Anche se non è vero.
La gente di una volta ha pudore perfino della generosità.
Vittorio arrivò all’autunno.
Due anni esatti dalla caduta.
Un giovedì pomeriggio mia zia passò da lui.
La porta era socchiusa.
La televisione era accesa a volume basso.
Sul tavolo c’era metà panino.
Il deambulatore era appoggiato alla sedia.
Lei capì subito.
Andò in cucina.
Vittorio era sdraiato sul pavimento.
Nel quadrato di sole.
La mano destra appoggiata sulle mattonelle.
Gli occhi chiusi.
Nessun segno di paura.
Nessuna lotta.
Aveva il volto tranquillo.
Quasi sorridente.
Mia zia mi chiamò.
Quando arrivai, fuori dalla casa c’erano già diversi vicini.
La signora del piano accanto piangeva.
Il fornaio era fermo al cancello con il grembiule ancora addosso.
Nessuno parlava forte.
Entrai.
Quando vidi nonno capii immediatamente.
Non era caduto.
Era andato lì da solo.
All’ora di Arturo.
Si era steso nello stesso punto.
Aveva appoggiato la mano nello spazio dove per anni aveva detto di sentire ancora il peso del suo cane.
E se n’era andato.
Quella sera restammo tutti nella casa.
Mia zia voleva buttare il tappetino su cui era inciampato due anni prima.
Mio zio disse di no.
Poi cominciammo a discutere su cosa tenere.
La credenza.
Le fotografie.
Il servizio buono di Teresa.
Gli attrezzi.
La casa.
Per qualche minuto sentii le nostre voci alzarsi.
Sembravamo già pronti a dividere una vita in scatoloni.
Poi guardai il pavimento.
La striscia di sole non c’era più.
Era buio.
E mi tornò in mente nonno.
«Alla fine ti manca un cucchiaino.»
Presi la vecchia moka dal fornello.
«Basta.»
Tutti mi guardarono.
«Stasera non dividiamo niente.»
Mia zia abbassò gli occhi.
Mio zio si sedette.
Tirammo fuori pane, formaggio, pomodori, quello che c’era.
Mangiammo intorno al tavolo di Vittorio.
Nessuno aveva davvero fame.
Ma per qualche motivo ci sembrò necessario.
A un certo punto mia zia mise una seconda tazzina davanti alla sedia vuota di nonno.
Poi si accorse di quello che aveva fatto.
Stava per toglierla.
Le fermai la mano.
«Lasciala.»
Così bevemmo il caffè.
Con una sedia vuota.
Una tazzina vuota.
E un silenzio che non faceva più paura.
Vendere la casa richiese mesi.
Prima svuotammo i cassetti.
In uno, sotto alcune tovaglie, trovai un quaderno.
Nonno aveva scritto pochissimo durante la sua vita.
Due conti.
Numeri di telefono.
Date degli appuntamenti.
Nell’ultima pagina c’era una frase.
Scritta con grafia tremante.
Una sola.
«Quando arriva il sole, Arturo sa dove trovarmi.»
Sotto c’era una data.
Era il giorno dopo la morte del cane.
Rimasi seduta sul pavimento per molto tempo con quel quaderno in mano.
Non so se credo nei segni.
Non so se credo che qualcuno ci aspetti davvero.
Non so cosa esista dopo l’ultimo respiro.
Vittorio non amava parlare di queste cose.
Diceva che aveva già abbastanza dubbi su quello che succedeva prima.
So però che per gli ultimi nove mesi della sua vita un uomo di novantaquattro anni si sdraiò ogni pomeriggio sul pavimento della cucina perché lì aveva vissuto sei ore che avrebbero dovuto essere terribili e che invece erano diventate, per lui, una specie di promessa.
Un vecchio cane.
Una mano sul pelo.
Una striscia di sole.
Il ricordo di una moglie.
Una figlia perduta troppo presto.
Una nipote portata a colazione per quindici anni.
E una vita intera improvvisamente ridotta alle uniche cose che avevano davvero contato.
Da allora anch’io ho una piccola abitudine.
Non tutti i giorni.
Non voglio trasformarla in un rito.
Ma qualche volta, verso le quattro del pomeriggio, quando il sole entra nella mia cucina e disegna un rettangolo chiaro sulle piastrelle, mi siedo per terra.
Appoggio una mano sul pavimento.
Chiudo gli occhi.
E penso a Vittorio.
Alla sua moka.
Alla sua voce.
Alle sue battute sui necrologi.
A quei sabati in cui faceva chilometri solo perché una bambina non passasse la mattina da sola.
Penso ad Arturo.
Al muso grigio.
Alla coperta accanto al letto.
A un animale che non poteva sapere niente della morte e forse, proprio per questo, sapeva tutto quello che serviva sulla fedeltà.
E penso a quelle sei ore.
Per anni avevo creduto che fossero state le ore in cui mio nonno aveva quasi perso la vita.
Adesso credo fossero state le ore in cui aveva finalmente capito come voleva salutarla.
Non con paura.
Non da solo.
Non aggrappato alle cose.
Ma accanto a qualcuno che aveva scelto di restare.
Quel giovedì, due anni dopo, Vittorio tornò nello stesso punto.
Posò la mano dove Arturo aveva dormito.
Chiuse gli occhi.
E mantenne l’appuntamento.
Forse Arturo fece lo stesso.





