«Invece di una bara elegante ne prenderete una semplice.»
«Non scherzare.»
«Non sto scherzando.»
«È questo il problema!»
La sua voce si incrinò.
«Tu fai sempre così. Hai passato una vita a correre dentro i problemi degli altri.»
Rimasi zitto.
«Quando lavoravi entravi dove tutti uscivano. Quando mamma stava male non hai chiesto aiuto a nessuno. Se un vicino ha bisogno, sei sempre il primo. Se un parente ti chiama, parti.»
Inspirò.
«Non puoi continuare a bruciarti per scaldare gli altri.»
Guardai Rocco.
Aveva già occupato il posto sotto il tavolo che un tempo apparteneva ai piedi di Marta.
«Non l’ho fatto per farmi dire bravo.»
«Lo so», disse Giulia.
Poi aggiunse piano:
«Ed è proprio questo che mi spaventa.»
Paolo chiamò due ore dopo.
Lui invece non gira intorno alle cose.
«Papà, dimmi che Giulia ha capito male.»
«Giulia non capisce mai male.»
«Allora hai perso la testa.»
«Possibile.»
«Tremila euro!»
«Lo so quanto sono tremila euro.»
«Per un cane che non è nemmeno tuo.»
Quella frase mi fece più male del resto.
«Il cuore sapeva di chi era?»
Paolo sbuffò.
«Che significa?»
«Quando era sul tavolo a perdere sangue, il suo cuore sapeva se il padrone aveva tremila euro?»
«Non fare filosofia.»
«Non è filosofia.»
Mi alzai e andai alla finestra.
Nel cortile la signora Teresa, ottantun anni, stendeva due lenzuola benché il cielo promettesse altra pioggia.
«Paolo, io avevo quei soldi.»
«Ma non puoi salvare tutti.»
Eccola.
La frase che avevo già previsto.
«Non stavo cercando di salvare tutti.»
Abbassai la voce.
«Solo uno.»
Dall’altra parte non disse niente.
Gli raccontai tutto.
Il ragazzo.
Le carte rifiutate.
La vergogna.
L’uomo elegante.
Tito.
Quando finii, Paolo sospirò.
«Dovevi chiamarmi.»
«E tu cosa avresti fatto?»
«Avremmo parlato.»
«Esatto.»
«Papà…»
«Il cane non aveva il tempo di aspettare una riunione di famiglia.»
Seguì un lungo silenzio.
Poi Paolo disse qualcosa che non mi aspettavo.
«Come sta?»
«Non lo so ancora.»
Proprio in quel momento arrivò un messaggio da un numero sconosciuto.
SONO LUCA. TITO È USCITO DALL’INTERVENTO. È VIVO.
Mi sedetti.
Sotto arrivò un secondo messaggio.
SIGNOR ELIA, C’È UN PROBLEMA. QUALCUNO HA FATTO UN VIDEO IERI NOTTE.
Poi un link.
Esitai.
Alla fine aprii.
Il filmato era mosso e sfocato, ripreso dall’altra parte della sala d’attesa.
Si vedeva Luca al bancone.
Si vedeva l’uomo con il cappotto.
E si vedeva me.
Vecchio.
Storto.
Arrabbiato.
Si sentiva la mia voce:
«Quando sei giovane e solo, oppure vecchio e rimasto indietro, certe bestie non sono un passatempo.»
Poi il momento della carta.
L’abbraccio.
Qualcuno aveva pubblicato tutto.
Sotto c’erano migliaia di commenti.
Chi mi chiamava generoso.
Chi cretino.
Chi diceva che Luca non avrebbe dovuto avere un cane.
Chi sosteneva che certi animali fossero pericolosi.
Chi accusava la clinica.
Chi accusava il ragazzo.
Chi accusava me.
La cosa che mi fece male non furono gli insulti.
Fu vedere un cucciolo ferito trasformato in una gara per stabilire chi avesse ragione.
Scrissi a Luca.
COME STA TITO?
STABILE. LE PROSSIME 24 ORE SONO IMPORTANTI.
Poi:
MI STANNO SCRIVENDO PERSONE CHE NON CONOSCO. DICONO CHE L’HO USATA. DICONO CHE NON MERITO TITO. IO NON HO PUBBLICATO NIENTE.
E ancora:
NON RIESCO A RESPIRARE.
Chiusi gli occhi.
Mi ricordai cosa aveva detto la notte prima.
Tito mi sta vicino quando mi vengono gli attacchi d’ansia.
Digitai lentamente.
APPOGGIA I PIEDI A TERRA. RESPIRA PIANO. NON LEGGERE PIÙ I COMMENTI.
Poi:
CI VEDIAMO IN CLINICA ALL’ORARIO DELLE VISITE.
Alle tredici ero di nuovo lì.
Luca sedeva in un angolo con il cappuccio alzato.
Quando mi vide scattò in piedi.
«Non sono stato io.»
«Lo so.»
«Glielo giuro.»
«Ho detto che lo so.»
