Il giorno dopo il funerale di nonno Arturo, trovai la sua vecchia gatta sotto il letto ad aspettarlo ancora

Il giorno dopo il funerale di nonno Arturo trovai la sua vecchia gatta sotto il letto. Poi lei mi condusse a una lettera nascosta

Vidi prima gli occhi.

Due piccoli dischi gialli nel buio, immobili sotto il letto di mio nonno Arturo.

Il funerale era stato il giorno prima.

Sul tavolo della cucina c’erano ancora vassoi coperti con la stagnola, mezze bottiglie d’acqua, tazzine sporche e una teglia di lasagne che una vicina aveva portato senza nemmeno bussare.

Il telefono aveva quasi smesso di squillare.

I parenti, invece, avevano già cominciato con le parole che arrivano sempre dopo un funerale.

“Bisogna essere pratici.”

“Dobbiamo svuotare la casa.”

“Prima vendiamo, meglio è.”

Ma sotto quel letto non c’era niente di pratico.

C’era Mina.

Quindici anni, forse sedici.

Nessuno ricordava con precisione quando nonno Arturo l’avesse trovata. Diceva soltanto che una mattina d’autunno una gattina spelacchiata gli era entrata nel garage mentre cambiava l’olio alla vecchia utilitaria.

“Ha scelto lei,” ripeteva.

Adesso Mina era magra, con il muso diventato quasi tutto grigio e le zampe posteriori un po’ rigide.

Non si nascondeva da noi.

Aspettava lui.

Mi sdraiai sul pavimento ancora con i pantaloni buoni del funerale.

“Mina…”

Niente.

Guardava la porta.

Allungai una mano.

Per un momento credetti che mi avrebbe graffiato.

Invece sentii la sua testa premere appena contro le mie dita.

Fu lì che crollai quasi.

Non davanti alla bara.

Non quando il sacerdote aveva pronunciato il nome di mio nonno.

Non quando avevamo accompagnato il feretro fuori dalla chiesa del paese mentre le donne anziane facevano il segno della croce.

Fu sotto quel letto, con la polvere sulla giacca e una vecchia gatta che continuava ad aspettare un uomo che non sarebbe più rientrato.

Più tardi, in cucina, cominciarono a parlare di lei.

Nessuno era cattivo.

Questo rendeva tutto peggiore.

Mia zia Claudia disse che Mina era troppo vecchia per cambiare casa.

Mio cugino Paolo propose un rifugio.

Qualcuno mormorò che, a quell’età, forse sarebbe stato persino più misericordioso “non trascinare le cose”.

Io tenevo in mano la tazza marrone scheggiata di nonno Arturo.

Quella che mia nonna aveva tentato di buttare almeno venti volte.

Lui la recuperava sempre.

“Finché tiene il caffè, fa il suo mestiere.”

All’improvviso mi tornò in mente una sera di cinque anni prima.

Nonna Teresa era morta da pochi mesi.

Ero entrato in cucina senza bussare e avevo trovato nonno Arturo seduto vicino alla finestra, con Mina sulle ginocchia.

Aveva la televisione spenta.

Una cosa rarissima.

Mi aveva detto:

“Adesso siamo rimasti io e questa bestiaccia. Almeno quando mi muovo per casa sento che c’è qualcuno.”

Avevo sorriso.

Pensavo fosse una battuta.

Dopo il suo funerale, capii che non lo era.

Tornai in camera.

Mi sdraiai di nuovo a terra.

“Va bene,” dissi a Mina. “Non so come fare. Ma in un posto sconosciuto non ci vai.”

Ci vollero venticinque minuti per convincerla a entrare nel trasportino.

Durante il viaggio verso Bologna non fece un verso.

Quasi avrei preferito sentirla lamentarsi.

Nel mio appartamento si mosse come un fantasma.

Usciva soltanto quando tutto taceva.

Beveva poco.

Mangiava meno.

Di notte la sentivo camminare lentamente nel corridoio.

Entrava in camera.

Poi in cucina.

Poi in salotto.

E ogni tanto emetteva un miagolio sottile, rotto.

Non sembrava il verso di un gatto.

Sembrava una domanda.

Ogni volta mi si stringeva lo stomaco.

Una parte di me, lo ammetto, si aspettava qualcosa di diverso.

Il momento tenero.

La gratitudine.

Lei che mi guardava come per dire: “Hai salvato me, adesso io salverò te.”

Sono sciocchezze che pensiamo perché nei film il dolore deve sempre avere una forma elegante.

Il vero dolore non ce l’ha.

Il dolore è un animale vecchio che attraversa una casa sconosciuta cercando la voce che gli rispondeva sempre.

Al quarto giorno aprii uno scatolone portato dalla casa di nonno Arturo.

Dentro c’erano un paio di libri, una radio portatile, alcune fotografie e il suo vecchio cardigan marrone.

Quello pesante, con un gomito consumato e due bottoni diversi dagli altri.

Lo buttai sul divano senza pensarci.

Un’ora dopo trovai Mina rannicchiata al centro.

Aveva il muso infilato nella manica.

Non dormiva davvero.

Respirava soltanto lì dentro.

Mi sedetti sul pavimento.

E piansi.

Non come si piange ai funerali, quando sai di essere osservato e cerchi di restare composto.

Piansi come un bambino.

Con il naso che cola.

Con il petto che fa male.

Con quella vergogna assurda che arriva quando scopri che stavi tenendo tutto insieme soltanto perché avevi paura di vedere cosa sarebbe successo mollando la presa.

Mina sollevò la testa.

Mi guardò.

“Lo so,” dissi tra le lacrime. “Sono arrivato tardi anch’io.”

Da quel giorno qualcosa cambiò.

Poco.

Ma abbastanza.

Cominciò a mangiare qualche boccone in più.

Accettava le carezze dietro le orecchie.

Si sedeva sul divano vicino a me, lasciando sempre una distanza precisa tra il suo corpo e il mio.

Come se mi stesse provando.

Un pezzetto alla volta.

Tre settimane dopo, durante il pranzo della domenica nella casa di nonno, mia zia Claudia mi fece la domanda che spaccò la famiglia.

“Quanto pensi di spendere per quella gatta?”

Lo disse mentre sul tavolo c’erano piatti di pasta al forno e polpette fredde, perché ormai nessuno aveva veramente fame.

La casa doveva essere liberata.

C’erano armadi da svuotare, bollette da chiudere, carte da controllare.

Io ero appena tornato dal veterinario.

Mina beveva troppo.

Perdeva peso.

Aveva iniziato a rifiutare persino il cibo tiepido che prima almeno assaggiava.

Il veterinario era stato gentile.

Troppo gentile.

Mi aveva parlato dei reni.

Di analisi.

Di farmaci.

Di alimentazione specifica.

Di tempo che forse potevamo guadagnare, senza promettere quanto.

Poi mi aveva mostrato il preventivo.

Mia zia mi guardava con le braccia incrociate.

“Non ti sto giudicando,” disse. “Ma hai già perso giornate di lavoro. E questa casa non si svuota da sola.”

Dal corridoio Paolo commentò:

“Ha sedici anni. Bisogna anche essere realistici.”

Quella parola.

Realistici.

Dopo un funerale tutti diventano realistici con i sentimenti degli altri.

Posai lentamente la scatola che avevo in mano.

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