Il bambino malato vendeva limonata per salvare il suo gatto. Anni dopo, sua madre dovette scegliere chi meritava davvero quel denaro
«Signora, suo figlio non sta raccogliendo soldi per sé.»
Sara rimase immobile dietro la tenda della cucina.
Fuori, davanti al cancello della loro villetta in un paese della provincia emiliana, suo figlio Nicolò sedeva da quasi tre ore dietro un tavolino pieghevole.
Aveva otto anni.
Era magro al punto che le maniche della maglietta gli cadevano sulle braccia.
Accanto a lui c’era Generale, un vecchio gatto tigrato con un occhio solo e un papillon storto fatto a mano.
Sul tavolo, una brocca di limonata.
Qualche bicchiere di carta.
Cinque pupazzetti per gatti costruiti con lana, spago e pezzi di stoffa.
E un barattolo trasparente per le offerte.
Nessuno si era fermato.
La gente del quartiere sapeva che Nicolò era molto malato.
Sapeva che le cure non stavano più funzionando.
Sapeva anche che Sara, rimasta sola da anni, aveva smesso di lavorare a tempo pieno per assisterlo.
Ma invece di avvicinarsi, molti avevano cominciato a cambiare marciapiede.
Non per cattiveria, almeno così si raccontavano.
Per paura.
Perché quando non sai cosa dire a una madre che sta perdendo un figlio, a volte fai la cosa peggiore.
Non dici niente.
Una donna passò con due bambini e accelerò.
Il più piccolo indicò Generale.
«Mamma, posso accarezzarlo?»
La donna gli strinse la mano.
«No, siamo in ritardo.»
Nicolò abbassò gli occhi.
Poi accarezzò il gatto.
«Tranquillo, Generale. Vedrai che qualcuno arriva.»
Sara sentì quelle parole dalla finestra e si portò una mano alla bocca.
Pensava che Nicolò volesse soltanto sentirsi un bambino normale per un pomeriggio.
Non sapeva tutto.
Sotto il barattolo delle offerte, fissato al tavolo con due pezzi di nastro adesivo, c’era un foglio a quadretti.
Nicolò lo aveva scritto la sera prima.
Con una calligrafia storta.
Sara dormiva sul divano.
Lui invece aveva acceso la piccola lampada sul comodino e aveva scritto quello che non aveva avuto il coraggio di dirle.
La sua paura più grande non era morire.
Era lasciare Generale.
Il gatto aveva bisogno di cibo speciale, medicine e controlli frequenti.
Nicolò aveva sentito sua madre parlare al telefono di bollette, rate e soldi mancanti.
Aveva capito molto più di quanto Sara immaginasse.
Per questo vendeva limonata.
Non voleva giocattoli.
Non voleva una console.
Non voleva andare in vacanza.
Voleva lasciare abbastanza denaro perché Generale potesse restare con sua madre fino alla fine dei suoi giorni.
Poi arrivò il rumore.
Prima lontano.
Poi sempre più forte.
Un rombo profondo che fece vibrare i vetri delle finestre.
Nicolò alzò la testa.
Dietro l’angolo comparve un grosso fuoristrada verde scuro, sporco di fango.
Dietro ne arrivò un altro.
Poi un altro ancora.
Erano una ventina.
Un gruppo di appassionati di fuoristrada stava rientrando da una giornata sulle colline.
Il primo mezzo rallentò davanti al tavolino.
Alla guida c’era Mauro, sessant’anni, barba grigia, braccia grosse e mani segnate da una vita passata tra officine, cantieri e motori.
Spense il motore.
Scese.
I vicini guardarono dalle finestre.
Nicolò rimase seduto.
Mauro si avvicinò.
Guardò il bambino.
Poi il gatto.
«E questo signore elegante chi sarebbe?»
Nicolò sorrise appena.
«Generale.»
«Generale e basta?»
«È il mio guardiano.»
Mauro si chinò e lasciò che il gatto annusasse le sue dita.
«Ha l’aria di uno che non si fa comandare.»
«Infatti.»
Per la prima volta quel giorno Nicolò rise.
Mauro indicò la limonata.
«Quanto costa?»
«Cinquanta centesimi.»
«E quei giochini?»
«Un euro. Però prima deve leggere il foglio.»
Nicolò sollevò il barattolo.
Mauro prese il biglietto.
Lesse lentamente.
