A 52 anni aveva smesso di credere nelle seconde possibilità, poi quel gatto ignorato fece un gesto inatteso

Il gatto che nessuno voleva allungò una zampa con sette dita verso di me proprio quando avevo smesso di credere nelle seconde possibilità

Avevo cinquantadue anni, tre mesi di disoccupazione alle spalle e una stanchezza che non si vedeva nelle analisi del sangue.

Ero entrata nel piccolo rifugio per animali del quartiere senza nessuna intenzione di adottare un gatto.

Ero entrata soltanto perché non avevo voglia di tornare a casa.

Il mio appartamento era un bilocale sopra una lavanderia a gettoni, alla periferia di Bologna. Il frigorifero ronzava giorno e notte, nel lavello c’erano sempre due piatti da lavare e la sera il silenzio diventava così pesante che accendevo la televisione anche senza guardarla.

Per ventisette anni avevo lavorato nell’amministrazione di una piccola azienda.

Poi, un lunedì mattina, mi avevano chiamata in ufficio.

“Stiamo riorganizzando.”

Una frase educata.

Pulita.

Quasi elegante.

Dopo ventisette anni, la mia vita lavorativa era finita dentro una scatola di cartone con una tazza sbeccata, una piantina mezza secca e due fotografie di famiglia.

Io continuavo a dire a tutti che stavo bene.

A mia sorella Lucia.

Alla vicina del piano di sotto.

Alla signora del forno.

“Come va, Marisa?”

“Bene, bene.”

Noi della mia generazione siamo cresciuti così.

Si stringono i denti.

Si sistema la tovaglia.

Si offre il caffè.

E i guai veri si tengono in cucina, possibilmente con la porta chiusa.

Quel pomeriggio, invece di salire in casa, avevo continuato a camminare.

Ero passata davanti al mercato rionale, alla farmacia, al bar dove alcuni pensionati giocavano a carte.

Poi avevo visto il cartello del rifugio.

“Entrata libera.”

Così entrai.

I gatti più belli erano nelle gabbie davanti.

Pelo lucido.

Occhi grandi.

Muso perfetto.

Una coppia giovane indicava una micetta bianca come se avesse già deciso dove sarebbe stata meglio in fotografia.

Poi, in fondo, vidi lui.

Un gatto grigio e bianco seduto storto sopra una coperta consumata.

Un occhio guardava me.

L’altro sembrava interessato a qualcosa alla mia sinistra.

Aveva un orecchio piegato e una delle zampe anteriori enorme.

Quando si alzò e la appoggiò contro le sbarre, contai le dita.

Una.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Sette.

Sette dita.

Sembrava assemblato durante una giornata particolarmente confusa.

Una ragazza del rifugio mi si avvicinò.

Avrà avuto trentacinque anni. Capelli raccolti male, felpa consumata, faccia stanca ma gentile.

“Quello è Oliviero.”

“Da quanto è qui?”

Lei esitò.

“Più di tutti gli altri.”

Non serviva chiedere perché.

Ci sono cose che nessuno dice ad alta voce.

Le persone vogliono l’amore facile.

Quello bello da mostrare.

Quello che fa dire agli altri: “Che meraviglia.”

Oliviero non era una meraviglia secondo i criteri comuni.

Era storto.

Strano.

Con una zampa che sembrava un guanto da forno.

“Ha problemi di salute?”

“No. È nato così. Mangia, corre, combina disastri. È normalissimo. Solo…”

“Solo?”

“Non ha l’aspetto che la gente immagina quando pensa al gatto perfetto.”

Oliviero infilò quella zampa enorme tra le sbarre.

Un’unghia rimase impigliata nel mio cardigan.

Provai a liberarmi.

Lui tirò.

“Lascia.”

Tirò ancora.

La ragazza rise.

“Mi sa che ha deciso.”

Avrei dovuto ridere anch’io.

Invece mi si chiuse la gola.

Perché conoscevo quella sensazione.

Essere quello che passa inosservato.

Quello che forse richiameranno.

Quello che era valido, sì, però…

Troppo esperto.

Troppo costoso.

Troppo vecchio per ricominciare.

Troppo stanco per sembrare entusiasta davanti a qualcuno di trent’anni che ti domanda dove ti vedi tra cinque anni.

Guardai Oliviero.

Lui guardò un punto imprecisato vicino al mio orecchio.

La ragazza disse piano:

“È dolcissimo. Solo che la gente non sa bene cosa farsene di un animale… particolare.”

