Il gatto arancione che svegliava il vicino alle 4:13 salvò un’anziana vedova e costrinse un intero condominio a ricordarsi cosa significa essere vicini
La prima volta che quel gatto arancione e grassoccio mi diede una zampata in faccia alle 4:13 del mattino, capii che la mia vita aveva preso una piega poco dignitosa.
Non ero finito per strada.
Non bevevo di nascosto.
Non avevo perso tutto.
Era peggio in un modo più silenzioso.
Avevo cinquantadue anni, dormivo su un letto singolo che cigolava, lavoravo troppe ore in un magazzino alla periferia di Bologna e cenavo spesso con minestrone scaldato direttamente nella tazza perché non avevo voglia di sporcare un piatto.
E adesso venivo giudicato prima dell’alba dal gatto della signora di fronte.
Si chiamava Biscotto.
Apparteneva ad Ada Bellini, settantasei anni, vedova da nove, tre cardigan quasi identici nell’armadio, una lampada buona accanto alla poltrona e quella voce bassa delle donne che hanno passato una vita a non disturbare nessuno.
Una sera bussò alla mia porta con Biscotto sotto il braccio.
Il gatto pendeva come un sacco di patate arancione, ma aveva lo sguardo di un padrone di casa venuto a controllare l’inquilino.
«Gianni, devo stare via qualche giorno.»
Ada cercò di sorridere.
«Esami.»
Solo quella parola.
Esami.
Come se stesse dicendo che doveva andare all’ufficio postale.
«Io non sono molto pratico di gatti.»
Biscotto mi fissò e sbadigliò.
Ada rise piano.
«Neanche lui è molto pratico di persone.»
Avrei dovuto capire tutto in quel momento.
Mi consegnò una borsa della spesa con bustine di cibo, una spazzola spelacchiata, alcune medicine e un foglio scritto in stampatello.
Ore dei pasti.
Quantità precise.
Coperta preferita.
Ciotola dell’acqua da cambiare due volte al giorno.
E una cosa assurda: Biscotto beveva meglio se lasciavo il rubinetto gocciolare per qualche secondo.
«Tre giorni», disse Ada.
Tre giorni diventarono sufficienti perché Biscotto prendesse possesso di casa mia.
La seconda mattina aveva già capito tutto.
Che rimandavo la sveglia.
Che lasciavo i bicchieri nel lavello.
Che rientravo dal lavoro e mi sedevo ancora con le scarpe addosso.
Che potevo cenare con quattro cracker e chiamarla “cena”.
Alle 4:13 precise mi colpiva la guancia con la zampa.
Non tirava fuori le unghie.
Non ne aveva bisogno.
Era umiliazione pura.
Poi camminava verso la cucina senza voltarsi.
Come se desse per scontato che l’avrei seguito.
E io lo seguivo.
Biscotto non miagolava.
Presentava reclami.
Se la ciotola era spostata di cinque centimetri, si sedeva davanti e aspettava.
Se la sua coperta aveva una piega sbagliata, mi guardava come se avessi mancato di rispetto ai suoi antenati.
Se il sabato dormivo oltre le otto, saliva sul letto.
Zampata.
Pausa.
Altra zampata.
Poi cucina.
In meno di tre giorni quel gatto aveva imposto a casa mia una disciplina che mia madre non era riuscita a insegnarmi in cinquant’anni.
Aprivo le persiane.
Lavavo la tazza del caffè invece di riutilizzarla fino a sera.
Mettevo pantaloni puliti.
Compravo perfino frutta.
Una mattina mi accorsi che avevo due mele sul tavolo.
Due.
Mele.
Non ricordavo l’ultima volta che ne avevo comprata una.
Biscotto si sedeva sul tappetino mentre mi radevo.
Mi aspettava dietro la porta quando rientravo.
Controllava il microonde mentre scaldavo gli avanzi con la faccia del vecchio zio che a Natale guarda il nipote tagliare male il prosciutto.
Una sera gli tagliai un pezzetto di pollo.
«Contento adesso?»
Lui batté lentamente le palpebre.
«Mi hai fatto lavare i piatti. Ho mangiato una zucchina. Stamattina ho perfino stirato una camicia.»
Silenzio.
Poi mi uscì una frase senza pensarci.
«Sembri convinto che quello da tenere sotto controllo sia io.»
Biscotto mi guardò.
E in quell’istante mi venne un pensiero stupido.
