Sollievo perché non ero sola.
Colpa perché provavo sollievo.
Il dolore sa trasformare perfino la guarigione in un tradimento.
Alle cinque del mattino mi svegliai.
Naturalmente.
Andai in cucina in pantofole.
Per un secondo guardai il solito angolo aspettandomi Mina.
Poi ricordai.
Mi voltai.
Ada era sulla soglia.
Silenziosa.
Non chiedeva nulla.
Mi guardava come se volesse sapere soltanto se quella era ancora una casa dove, al mattino, qualcuno preparava la colazione.
Mi misi a ridere mentre piangevo.
«Va bene», dissi. «A quanto pare si ricomincia.»
Nei giorni seguenti scoprii che Ada non occupava mai davvero lo spazio.
Lo chiedeva in prestito.
Camminava piano.
Mangiava senza fretta.
Se mi sedevo sul divano, rimaneva a mezzo metro di distanza.
Se cucinavo, si sdraiava sulla soglia.
Se entravo in bagno, mi aspettava fuori.
La prima volta che la trovai lì mi dovetti appoggiare al lavabo.
Mina faceva esattamente la stessa cosa.
Le persone credono che certi ricordi ci consolino.
Non sempre.
A volte un gesto familiare compiuto da una creatura diversa ti spezza di nuovo.
Luca telefonò quattro giorni dopo.
«Come stai, mamma?»
«Ho adottato una gatta.»
Silenzio.
«Hai fatto cosa?»
«Ho adottato una gatta.»
«Ma non dicevi che non volevi più animali?»
«Lo dicevo.»
«E allora?»
Guardai Ada dormire.
«Poi l’ho vista.»
«Quanto è vecchia?»
«Parecchio.»
Luca sospirò.
«Mamma, perché non ne hai presa almeno una giovane?»
Fu una frase semplice.
Persino ragionevole.
Eppure mi fece male.
«Perché c’era lei.»
«Non è una risposta.»
«Per me sì.»
Allora cominciò con le spese veterinarie.
La mia età.
La fatica.
Il dolore che avevo provato quando era morta Mina.
Non parlava per cattiveria.
Quello era il problema.
Parlava per amore.
Ma esiste un amore che protegge e un amore che, per paura, comincia a decidere al posto tuo.
Al telefono possono avere la stessa voce.
«Non voglio vederti di nuovo come tre mesi fa», disse.
«So cosa sto facendo.»
«Secondo me sei sola.»
Rimasi zitta.
Perché aveva ragione.
E perché sentirlo dire da lui mi fece vergognare.
«E quindi? Le persone sole non meritano qualcuno da amare?»
«Non ho detto questo.»
«L’hai pensato.»
«Ho detto che forse è il dolore a decidere per te.»
Guardai Ada.
Si era svegliata.
Si avvicinò con il suo passo rigido e, con enorme attenzione, salì sul divano.
Non mi venne in braccio.
Si appoggiò soltanto con il fianco contro la mia coscia.
Io posai la mano sulla sua schiena.
Sentii le ossa.
A volte le cose più fragili sostengono pesi enormi.
Una settimana dopo la portai dal veterinario.
Un piccolo ambulatorio di quartiere.
Niente di lussuoso.
Una pianta finta.
Un acquario che aveva visto giorni migliori.
Sedie di plastica.
Un signore anziano con un cane tremante sulle ginocchia.
Il veterinario visitò Ada con calma.
Artrosi.
Vecchi traumi.
Udito ridotto.
Vista compromessa.
Denti malandati.
Probabilmente anni difficili alle spalle.
Poi mi disse:
«Non posso prometterle molti anni.»
Annuii.
«Ma può avere del buon tempo.»
Buon tempo.
Non una garanzia.
Non un futuro infinito.
Tempo buono.
Mi accorsi che mi bastava.
Ada viveva con me da due settimane quando fece le fusa per la prima volta.
Ero sulla poltrona.
Lei era sul cuscino accanto.
Le accarezzavo la schiena.
All’inizio pensai fosse una vibrazione del termosifone.
Poi capii.
Era lei.
Un suono debole.
Arrugginito.
Come il motore di una vecchia utilitaria che dopo un inverno intero decide di partire ancora.
Mi immobilizzai.
Ada aprì un occhio.
Sembrava infastidita dalla mia emozione.
Poi lo richiuse.
Piangevo.
Naturalmente.
Ormai piangere era diventato quasi un mobile della casa.
Il primo vero litigio con Luca avvenne a causa di una fotografia.
Gli avevo mandato Ada addormentata sul davanzale.
La luce del pomeriggio le cadeva sul muso segnato.
Sembrava finalmente in pace.
Credevo che guardandola avrebbe capito.
Invece telefonò.
«Chiara ha visto la foto.»
Chiara era sua moglie.
«E?»
«Dice che sembra malata.»
«È vecchia.»
«Appunto.»
Chiusi uno sportello della cucina più forte del necessario.
«È stata visitata.»
«Non significa che sia stata una buona idea.»
«Perché ti disturba così tanto?»
Luca rimase in silenzio.
Poi disse:
«Perché ti conosco. Le darai tutto il cuore. E quando starà male sarò io dall’altra parte del telefono a cercare di rimetterti insieme.»
Quella frase mi fermò.
Sotto la rabbia c’era paura.
Mio figlio si ricordava delle telefonate dopo la morte di Mina.
Si ricordava della mia voce.
Probabilmente si era sentito impotente.
«Non ho bisogno del tuo permesso per voler bene a qualcosa», dissi.
«Non voglio comandarti.»
«Sembra così.»
«Cerco di essere realista.»
Realista.
Che parola rispettabile.
Quante volte la usiamo per spazzare via dal pavimento tutto ciò che è fragile, complicato o difficile da spiegare.
«Sono stata realista per tre mesi, Luca. È stato orribile.»
«Non vuol dire che ogni decisione emotiva sia giusta.»
«E nemmeno che ogni decisione prudente sia buona.»
Silenzio.
Poi la sua voce cambiò.
«Non voglio vederti sparire di nuovo.»
Chiusi gli occhi.
A volte i litigi non sono due persone arrabbiate.
Sono due persone spaventate che guardano lo stesso dolore da lati opposti.
«Sono sparita perché non sapevo più dove mettere l’amore», gli dissi. «Non perché ne avevo troppo.»
Non rispose subito.
Non risolvemmo tutto.
Ma smettemmo di ferirci.
Per quel giorno bastava.
Nel condominio la notizia di Ada si diffuse in fretta.
Nei palazzi italiani puoi cambiare serratura senza che nessuno se ne accorga, ma porta a casa un gatto e nel giro di quarantotto ore lo sa anche la signora del terzo piano che non saluta dal 2019.
Un pomeriggio incontrai la signora Rosa sulle scale.
Mi vide con una confezione di cibo specifico.
«Ah, Teresa! Finalmente hai sostituito Mina.»
Sostituito.
Sorrisi.
Era più semplice.
Ma quella parola mi rimase dentro come una scheggia.
Non si sostituisce una vita.
Non si sostituisce un matrimonio finito.
Non si sostituisce un figlio che cresce e va via.
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