I miei due gattini portavano piccoli doni alla vecchia Mimì: quando capii il motivo, non riuscii più a sorridere

La prima volta che vidi i miei due gattini trascinare un bocconcino davanti a Mimì, la mia vecchia gatta, risi fino alle lacrime.

L’ultima volta, invece, piansi senza riuscire a fermarmi.

Vivo da sola in un appartamento al terzo piano di un vecchio condominio alla periferia di Bologna. Ho sessantasette anni, sono vedova da nove, due figli adulti che hanno la loro vita e tre gatti che, a volte, sembrano capire la famiglia meglio di noi esseri umani.

Mimì era la più anziana.

Una gatta europea color miele, ormai sbiadito, con gli occhi un po’ velati e quel passo lento che hanno certi anziani quando non vogliono far vedere che ogni movimento costa fatica.

Era arrivata a casa mia tredici anni prima.

Dopo la morte di mio marito, era stata lei a riempire il silenzio.

Non faceva niente di speciale.

Mi aspettava in cucina.

Dormiva sul bracciolo del divano.

La sera si sedeva davanti alla finestra e fissava i piccioni sul tetto di fronte come una vecchia portinaia che conosceva tutti i fatti del quartiere.

Poi erano arrivati Tito e Nino.

Due fratellini trovati da una vicina dietro i cassonetti vicino al mercato rionale.

Avevano tre mesi, forse quattro.

Erano orecchie, zampe e guai.

Tito era il coraggioso.

Il primo a saltare, il primo ad arrampicarsi, il primo a ficcare il muso dove non doveva.

Nino era più piccolo, apparentemente più tranquillo.

Ma se Tito inventava una sciocchezza, Nino la trasformava in una catastrofe.

Dal primo giorno si innamorarono di Mimì.

La seguivano alla ciotola.

La seguivano nel corridoio.

La seguivano fino al tappeto davanti alla finestra, dove lei cercava di prendere il sole in pace.

Sembravano due apprendisti dietro a una vecchia maestra.

Mimì, naturalmente, non ne voleva sapere.

A tredici anni preferiva dormire, mangiare con calma e giudicare il mondo da lontano.

Tito e Nino, invece, correvano per casa come se dovessero prendere l’ultimo autobus della notte.

All’inizio trovavo tutto divertente.

Poi iniziarono i regali.

Un topolino di stoffa.

Una pallina.

Il tappo di una bottiglia.

Un pezzo di carta rubato dal tavolo.

Una mattina Tito trascinò davanti a Mimì perfino un mio calzino.

Era quasi grande quanto lui.

Lo lasciò ai suoi piedi, si sedette e aspettò.

Nino si sistemò accanto.

Guardavano Mimì con un’espressione serissima.

Il messaggio era chiarissimo.

“Dai. Vieni a giocare. Ti abbiamo anche pagata.”

Mimì aprì un occhio.

Guardò il calzino.

Guardò loro.

Poi guardò me.

Aveva quella faccia che sembrava dire:

“Teresa, se non sistemi tu questa faccenda, chiamo l’amministratore.”

Scoppiai a ridere.

Qualche volta, per sfinimento o per bontà, Mimì toccava il giocattolo con una zampa.

Una volta sola.

Bastava.

Tito e Nino partivano come matti per il corridoio.

Per loro era una vittoria.

Così continuarono.

Ogni giorno compariva qualcosa vicino al cuscino di Mimì.

Una piuma.

Una pallina.

Un pezzetto di carta.

Un bocconcino rubato dalla busta che tenevo nella credenza.

Era ridicolo.

Era dolce.

Ma dentro di me cresceva una paura che non volevo nominare.

Mimì stava invecchiando.

Non invecchiava lentamente come avrei voluto io.

Sembrava farlo tutto insieme.

Dormiva di più.

Mangiava un po’ meno.

Aveva smesso di saltare sul davanzale.

Quando la prendevo in braccio, sentivo le ossa sotto il pelo.

Mi dicevo che era normale.

“È l’età.”

Quante cose nascondiamo dietro quelle tre parole.

È l’età.

Lo diciamo per un ginocchio che fa male.

Per una madre che dimentica.

Per un padre che non esce più.

Per noi stessi quando iniziamo a fare le scale tenendoci al corrimano.

A volte non è rassegnazione.

È paura.

Un pomeriggio Mimì dormiva sotto la poltrona.

Tito arrivò con il topolino di stoffa.

Nino con un bocconcino.

