A 92 anni rimase sei ore sul pavimento con il suo cane: quando la nipote capì perché, crollò

Poi picchiò un dito sul tavolo.

«Io non voglio morire, Elena. Ma non voglio nemmeno comportarmi come se la morte fosse una vergogna.»

Quelle parole cambiarono qualcosa dentro di me.

Perché improvvisamente capii che quelle sei ore sul pavimento non erano state un gesto di resa.

Vittorio non aveva scelto la morte.

Aveva scelto la compagnia.

Aveva scelto, in un momento in cui credeva di essere arrivato alla fine, di non trascorrere gli ultimi minuti cercando disperatamente di controllare ciò che non poteva controllare.

Aveva stretto Arturo.

Aveva sentito il suo respiro.

Aveva guardato il sole avanzare lentamente sulle mattonelle.

E aveva ricordato.

Mi raccontò tutto.

Aveva ricordato Teresa a vent’anni durante una festa da ballo in una sala parrocchiale.

Un vestito azzurro.

Scarpe troppo strette.

Un ciuffo che continuava a scenderle sugli occhi.

Aveva ricordato mia madre bambina mentre correva sotto l’acqua dell’irrigatore nel giardino.

Aveva ricordato suo padre che tornava stanco dal lavoro e si lavava le mani in una bacinella prima di sedersi a cena.

Aveva ricordato l’odore della casa dei suoi genitori la domenica.

Sugo.

Caffè.

Sapone da bucato.

Aveva ricordato la prima bicicletta.

Il servizio militare.

Il giorno del matrimonio.

La nascita dei figli.

Il funerale di Teresa.

La scatola di cartone con dentro Arturo.

E tutti quei sabati passati con me.

«Sai qual è stata la cosa strana?» disse.

«Cosa?»

«Che non mi venivano in mente le cose importanti.»

«In che senso?»

«Non pensavo ai soldi. Alla casa. Al lavoro. Alle cose che avevo comprato.»

Sorrise.

«Mi ricordavo il rumore del cucchiaino di tua nonna nella tazzina.»

Rimasi immobile.

«Tutta una vita per capire che alla fine ti manca un cucchiaino.»

Dopo la morte di Arturo, Vittorio iniziò un’abitudine che all’inizio ci preoccupò.

Ogni pomeriggio, verso le quattro, andava in cucina.

Appoggiava il deambulatore al tavolo.

Con enorme fatica si abbassava lentamente.

Prima un ginocchio.

Poi una mano.

Poi si stendeva sul fianco.

Metteva il palmo destro sul pavimento, nello spazio dove Arturo si era accucciato il giorno della caduta.

Chiudeva gli occhi.

Restava così venti minuti.

Poi si rialzava.

Preparava qualcosa da mangiare.

Guardava la televisione.

Telefonava a qualcuno.

Continuava la sua giornata.

Lo chiamava «l’ora di Arturo».

Mia zia voleva impedirglielo.

«Papà, prima o poi non riesci più ad alzarti.»

«Allora mi alzerete voi.»

«Non puoi sdraiarti sul pavimento ogni giorno.»

«Ho pagato io queste mattonelle. Se non posso nemmeno sdraiarmici sopra, ho fatto proprio un cattivo affare.»

Era impossibile discutere.

Il sabato cominciai ad andare da lui più spesso.

A volte lo trovavo già sul pavimento.

Così mi sdraiavo anch’io.

All’inizio mi sentivo ridicola.

Una donna adulta distesa sulle mattonelle della cucina con il nonno novantaquattrenne.

Poi smisi di pensarci.

Il sole entrava dalla finestra.

Fuori passavano le biciclette.

Qualcuno chiudeva una persiana.

Una vicina chiamava il marito dal balcone.

Dal cortile arrivava l’odore del bucato.

Era una vita normale.

Forse proprio per questo era così preziosa.

Una volta Vittorio disse:

«Lo sento ancora.»

«Chi?»

Mi guardò male.

«Secondo te chi? Garibaldi? Arturo.»

Risi.

«Cosa senti?»

Appoggiò la mano sul pavimento.

«Il peso. Qui.»

Indicò il fianco.

«Come quando si metteva contro di me.»

Non gli dissi che era impossibile.

Non gli dissi che era solo memoria.

Gli dissi:

«Ti credo.»

Nonno annuì.

«Lo so. Per questo lo dico a te.»

Nei mesi successivi cominciò a raccontarmi cose che non aveva mai raccontato.

Non grandi segreti.

Piccole verità.

Quelle che spesso vengono sepolte perché sembrano troppo semplici per meritare parole.

Mi disse che dopo la morte di Teresa aveva continuato per quasi un anno a mettere due piatti a tavola.

Mi disse che ogni volta che noi nipoti andavamo via la domenica, lui restava dieci minuti seduto senza sparecchiare perché gli sembrava di poter trattenere le nostre voci nella stanza.

Mi disse che spesso rispondeva «sto bene» al telefono solo perché sapeva che avevamo fretta.

Mi disse che la vecchiaia non era la paura di morire.

Era la paura di diventare un peso.

«Se un vecchio dice che ha bisogno di qualcuno, gli rispondete che dovete organizzare.»

Mi fece male sentirlo.

Perché era vero.

Quante volte avevo detto:

«Nonno, magari sabato prossimo.»

«Questa settimana è impossibile.»

«Ti chiamo domani.»

Noi pensiamo che il tempo dei vecchi sia infinito proprio perché le loro giornate sembrano tutte uguali.

Ma non è così.

Sono loro ad avere meno domani di tutti.

Da quel periodo cambiai alcune cose.

Non cose eroiche.

Cose piccole.

Quando telefonava, non guardavo più automaticamente l’orologio.

Se mi chiedeva di fermarmi a cena, ogni tanto rimanevo.

La domenica sparecchiavo più lentamente.

Una volta mi disse:

«Finalmente hai imparato.»

«Cosa?»

«Che i piatti possono aspettare.»

Nell’estate successiva Vittorio peggiorò.

Camminava sempre meno.

Mangiava poco.

Il medico gli consigliò di non restare solo.

Mia zia propose di portarlo a vivere da lei.

Una stanza grande.

Bagno vicino.

Un piccolo terrazzo.

Lui rifiutò.

«Qui c’è la mia vita.»

Provammo a convincerlo.

«La vita non sono i muri.»

«Lo so.»

Indicò la credenza.

«Ma certe vite lasciano impronte sui muri.»

Non c’era modo di spostarlo.

Così ci organizzammo.

Mia zia passava al mattino.

Io due pomeriggi alla settimana.

Mio zio la sera.

I vicini controllavano le persiane.

Il fornaio sapeva che, se Vittorio non si presentava per due giorni, doveva avvisarci.

Questo è il cuore vero di certi quartieri.

Non si fanno grandi discorsi sulla solidarietà.

Semplicemente qualcuno guarda se la finestra del vecchio è aperta.

Qualcuno porta due pesche in più.

Qualcuno bussa dicendo:

«Ho fatto troppo minestrone.»

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