato molti anni prima. A diciassette anni il pelo aveva perso brillantezza, il muso era diventato quasi bianco intorno agli occhi e sui fianchi spuntavano ciuffi spettinati che nessuna lingua riusciva più a mettere in ordine.
Aveva un orecchio leggermente tagliato, due zampe posteriori rigide e quel modo dignitoso degli animali anziani di nascondere il dolore finché possono.
Non miagolava.
Non graffiava.
Non chiedeva niente.
Guardava soltanto la porta.
Io, quel pomeriggio, ero entrato lì per lasciare una borsa piena di scatolette rimaste a casa dopo la morte della gatta di mia sorella.
Tutto qui.
Avevo sessantadue anni, vivevo solo in un appartamento alla periferia di Modena e avevo finalmente imparato a non riempire ogni silenzio.
Dopo la separazione, i figli ormai grandi, il lavoro che lentamente si avvicinava alla pensione, mi ero costruito una vita ordinata.
Caffè alle sette.
Giornale sul tavolo della cucina.
Spesa il giovedì mattina.
Telefonata a mia figlia la domenica sera.
Niente sorprese.
Niente creature da accudire.
Niente altri addii.
Stavo per andarmene quando sentii una voce femminile nel corridoio.
«No. Non è più davvero il mio gatto.»
Mi fermai.
La frase non fu pronunciata con cattiveria.
Forse sarebbe stato più facile se lo fosse stata.
La donna sembrava stanca, impaziente, quasi vergognosa di trovarsi lì.
Una ragazza dell’ambulatorio le chiese con delicatezza:
«Signora Lucia, è sicura? Ha vissuto con voi tanti anni.»
Ci fu qualche secondo di silenzio.
Poi arrivò la risposta.
«È troppo vecchio. Non è più quello di una volta.»
Guardai Nino.
Non si mosse.
Ma qualcosa cambiò nei suoi occhi.
Girò lentamente la testa verso la porta.
Conosceva quella voce.
Ne sono sicuro ancora oggi.
Non fece scenate. Non corse. Non iniziò a miagolare.
Semplicemente ascoltò.
Come se dentro quel corpicino magro ci fosse ancora una parte convinta che, da un momento all’altro, la donna avrebbe detto:
“Ho cambiato idea. Torniamo a casa.”
La porta si aprì.
Lucia entrò per pochi secondi.
Avrà avuto sessantasette, forse sessantotto anni. Capelli tinti con cura, una borsa buona stretta sotto il braccio, il cappotto abbottonato fino al collo nonostante dentro facesse caldo.
Posò un trasportino accanto alla parete.
Nino alzò la testa.
Per un istante cercò perfino di sollevarsi.
Le zampe posteriori tremarono.
Lei lo vide.
Distolse lo sguardo.
«Io non ce la faccio più», disse.
Poi uscì.
Nino rimase a fissare la porta chiusa.
Non so spiegare cosa mi fece quella scena.
Forse perché a una certa età cominci a riconoscere certe frasi anche quando vengono dette a qualcun altro.
“Non è più quello di una volta.”
Quante volte lo diciamo?
Di un padre che non ricorda più i nomi.
Di una madre che cammina troppo piano.
Di un marito che dopo una malattia non ha più la stessa energia.
Di una moglie che invecchia.
Di noi stessi davanti allo specchio.
A vent’anni pensi che il mondo sia fatto per chi corre.
A sessanta capisci che prima o poi tutti diventiamo quello che rallenta il passo.
Mi abbassai a qualche metro da lui.
«Brutta giornata, eh, vecchio mio?»
Nino non mi guardò.
Continuava a fissare la porta.
Aspettai.
Cinque minuti.
Dieci.
Forse quindici.
Nessuno mi disse di andare via.
A un certo punto si alzò.
Le zampe posteriori tremavano come quelle di mio padre negli ultimi anni, quando pretendeva ancora di scendere da solo le scale del condominio perché “non sono mica invalido”.
Nino fece un passo.
Poi un altro.
Arrivò fino alla mia scarpa.
E ci appoggiò sopra una zampa.
Solo quello.
Una zampa.
Nessun miracolo.
Nessuna musica.
Nessuna scena da film.
Un vecchio gatto stanco che poggiava la zampa sulla scarpa di uno sconosciuto.
Mi si chiuse la gola.
«Non farmi questo», sussurrai.
Nino strinse appena le dita sulla pelle della scarpa.
Fu allora che iniziai a fare mentalmente l’elenco delle ragioni per cui dovevo andarmene.
Veterinario.
Medicine.
Cibo specifico.
Peli sul divano.
Vacanze complicate.
Notti disturbate.
E soprattutto una cosa che non volevo ammettere.
Dolore.
Perché adottare un gatto di diciassette anni significa voler bene a qualcuno sapendo già che il tempo non sarà generoso.
Avevo già salutato troppe persone.
Non volevo allenarmi a un altro addio.
Poi guardai Nino.
Lui non chiedeva altri diciassette anni.
Non chiedeva di tornare giovane.
Non chiedeva miracoli.
Chiedeva una coperta.
Una ciotola.
Una finestra con un po’ di sole.
E soprattutto una porta che non significasse più essere mandato via.
Lo presi in braccio.
Pesava pochissimo.
Si irrigidì per qualche secondo, come se il suo corpo avesse imparato a non fidarsi troppo in fretta.
Poi appoggiò la testa contro il mio gomito.
«Va bene», dissi. «Hai vinto.»
La ragazza dell’ambulatorio sorrise con gli occhi lucidi.
Io invece guardai Nino.
«Ma ascoltami bene. Da casa mia non ti rimanda indietro nessuno.»
Quella sera sistemai due vecchie coperte accanto al divano.
Misi acqua fresca in una ciotola bassa e scaldai leggermente il suo cibo.
Nino attraversò l’appartamento con la prudenza di chi entra in chiesa dopo molti anni.
Annusava ogni mobile.
Ogni angolo.
Ogni porta.
Controllò perfino il corridoio tre volte.
Poi tornò alle coperte.
Fece un giro su se stesso.
Si sedette.
E mi guardò.
Aveva ancora gli occhi tristi.
Ma non erano più vuoti.
Le prime notti dormì poco.
Io pure.
Ogni volta che mi alzavo per andare in bagno, Nino apriva gli occhi di colpo.
Se prendevo le chiavi, diventava immobile.
Se aprivo la porta d’ingresso per buttare la spazzatura, lo trovavo al mio ritorno seduto nel corridoio.
Aspettava.
Non davanti alla ciotola.
Davanti alla porta.
Come se non avesse ancora deciso se credermi.
Passarono le settimane.
Nino imparò il rumore della mia macchina nel cortile.
Imparò che il microonde significava pappa tiepida.
Imparò che alle tre del pomeriggio un rettangolo di sole attraversava il tappeto del soggiorno.
Quello diventò il suo posto.
Ogni giorno, poco prima delle tre, lo vedevo trascinarsi lentamente verso la finestra.
Si sistemava nel sole e chiudeva gli occhi.
Sembrava un pensionato al bar del paese quando finalmente trova il tavolino giusto.
Di notte dormiva contro la mia gamba sinistra.
Non la destra.
Mai.
La sinistra.
Se provavo a spostarmi, mi guardava indignato.
A sessantadue anni scoprii che potevo essere sfrattato da metà letto da quattro chili scarsi di gatto.
E ne ero contento.
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