Questa lezione arrivò quando il mio compagno mi lasciò tre settimane prima del matrimonio.
Avevo trent’anni.
Bomboniere ordinate.
Vestito nell’armadio.
Inviti spediti.
Un’umiliazione che mi sembrava impossibile da sopportare.
Vittorio venne a casa mia senza essere chiamato.
Si sedette sul divano.
Non cercò di consolarmi con frasi inutili.
Disse soltanto:
«Stasera farà male. Domani pure. Ma un giorno ti accorgerai che hai preparato il caffè senza pensare a lui. Da lì ricomincia tutto.»
Aveva ragione.
Come spesso accadeva.
Arturo era entrato nella sua vita pochi giorni dopo la morte di mia nonna.
Fu mio zio Paolo a portarglielo.
Un cucciolo dentro una scatola di cartone.
Vittorio si infuriò.
«Portalo via.»
«Papà, ti serve compagnia.»
«Non sono un bambino.»
«Appunto. Un bambino almeno ascolterebbe.»
Litigarono.
Poi mio zio lasciò comunque il cane lì.
Quella sera Arturo si addormentò sopra il piede di Vittorio.
Il nonno rimase seduto per quasi due ore senza alzarsi.
Quando Teresa era viva, se gli si addormentava una gamba dopo dieci minuti cominciava a lamentarsi.
Con Arturo non disse niente.
Da quel giorno divennero inseparabili.
La mattina insieme in cucina.
A mezzogiorno sulla veranda.
Il pomeriggio davanti alla televisione.
La sera in camera.
Durante il pranzo della domenica, quando eravamo tutti stretti intorno al tavolo, Arturo stava ai piedi di Vittorio.
Nonno gli passava bocconi di nascosto.
Mia zia protestava.
«Papà, gli fai male.»
Vittorio indicava Arturo.
«Lui almeno non mi dice come vivere.»
Poi rideva.
Dopo che noi tornavamo nelle nostre case, però, Arturo restava.
Questo è quello che spesso dimentichiamo nelle famiglie.
Noi arriviamo con le teglie.
Mangiamo.
Discutiamo.
Parliamo del lavoro, dei figli, dei soldi, delle medicine.
Poi guardiamo l’orologio.
«È tardi.»
«Domani si lavora.»
«C’è traffico.»
Andiamo via.
Per noi la visita è finita.
Per chi rimane solo, invece, comincia il momento peggiore.
Il rumore della porta che si chiude.
I piatti sporchi.
Le sedie vuote.
La casa che torna improvvisamente enorme.
Arturo non se ne andava.
Forse è per questo che Vittorio gli voleva così bene.
Non perché fosse un cane.
Perché era quello che rimaneva.
Negli ultimi mesi Arturo faceva fatica persino con i tre gradini che portavano nel piccolo giardino.
Un vicino aveva aiutato nonno a costruire una rampa di legno.
Eppure la sera, per raggiungere la camera, bisognava superare altri gradini.
Vittorio, novantadue anni, cercava di sollevare un cane di quasi trenta chili.
Un passo.
Una pausa.
Un altro passo.
«Nonno, prima o poi cadete tutti e due.»
«Allora cadremo insieme.»
Diceva così.
Pensavo scherzasse.
Non scherzava affatto.
Quando arrivarono i soccorritori, Arturo non voleva allontanarsi.
Mio nonno chiese una sola cosa.
«Qualcuno resta con lui finché arriva mia figlia?»
Uno dei soccorritori si sedette per terra accanto ad Arturo e gli accarezzò la testa.
Vittorio lo guardò dalla barella.
Solo allora sembrò rilassarsi.
In ambulanza mi prese la mano.
«Elena.»
«Sono qui.»
«Lo sai che non ho chiamato apposta, vero?»
Mi vennero le lacrime.
«Sì, nonno.»
«Non essere arrabbiata.»
Non sapevo cosa dire.
Ero arrabbiata.
Ero terrorizzata.
Ero grata che fosse vivo.
E allo stesso tempo, in una parte di me che mi faceva vergognare, capivo.
Strinsi la sua mano.
«Ne parliamo quando torni a casa.»
Lui sorrise.
«Allora vuol dire che hai già deciso che torno.»
Vittorio superò l’intervento.
Sei settimane dopo rientrò a casa con un deambulatore che odiava con tutto se stesso.
Arturo lo aspettava in cucina.
Quando sentì la porta, provò ad alzarsi.
La zampa posteriore cedette.
Ci riprovò.
Riuscì a mettersi in piedi.
Fece pochi passi lenti.
Poi appoggiò il muso contro la gamba sana del nonno.
Vittorio si piegò quanto poteva.
«Eccomi, vecchio mio.»
Rimasero così.
Nessuno di noi parlò.
Ci sono momenti in cui una famiglia deve avere l’intelligenza di stare zitta.
Vittorio visse altri due anni.
Arturo, invece, solo tre mesi.
Morì una mattina di gennaio.
Nel sonno.
Sulla coperta accanto al letto.
Nonno lo trovò quando si svegliò.
Si sedette per terra vicino a lui.
Rimase lì quasi due ore prima di telefonare a mia zia.
Quella sera mia zia mi chiamò.
Aveva una voce strana.
«Elena, devo dirti una cosa.»
«Cosa?»
«Quando sono arrivata, papà non era più in camera.»
Mi si gelò il sangue.
«Dov’era?»
«In cucina.»
Fece una pausa.
«Era sdraiato nello stesso punto dove tu li hai trovati il giorno della caduta.»
Non dissi niente.
«C’era il sole sul pavimento. Papà teneva le braccia intorno a uno spazio vuoto.»
La mattina dopo presi la macchina e andai da lui.
Lo trovai seduto al tavolo.
Davanti aveva due tazzine.
Una vuota.
«Perché due?»
Lui guardò quella davanti alla sedia vuota.
«Abitudine.»
Non insistetti.
Dopo un po’ gli chiesi cosa avesse fatto il giorno prima.
Lui sospirò.
«Sono andato in cucina.»
«Lo so.»
«Mi sono sdraiato dove stavamo noi.»
«Perché?»
Vittorio rimase in silenzio.
Poi mi guardò.
Aveva novantaquattro anni.
Era dimagrito.
Le mani sembravano quelle di mio bisnonno nelle vecchie fotografie: pelle sottile, vene grosse, dita nodose.
«Perché Arturo mi aveva promesso che ci saremmo ritrovati lì.»
Sentii un brivido.
«Come avrebbe potuto promettertelo?»
Nonno sorrise.
«Voi giovani credete che le promesse esistano solo se qualcuno le pronuncia.»
Non seppi rispondere.
Mi sedetti vicino a lui.
«Non vorrai fare sciocchezze, vero?»
Il sorriso sparì.
«No.»
«Me lo prometti?»
«Certo.»
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