Abbassò gli occhi.
«Mia madre mi ha chiamato. Mia sorella pure. Anche al lavoro hanno visto il video.»
«E allora?»
«Mi vergogno.»
«Di cosa?»
Non rispose.
«Di essere povero?»
Mi guardò.
«Di avere avuto bisogno?»
Abbassò di nuovo gli occhi.
«Luca, se chiedere aiuto fosse una vergogna, in Italia dovremmo camminare tutti con un sacchetto in testa.»
Gli scappò una risata.
Piccola.
Ma era una risata.
Andammo da Tito.
Il cucciolo era sdraiato dentro una gabbia trasparente.
Aveva una fasciatura spessa sulla zampa e tubicini che non volli nemmeno contare.
Luca si avvicinò.
«Ehi, piccolo.»
La voce gli cambiò.
Non era più il ragazzo terrorizzato dalla rete.
Era soltanto qualcuno che parlava a casa propria.
«Sono qui.»
La coda di Tito si mosse.
Una volta.
Appena.
Luca scoppiò a piangere.
La veterinaria aspettò qualche minuto.
Poi ci fece segno di seguirla.
«L’intervento è andato bene, ma ci sono complicazioni da monitorare. Ha avuto bisogno di una trasfusione e di ulteriori esami.»
Sentii arrivare la seconda parte prima ancora che parlasse.
«Ci saranno costi aggiuntivi.»
Luca diventò rigido.
«Quanto?»
La veterinaria esitò.
«Circa duemila euro. Potrebbero aumentare in base ai giorni di ricovero.»
Luca si sedette.
«Non li ho.»
Nessuno rispose.
«Non li ho proprio.»
Si mise le mani sul viso.
«Forse avevano ragione.»
«Chi?»
«Quelli online.»
Alzò la testa.
«Forse non dovevo prenderlo.»
«Basta.»
Lo dissi troppo forte.
La veterinaria si voltò.
Abbassai la voce.
«Non prendere una notte terribile e usarla per condannare tutta la tua vita.»
«Ma è vero che non posso pagare.»
«Questo è vero.»
Mi sedetti accanto a lui.
«Ma essere in difficoltà non significa essere cattivi.»
La veterinaria spiegò cosa potevano fare, quali cure erano indispensabili e quali spese potevano essere gestite con più tempo.
Non promise miracoli.
Non accusò nessuno.
Quando uscimmo nel corridoio, Luca camminava avanti e indietro.
«La gente continua a scrivere: se non puoi permettertelo, non prendere un animale.»
«Sai perché piace tanto quella frase?»
Luca scosse la testa.
«Perché fa credere che il mondo sia ordinato.»
Mi guardò.
«Se fai tutto bene, non ti succede niente. Se ti succede qualcosa, allora hai sbagliato tu. È comodo.»
Indicai il corridoio.
«Ma la vita non funziona così.»
Pensai a Marta.
A una visita di controllo diventata analisi.
Alle analisi diventate altre visite.
Alla cucina piena di parenti che ripetevano “vedrai che passa” perché nessuno sapeva cosa dire.
«Puoi mettere da parte soldi per vent’anni e perderli in sei mesi. Puoi guidare piano e trovare uno che corre. Puoi amare bene una persona e perderla lo stesso.»
Luca aveva gli occhi lucidi.
«Quindi che faccio?»
«Oggi?»
Annuii.
«Oggi resti vicino a Tito.»
Il suo telefono vibrò.
Lo guardò.
Impallidì.
«Un altro messaggio.»
Glielo presi delicatamente dalla mano e lo girai sul tavolo.
«Oggi questo coso non comanda.»
Il problema era che ormai la storia aveva superato noi due.
La mattina seguente lo scoprì anche il quartiere.
Andai al forno sotto casa.
La proprietaria, la signora Mirella, mi mise sul banco due rosette e disse:
«Non voglio sapere se sei stato matto.»
«Buongiorno anche a te.»
«Ho visto il video.»
Sbuffai.
«Pure tu.»
«Mia nipote me l’ha mandato.»
Poi tirò fuori una busta bianca.
«Qui ci sono centoventi euro.»
«No.»
«Non fare il cretino.»
«Mirella…»
«Sono per il cane.»
«Tienili.»
«Elia, io vendo pane. So quanto costa arrivare a fine mese.»
Indicò la busta.
«Uno ieri ha lasciato dieci euro. Un altro venti. Teresa cinquanta.»
«Teresa prende la pensione minima.»
«Infatti le ho detto di riprenderseli.»
«E lei?»
Mirella alzò gli occhi al cielo.
«Mi ha detto una parola che non posso ripetere davanti ai clienti.»
Sorrisi.
Poi arrivò Antonio, il barbiere.
Aveva settantacinque anni, lavorava ancora tre mattine alla settimana e portava sempre un cardigan marrone troppo largo.
«Questi sono ottanta.»
«Antonio…»
«Taci.»
«Non posso prendere soldi da tutto il quartiere.»
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