Il gatto arancione di nonna Teresa mi trattava come un intruso, finché una domenica scoprii che aveva visto il pericolo molto prima di tutti noi
«Marco, quella è la mia sedia.»
Nonna Teresa lo disse con un sorriso, ma prima ancora che riuscissi ad alzarmi, Ruggine era già saltato sul tavolo della cucina e aveva spinto il mio cucchiaino sul pavimento.
Non il tovagliolo.
Non la zuccheriera.
Il mio cucchiaino.
Lo guardai.
Lui guardò me.
Poi si sedette come un vecchio capomastro soddisfatto del lavoro fatto.
«Quel gatto mi odia.»
Nonna Teresa inzuppò un biscotto nel caffellatte.
«No. Deve solo capire chi sei.»
Avevo trentotto anni ed ero tornato a vivere nella casa di mia nonna.
Già questo, per il mio orgoglio, bastava.
Dopo quindici anni a Milano mi ero raccontato che sarei tornato nel paese solo per Natale, qualche matrimonio e i funerali inevitabili della vita adulta.
Invece eccomi lì.
Valigia nella cameretta dove da bambino dormivo durante le vacanze estive, vecchi adesivi ancora sulla porta dell’armadio e una madre morta da sette anni che sembrava presente in ogni fotografia.
Il mio lavoro era diventato sempre più precario.
Lo stipendio non seguiva l’affitto.
Le bollette salivano.
La spesa costava ogni mese qualcosa in più.
Avevo resistito finché potevo, poi una sera avevo telefonato a nonna Teresa.
«Solo per qualche mese.»
Lei non aveva fatto domande.
«La casa è grande. E troppo silenziosa.»
Ruggine, invece, sembrava avere parecchie domande.
Era un gatto arancione enorme, con un orecchio segnato da una vecchia cicatrice e una faccia larga da pensionato che ha passato quarant’anni a discutere al bar.
Nonna lo aveva trovato anni prima vicino ai cassonetti dietro il mercato.
Da allora lui l’aveva eletta a sua unica autorità morale.
La seguiva in cucina.
La aspettava fuori dal bagno.
Dormiva ai piedi della sua poltrona.
Quando lei si alzava di notte, si alzava anche lui.
Con me era diverso.
Se lasciavo il telefono sul divano, lo buttava giù.
Se piegavo i panni, ci si sdraiava sopra.
Se abbracciavo nonna, si infilava tra noi come un piccolo carabiniere arancione.
Una volta comprai dei bocconcini costosi per corromperlo.
Ruggine ne annusò uno, mi guardò come se avessi insultato sette generazioni della sua famiglia e se ne andò.
Dieci secondi dopo nonna Teresa prese lo stesso bocconcino.
Lui lo divorò.
«È falso.»
«Ha istinto.»
«Ha cattiveria.»
Lei rise.
Nonna rideva quasi sempre.
Rideva delle ginocchia che scricchiolavano.
Delle pensioni che bastavano sempre meno.
Dei miei capelli che si stavano diradando.
Conservava gli elastici, lavava i sacchetti di plastica e teneva in un cassetto tovaglioli di carta avanzati da comunioni celebrate vent’anni prima.
«Non si butta niente.»
Era la frase della sua generazione.
Avevano avuto poco e per questo trattavano ogni cosa come se potesse servire durante la prossima guerra.
La sera sentivo nonna parlare con Ruggine.
«Siamo rimasti noi due, eh?»
Quella frase avrebbe dovuto ferirmi.
Invece mi faceva vergognare.
Perché tecnicamente vivevo con lei.
Ma non ero davvero con lei.
Stavo sempre sul telefono.
Controllavo messaggi di lavoro.
Facevo conti.
Cercavo nuove offerte.
Mi comportavo come se la mia vita vera fosse da qualche altra parte e quella casa fosse soltanto una sala d’attesa.
Ruggine, invece, era presente.
Sempre.
Fu lui a notare le cose prima di me.
Un pomeriggio tornai e trovai nonna Teresa davanti al frigorifero aperto.
Immobilizzata.
«Nonna?»
Si voltò.
«Eh?»
«Cosa cerchi?»
Guardò dentro il frigorifero.
Poi me.
Sorrise troppo in fretta.
«Niente. Mi ero dimenticata.»
Succede, pensai.
Una settimana dopo mi chiamò col nome di mia madre.
Si bloccò.
Poi rise.
«Sai che siete uguali di profilo?»
Risi anch’io.