“Non vendo la limonata solo per vendere la limonata.
Presto io non ci sarò più.
La mamma avrà tante spese e Generale ha bisogno delle sue medicine.
Vorrei raccogliere abbastanza soldi perché lei non debba mai darlo via.
Se comprate qualcosa, state aiutando il mio migliore amico a restare a casa.”
Mauro non finì subito.
Rilesse l’ultima frase.
Poi si tolse gli occhiali.
Dietro di lui, i motori degli altri mezzi continuavano a borbottare.
Nicolò aspettava.
Mauro infilò una mano nel portafoglio.
Tirò fuori una banconota.
La mise sotto il barattolo.
«Un bicchiere.»
Nicolò sgranò gli occhi.
«Ma sono cento euro.»
«Lo so.»
«Non ho il resto.»
«Nemmeno io.»
Mauro sorrise con gli occhi pieni d’acqua.
Poi prese la radio.
«Ragazzi.»
La voce gli tremò.
«Scendete tutti.»
Quella telefonata cambiò il pomeriggio.
Nel giro di un’ora la strada era piena.
Arrivarono altri fuoristrada.
Auto d’epoca.
Furgoni.
Motociclisti.
Amici di amici.
La voce corse più veloce di qualsiasi pubblicità.
Gli uomini e le donne si misero in fila davanti al tavolino.
Tutti leggevano il biglietto.
Molti cercavano di non piangere.
Quasi nessuno ci riusciva.
Sara uscì di casa pensando che fosse successo qualcosa.
Vide la strada bloccata.
Vide suo figlio circondato da decine di persone.
Corse verso di lui.
Mauro la fermò delicatamente.
«Signora, non si spaventi.»
«Che succede?»
Lui indicò Nicolò.
«Suo figlio sta cercando di sistemare il futuro prima di andarsene.»
Sara non capì.
Poi Mauro le mise in mano il foglio.
Quando arrivò alla frase su Generale, le gambe cedettero.
Si sedette sul gradino del vialetto.
Nicolò la vide.
«Mamma, non volevo farti piangere.»
Lei lo strinse così forte che il bambino protestò.
«Mi schiacci.»
«Scusa.»
«Generale però deve restare con te.»
Sara non riusciva a parlare.
«Me lo prometti?»
Lei annuì.
«Te lo prometto.»
Quella sera contarono più di diecimila euro.
Nicolò continuava a chiedere se avessero sbagliato.
Mauro rideva.
«No. Sei tu che hai sbagliato mestiere. Dovevi fare il commerciante.»
Nei fine settimana successivi il tavolino diventò un appuntamento.
Quando Nicolò non ebbe più la forza di restare seduto su una sedia normale, gli amici costruirono una poltrona imbottita con le ruote.
Generale gli stava sempre in grembo.
Le persone arrivavano anche da altri paesi.
Qualcuno comprava un bicchiere.
Qualcuno lasciava una busta.
Qualcuno non diceva nulla e infilava soldi nel barattolo.
Alla fine la cifra raccolta superò ogni previsione.
Una parte servì a pagare debiti e spese.
Una parte venne messa da parte esclusivamente per Generale.
E quando diventò chiaro che restavano molti più soldi di quanti il gatto avrebbe mai potuto utilizzare, Sara prese una decisione insieme a Mauro.
Avrebbero creato un piccolo fondo.
Un fondo per aiutare famiglie colpite da malattie gravi che rischiavano di non poter più curare i propri animali.
Nicolò approvò.
«Così Generale avrà degli amici.»
Morì un martedì mattina.
Sara gli teneva la mano.
Generale dormiva contro il suo fianco.
Non ci furono grandi parole.
Solo un ultimo respiro.
Poi un silenzio che Sara avrebbe ricordato per sempre.
Al funerale arrivarono centinaia di persone.
I fuoristrada procedettero lentamente fino al cimitero.
Nessun clacson.
Nessun motore accelerato.
Solo quattro frecce accese e una fila lunghissima.
Generale viaggiava sul sedile accanto a Mauro.
Indossava il suo papillon.
Davanti alla tomba, Mauro lesse il biglietto di Nicolò.
Poi disse soltanto:
«Aveva otto anni e pensava già a chi sarebbe rimasto dopo di lui. Noi adulti dovremmo ricordarcelo più spesso.»
Passarono gli anni.
Il fondo continuò.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





