Mio nonno, 92 anni, si ruppe il femore e rimase sei ore sul pavimento: quando capii perché non aveva chiamato aiuto, mi cedettero le gambe
Alle quattro del pomeriggio trovai mio nonno steso sul pavimento della cucina.
Una gamba piegata in modo innaturale.
Una tazzina rotta vicino al frigorifero.
E Arturo, il suo vecchio cane, stretto contro il suo petto come se fossero due naufraghi rimasti aggrappati alla stessa tavola.
Pensai fossero morti entrambi.
«Nonno?»
La mia voce uscì sottile, quasi irriconoscibile.
Lui aprì gli occhi lentamente.
Mi guardò.
Fece quel mezzo sorriso che gli conoscevo da quando ero bambina e disse:
«Non sono ancora andato, tesoro. Sono qui con Arturo.»
Quelle parole mi accompagnano ancora oggi.
Ma per capire perché un uomo di novantadue anni, con un femore rotto e un telefono a pochi metri, abbia scelto di restare sei ore a terra senza chiedere aiuto, bisogna conoscere la sua storia.
E soprattutto bisogna conoscere Arturo.
Mio nonno si chiamava Vittorio.
Viveva da solo in una piccola casa color ocra alla periferia di Lucca, in una strada dove c’erano ancora orti dietro le recinzioni, glicini sui cancelli e vicini che sapevano riconoscere una famiglia dal rumore della macchina.
Mia nonna Teresa era morta undici anni prima.
Da allora Vittorio aveva mantenuto quasi tutte le loro abitudini.
La moka piccola la mattina.
Il pane comprato dal forno del quartiere.
La tovaglia buona la domenica, anche quando mangiava da solo.
Le fotografie dei figli e dei nipoti sopra la credenza.
E il giornale appoggiato sempre dalla stessa parte del tavolo.
Ogni mattina leggeva i necrologi.
Poi si dava una pacca sul ginocchio e diceva:
«Nemmeno oggi, ragazzi. Abbiate pazienza.»
Quando ero più giovane quella frase mi faceva ridere.
Negli ultimi anni, invece, avevo cominciato a capire che sotto quella battuta c’era tutto quello che gli uomini della sua generazione non sapevano dire.
La paura.
La stanchezza.
La solitudine.
E quella strana familiarità con la morte che arriva quando hai visto andar via quasi tutti quelli con cui hai cominciato il viaggio.
Accanto a Vittorio c’era Arturo.
Un Golden Retriever di quattordici anni.
Muso ormai quasi bianco.
Occhi velati.
Un fianco che lo faceva zoppicare.
Le zampe posteriori deboli.
Ma bastava che nonno pronunciasse il suo nome perché la coda trovasse ancora la forza di battere sul pavimento.
Arturo dormiva ogni notte sopra una vecchia coperta piegata accanto al letto.
Mio nonno dormiva sul fianco destro.
Diceva che così, allungando una mano nel buio, poteva controllare se Arturo respirava.
Erano vecchi nello stesso modo.
Quel modo silenzioso in cui non fai più programmi per l’anno prossimo.
Ti basta sapere che domani mattina qualcuno sarà ancora lì.
Quella mattina di ottobre Vittorio si era alzato come sempre.
Aveva messo sul fuoco la moka.
Aveva dato ad Arturo la sua compressa nascosta dentro un pezzetto di prosciutto.
Poi aveva preso una tazzina dalla credenza.
Il bordo della pantofola si impigliò nel tappetino davanti al lavello.
Cadde.
Mi raccontò più tardi che aveva sentito il femore cedere prima ancora di toccare terra.
«Sembrava un ramo secco sotto uno scarpone.»
Il telefono era sul tavolo.
Forse due metri di distanza.
Due metri.
Per un uomo giovane, niente.
Per un uomo di novantadue anni immobilizzato dal dolore, potevano essere due chilometri.
Ma non fu quella la vera ragione per cui non chiamò.
Questo è importante.
Arturo arrivò lentamente dalla stanza accanto.
Zoppicava.
Si fermò davanti a Vittorio.
Lo annusò sul viso.
Poi si sdraiò contro il suo petto e infilò il muso sotto il mento del nonno.
E in quel momento Vittorio prese una decisione.
Non voleva trascinarsi fino al telefono.
Non voleva gridare.
Non voleva un corridoio bianco.