Era più facile.
Ruggine non rise.
Da quel periodo diventò ancora più appiccicoso.
Dormiva davanti alla porta della sua camera.
Se lei tossiva, alzava immediatamente la testa.
Se rimaneva troppo tempo in bagno, cominciava a camminare avanti e indietro nel corridoio.
Io lo chiamavo esagerato.
Poi arrivò quella sera.
E smisi.
Rientrai tardi.
Avevo avuto una giornata orribile, il conto quasi vuoto e una rabbia stupida contro tutto.
Ruggine mi aspettava all’ingresso.
Miagolava forte.
«Non stasera.»
Mi girò intorno alle gambe.
Corse verso la cucina.
Tornò.
Miagolò ancora.
«Ho detto basta.»
Lo scavalcai.
Lui soffiò.
Ruggine non aveva mai soffiato contro di me.
Poi sentii il rumore.
Vetro che si rompeva.
Corsi in cucina.
Nonna Teresa era appoggiata al mobile, quasi accovacciata.
Pallida.
Una bottiglia di succo era esplosa sul pavimento.
«Mi è girata un po’ la testa.»
Lo disse con vergogna.
Come se fosse colpa sua.
La feci sedere.
Le diedi dell’acqua.
Le tenni la mano finché il colore non tornò sul viso.
Ruggine rimase premuto contro la sua caviglia.
Ogni tanto guardava lei.
Poi guardava me.
Quella sera capii.
Non era geloso.
Era di guardia.
E io ero arrivato tardi.
Da allora iniziai a osservare.
Davvero.
Il fornello acceso sotto una pentola vuota.
Le lettere delle utenze infilate nel cassetto degli strofinacci.
Due bollettini pagati due volte.
Le chiavi trovate dentro il portapane.
Il sale messo nel frigorifero.
Piccole cose.
Niente di abbastanza clamoroso da fare paura da solo.
Tutte insieme erano un campanello che suonava senza smettere.
Cominciai a fare liste.
Medicine.
Scadenze.
Numeri del medico.
Spesa.
Appuntamenti.
Numeri da chiamare in caso di emergenza.
Ruggine diventò il mio supervisore.
Se dimenticavo il bicchiere d’acqua di nonna, si sedeva vicino al lavandino e miagolava.
Se lei spariva nel corridoio troppo a lungo, veniva a cercarmi.
Se lavoravo al computer con le cuffie, mi dava una zampata sulla gamba.
Pensavo di aver imparato il suo linguaggio.
In realtà avevo semplicemente cominciato ad ascoltare.
La notte peggiore arrivò a novembre.
Alle due e qualcosa sentii un peso cadermi sul petto.
Ruggine.
Aprii gli occhi e ricevetti una zampata sulla guancia.
«Ma sei impazzito?»
Saltò a terra.
Corse alla porta.
Miagolò.
Fu allora che vidi la luce accesa nella camera di nonna.
Il letto era vuoto.
Il bagno vuoto.
La cucina vuota.
La porta d’ingresso era socchiusa.
Uscii in calzini.
Nonna Teresa era quasi arrivata al cancello.
Camicia da notte, cardigan e borsa stretta sotto il braccio.
«Nonna!»
Si voltò sorpresa.
«Non volevo svegliarti.»
«Dove vai?»
Guardò verso la strada.
«A prendere Paolo.»
Paolo era mio zio.
Aveva cinquantadue anni.
Viveva a Bologna.
Ma negli occhi di nonna, in quel momento, era un bambino che aspettava fuori da scuola.
«Si spaventa se arrivo tardi.»
Sentii il cuore scendere fino allo stomaco.
Mi avvicinai piano.
«Paolo è al sicuro.»
Lei mi fissò.
Dietro di me apparve Ruggine.
Si sedette sul gradino.
Nonna lo guardò.
Poi guardò me.
«Io conosco la tua faccia.»
La voce era piccola.
«Ma non riesco a mettere il tuo nome al posto giusto.»
La riportai dentro.
Preparai una camomilla che nessuno bevve.
Quando lei tornò a dormire, rimasi in cucina fino all’alba.
Ruggine sulla sedia accanto a me.
Io piansi in silenzio.
Non perché aveva dimenticato il mio nome.
O almeno non soltanto.
Piangevo per la vergogna che avevo sentito nella sua voce.
Come se dimenticare fosse maleducazione.
Come se ci dovesse delle scuse per una mente che cominciava a perdere qualche strada.
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