Forse quel gatto non stava cercando di trasformarmi in un bravo padrone temporaneo.
Forse stava solo facendo in modo che non sparissi.
Ada non tornò il terzo giorno.
Telefonò dall’ospedale la mattina successiva.
La voce era stanca.
«Gianni, mi tengono ancora una notte. Potresti prendere altre bustine a casa mia? La chiave è sotto il vaso azzurro.»
Entrai nell’appartamento di fronte.
Era semplice.
Ordinato.
Ma non freddo.
Accanto alla finestra c’era una poltrona consumata.
Su un bracciolo una coperta piegata.
Accanto, un cuscino schiacciato pieno di peli arancioni.
Sul tavolo trovai le medicine di Biscotto e un altro foglietto.
La grafia precisa di Ada.
C’era scritto:
“Quando qualcuno non torna, Biscotto si agita. Dopo cena siediti accanto a lui. Gli passa.”
Rimasi immobile.
Quella frase non era triste.
Ed era proprio quello il problema.
Era pratica.
La frase di una donna che aveva conosciuto abbastanza assenze da sapere che il dolore, prima o poi, entra nella lista delle faccende quotidiane.
Quella sera Biscotto finì di mangiare.
Si pulì le zampe.
Saltò sul mio divano.
Poi guardò il posto vuoto accanto a lui.
«Ho capito.»
Mi sedetti.
Restammo lì sotto la luce gialla della mia lampada economica.
Un magazziniere stanco e un gatto sovrappeso, entrambi impegnati a fingere di non aver bisogno di compagnia.
Gli grattai la testa.
Lui si appoggiò alla mia gamba.
Come per sbaglio.
Ada tornò il pomeriggio successivo.
Le riportai Biscotto.
«Grazie», disse.
«Figurati.»
Il gatto entrò nel suo appartamento.
Fece quattro passi.
Poi si voltò.
Mi guardò a lungo.
Niente scena da film.
Niente miagolio.
Solo quello sguardo.
Quella sera casa mia sembrò enorme.
Nessuna zampa sul pavimento.
Nessuno a criticare i miei avanzi.
Nessuno a costringermi ad alzarmi.
La domenica mattina Ada bussò.
Aveva due tazze di caffè.
«Io e Biscotto ci chiedevamo se volevi venire di là.»
Stavo per scherzare.
Poi vidi che la mano con cui reggeva una tazza tremava leggermente.
Guardai il mio appartamento alle spalle.
Sembrava una stanza affittata alla solitudine.
«Va bene.»
Da quel giorno la domenica diventò nostra.
Ada preparava un caffè capace di rimettere in piedi un morto.
Io portavo qualche pasta del forno sotto casa, spesso quelle avanzate e scontate verso mezzogiorno.
Biscotto si sedeva tra noi.
Supervisore.
Sindacalista.
Giudice.
Non chiamavamo quella cosa amicizia.
A una certa età certe parole mettono in imbarazzo.
Era semplicemente diventata un’abitudine.
E alcune abitudini tengono insieme una vita meglio di tante promesse.
Ada parlava del marito morto, Carlo.
Non raccontava la versione elegante.
Raccontava quella vera.
Carlo russava.
Bruciava il pane.
Comprava oggetti inutili perché «prima o poi serviranno».
Una volta aveva comprato quattro sedie da giardino quando non avevano ancora neppure il balcone.
«Diceva che bisogna vivere come se il futuro avesse già preso appuntamento.»
Quella frase mi rimase addosso.
Io avevo smesso di fare progetti da anni.
Non perché fossi disperato.
Semplicemente perché mi sembravano cose da persone più giovani.
Persone con mutui nuovi.
Figli piccoli.
Vacanze prenotate.
Io avevo turni.
Bollette.
Una madre sepolta al paese.
Un matrimonio finito molto tempo prima e una figlia adulta che viveva lontano, con cui parlavo meno di quanto avrei voluto ammettere.
La seconda domenica Ada mi disse il risultato degli esami.
Problemi al cuore.
Lo disse mentre mescolava lo zucchero.
«È grave?»
Scrollò le spalle.
«Alla mia età la parola grave cambia significato.»
Arrivarono nuove medicine.
Controlli.
Giornate buone.
Giornate in cui alzarsi dalla poltrona sembrava una trattativa.
Biscotto capiva prima di me quando Ada non stava bene.
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