Non voleva luci fredde sopra la testa.
Non voleva che l’ultima cosa che sentiva fosse il rumore di ruote e voci sconosciute.
Pensò semplicemente:
Se è arrivato il momento, voglio restare qui.
A casa mia.
Con il sole.
Con Arturo.
Quando me lo raccontò, settimane dopo, io gli dissi:
«Nonno, ma potevi morire.»
Lui mi guardò come si guarda una nipote che ha ancora molte cose da capire.
«Lo so.»
«E non avevi paura?»
Scosse la testa.
«No, Elena. Ero stanco di avere paura delle cose che prima o poi arrivano comunque.»
Quella frase mi fece arrabbiare.
Perché avevo trentasei anni.
Perché avevo ancora bisogno di lui.
Perché noi figli e nipoti siamo egoisti senza volerlo: pretendiamo che i vecchi continuino a vivere anche quando siamo noi, spesso, a non avere tempo per andarli a trovare.
Ma quel pomeriggio non sapevo ancora niente di tutto questo.
Sapevo solo che il nonno non rispondeva al telefono dall’ora di pranzo.
Lavoravo in una scuola elementare dall’altra parte della città.
Di solito lo chiamavo durante la pausa.
Quel giorno niente.
Riprovai alle due.
Niente.
Alle tre e un quarto chiesi a una collega di coprirmi gli ultimi minuti e presi la macchina.
Il cancello era socchiuso.
La porta di casa non era chiusa a chiave.
Nonno diceva sempre:
«Se uno viene a rubare qui dentro, dopo cinque minuti mi lascia pure cinquanta euro sul tavolo per compassione.»
Entrai.
«Nonno?»
Silenzio.
Poi vidi la tazzina rotta.
E loro due sul pavimento.
Vittorio era dentro una striscia di sole che entrava dalla finestra sopra il lavello.
Arturo gli stava attaccato al petto.
Nonno aveva un braccio intorno al cane.
Entrambi avevano gli occhi chiusi.
Lasciai cadere le chiavi.
Ricordo ancora quel rumore.
Piccolo.
Assurdo.
In una stanza dove credevo fosse appena finito il mondo.
«Nonno?»
Lui aprì gli occhi.
«Non sono ancora andato, tesoro. Sono qui con Arturo.»
Mi inginocchiai.
Le gambe non mi reggevano più.
Poi chiamai i soccorsi.
Mentre aspettavamo, cercai di non muoverlo.
Gli accarezzavo la fronte.
Arturo non si spostava.
A un certo punto dissi:
«Perché non hai provato a chiamare qualcuno?»
Vittorio guardò il cane.
«Perché avevo già qualcuno.»
Mi si strinse lo stomaco.
Io sono Elena.
Vittorio era il padre di mia madre.
Mamma era morta a trentaquattro anni, quando io ne avevo nove.
Dopo il funerale mio padre fece quello che poteva, ma era un uomo distrutto.
La nostra casa era diventata un posto pieno di silenzio.
E fu il nonno a decidere che una bambina di nove anni non poteva crescere pensando che ogni sabato fosse uguale al giorno prima.
Così cominciò a venirmi a prendere.
Ogni sabato.
Per quindici anni.
Faceva più di un’ora di macchina.
Mi portava a fare colazione in un piccolo bar con il bancone di marmo, le tazzine spesse e una signora dietro la cassa che sapeva già cosa ordinavamo.
Lui prendeva caffè amaro e una fetta di pane tostato.
Io cambiavo ogni settimana.
Cornetto.
Ciambella.
Pane e marmellata.
Quando avevo tredici anni cominciai a prendere il cappuccino perché volevo sentirmi grande.
Nonno faceva finta di non notarlo.
Una volta arrivò con un polso fasciato.
«Che hai fatto?»
«Niente.»
Scoprii dopo che era caduto due giorni prima.
Un’altra volta venne pochi mesi dopo un intervento al cuore.
«Nonno, potevi stare a casa.»
«È sabato.»
Come se bastasse quello.
Mi insegnò a guidare in un parcheggio vuoto.
Mi insegnò a controllare le bollette.
Mi insegnò che i soldi prestati ai parenti vanno considerati regalati, altrimenti perdi sia i soldi sia i parenti.
Mi insegnò a non sposare qualcuno solo perché avevo già pagato il ristorante.
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