Per poco non risposi:

“Benvenuto nel club.”

Invece dissi:

“Dove si firmano i documenti?”

La sera stessa pensai di aver fatto la più grande sciocchezza della mia vita.

Oliviero non mi fu affatto riconoscente.

Non si accoccolò sulle mie ginocchia.

Non iniziò a fare le fusa curando magicamente tutte le ferite della mia esistenza.

Rovesciò un bicchiere.

Entrò dietro il frigorifero.

Rubò un calzino dallo stendino.

Si arrampicò sulla tenda del soggiorno finché il bastone cadde con un colpo tremendo.

Saltammo entrambi.

Io mi portai le mani alla faccia.

“Ma sei impazzito?”

Oliviero si sedette.

I due occhi guardarono due direzioni diverse.

Sembrava sinceramente convinto che quella irresponsabile fossi io.

Alle nove di sera avevo sabbietta sul pavimento, acqua sotto il tavolo e una tenda mezzo staccata.

Ed ero già abbastanza arrabbiata con la vita da dire una cosa orribile.

“Forse c’è un motivo se nessuno ti voleva.”

Oliviero si fermò.

Anch’io.

Le parole rimasero nella stanza.

Brutte.

Piccole.

Cattive.

Mi vergognai subito.

Perché non stavo parlando di lui.

Stavo parlando di me.

Nessuno aveva scelto me da parecchio tempo.

Non il mio vecchio datore di lavoro.

Non le aziende a cui avevo mandato il curriculum.

Non la vita che mi ero immaginata quando avevo trent’anni e pensavo che essere seria, onesta e puntuale bastasse a mettere al sicuro il futuro.

Spensi la luce della cucina.

Mi sedetti per terra.

Non ero coraggiosa.

Non ero positiva.

Ero soltanto stanca.

Quella stanchezza che trasforma anche preparare una minestra in una montagna.

Quella stanchezza che ti fa rimandare una telefonata per tre giorni.

Quella che ti fa pensare che tanto nessuno si accorgerebbe della differenza se tu smettessi di partecipare alla vita degli altri.

Il telefono non squillò.

Nessuno bussò.

Dal piano di sotto arrivava il rumore delle lavatrici.

Poi sentii un passo strano.

Tac.

Tac-tac.

Tac.

Oliviero comparve nel corridoio.

Si avvicinò lentamente.

Come se non fosse certo che me lo meritassi.

Poi salì sulle mie gambe.

Era più pesante di quanto sembrasse.

Si sistemò male.

Mi piantò quella zampa enorme sul petto.

Alzò la testa.

Un occhio guardava il mio viso.

L’altro, probabilmente, il pensile.

E cominciò a fare le fusa.

Io iniziai a piangere.

Piansi come non facevo dal funerale di mia madre.

Non con eleganza.

Non in silenzio.

Piansi con il naso che colava e le spalle che tremavano.

Oliviero rimase lì.

Non risolse niente.

Non mi trovò un lavoro.

Non pagò l’affitto.

Non disse che sarebbe andato tutto bene.

Rimase.

A volte è molto più di quanto facciano gli esseri umani.

La mattina dopo vomitò sul mio unico tappetino decente del bagno.

Quella fu la sua idea di nuovo inizio.

Lo guardai.

Lui guardò me.

Poi fece un miagolio piccolissimo.

Non sembrava una richiesta di scusa.

Sembrava più:

“È successo. Adesso arrangiati.”

Scoppiai a ridere.

Una risata breve.

Arrugginita.

Ma vera.

Pulii il tappetino.

Cambiai la sabbia.

Riempii la ciotola.

Misi su il caffè.

Quando la caffettiera iniziò a borbottare, mi resi conto che avevo già fatto quattro cose senza dovermi convincere.

Da settimane ogni gesto richiedeva una trattativa con me stessa.

Quel giorno no.

Oliviero aspettava vicino alla cucina come un piccolo mostro medievale.

Appoggiò per un secondo la zampa sul mio piede.

Come per dire:

“Sei in piedi. Adesso continua.”

Le cose non migliorarono all’improvviso.

I soldi sul conto continuavano a diminuire.

Io continuavo a mandare curriculum.

Oliviero continuava a essere un disastro.

Rubava il pane.

La prima volta lo trovai nel corridoio mentre trascinava mezza rosetta come se avesse cacciato un cinghiale.

Odiava la tenda della doccia.

Non l’acqua.

Non il bagno.

Proprio la tenda.

La assaliva ogni mattina con un rancore personale incomprensibile.

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