Depositarono tutto davanti a lei, poi cominciarono a toccarle la coda.

Mimì non soffiò.

Non li scacciò.

Li guardò soltanto.

Era stanca.

Io persi la pazienza.

“Lasciatela stare!”

Urlai più forte del necessario.

Tito si fermò.

Nino si accucciò.

Per qualche secondo in casa non si sentì nulla.

Mi vergognai subito.

Non ero arrabbiata con loro.

Ero terrorizzata.

Terrorizzata dall’idea che un giorno avrei guardato quel tappeto e Mimì non sarebbe più stata lì.

Quella sera sedetti sul pavimento accanto a lei.

Tito e Nino rimasero dall’altra parte della stanza.

Mi osservavano.

Sembravano due bambini rimproverati a tavola durante il pranzo della domenica.

La mattina seguente successe qualcosa.

Tito arrivò con il topolino.

Lo posò vicino al cuscino di Mimì.

Ma non la toccò.

Non miagolò.

Non le saltò addosso.

Fece due passi indietro.

Poi si sedette.

Più tardi arrivò Nino con un bocconcino morbido.

Lo lasciò vicino alla coperta.

E se ne andò.

Alla sera il tappeto di Mimì sembrava la bancarella di un mercatino.

Topolino.

Tappo.

Piuma.

Calzino.

Bocconcino.

I miei due piccoli delinquenti non avevano smesso di amarla.

Avevano semplicemente imparato ad amarla più piano.

Quella sera piansi per la prima volta.

Credevo che quella fosse la lezione.

Mi sbagliavo.

La vera lezione cominciò tre settimane dopo, alle tre e diciassette del mattino.

Mi svegliò un rumore.

Non era un miagolio vero e proprio.

Era un suono basso.

Ruvido.

Quasi un lamento scappato per errore.

Accesi la lampada.

Mimì era sul tappeto ai piedi del letto.

Non sulla sua coperta.

Non sulla sedia.

Sul pavimento.

Rannicchiata.

Tito e Nino erano già accanto a lei.

Non giocavano.

Non si muovevano.

“Amore mio?”

Mimì sollevò la testa.

Ci mise uno sforzo che mi gelò il sangue.

Mi inginocchiai.

Quando appoggiai la mano sul suo fianco, lei vi si spinse contro.

Ma non per ricevere una carezza.

Per sostenersi.

Il corpo capisce certe cose prima della mente.

Io lo sapevo già.

Non volevo soltanto accettarlo.

La clinica veterinaria apriva alle otto.

Passai quasi cinque ore seduta sul pavimento.

Mimì accanto.

Tito e Nino con noi.

Per una volta nessuno rovesciò nulla.

Nessuno corse.

Nessuno aggredì le tende.

Sembrava che perfino loro avessero capito che quella notte la casa aveva bisogno di essere più piccola e più silenziosa.

Alle sette e mezza presi il trasportino.

Mimì entrò senza protestare.

Tito arrivò con il topolino.

Lo posò davanti allo sportello.

Nino portò un tappo.

Dovetti sedermi.

Sembrava volessero mandarle dietro qualcosa di casa.

Una provvista.

Un talismano.

Un pezzo di noi.

La veterinaria fu molto delicata.

Forse per questo fu ancora più difficile.

Mi fece domande.

Da quanto mangiava meno?

Da quanto aveva smesso di saltare?

Aveva perso peso?

Beveva?

Faceva fatica a muoversi?

A troppe domande risposi:

“Non lo so.”

E ogni volta mi sentii peggio.

Lo sapevo.

Avevo visto tutto.

Il salto che non faceva più.

La pausa prima di alzarsi.

La ciotola lasciata a metà.

I sonni più profondi.

Avevo visto.

Ma non avevo voluto dare un nome a niente.

Perché quando dai un nome alle cose diventano vere.

Mimì era anziana.

Aveva dolori.

Aveva bisogno di controlli, terapie, cibo più morbido, ciotole più facili da raggiungere e soprattutto tempo.

Nessuno mi promise miracoli.

In macchina piansi con la fronte appoggiata al volante.

Poi tornai a casa.

Tito e Nino erano già dietro la porta.

Appena sentirono la chiave corsero nel pianerottolo.

Annusarono il trasportino.

Annusarono le mie mani.

Tito appoggiò una zampa sulle sbarre.

Nino mi seguì fino in soggiorno.

Mimì uscì lentamente.

Tito fece istintivamente un passo verso di lei.

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