Non si sostituisce la donna che eri a trent’anni con quella che sei diventata a sessantotto.
Si continua.
Male certe volte.
Con fatica.
Con le cicatrici in mostra.
Ma si continua.
Ada non aveva sostituito Mina.
Mi aveva incontrata nel punto esatto in cui l’assenza di Mina mi aveva lasciata.
Era diverso.
Cominciai a svegliarmi prima per spostare una sedia vicino alla finestra.
Ada amava il sole del mattino.
Le piaceva la radio bassa mentre pulivo.
Odiava i rumori improvvisi nel pianerottolo.
Disprezzava certi gusti di cibo con un’espressione che avrebbe fatto sentire incompetente uno chef.
Una sera, mentre piegavo il bucato, mi cadde un calzino.
Ada, che ignorava palline e giocattoli, gli diede una zampata così secca da farlo volare sotto il tavolo.
Scoppiai a ridere.
Una risata vera.
Mi fece quasi male alla pancia.
Mi fermai.
Non ricordavo l’ultima volta che avevo riso così.
Da quel giorno cominciarono a tornare piccole cose.
Preparavo una cena decente invece di mangiare pane e formaggio davanti alla televisione.
Aprivo le tapparelle appena sveglia.
Rispondevo alle telefonate.
Accettai persino il caffè di un’amica che continuavo a rimandare da settimane.
Rimase quasi tre ore.
Ada osservò tutto da sotto una sedia come una padrona di casa diffidente.
A un certo punto la mia amica mi guardò.
«Hai una faccia diversa.»
«In che senso?»
«Più tua.»
Stavo per chiederle quale delle mie tante facce intendesse.
Quella prima del divorzio?
Quella prima che Luca andasse via?
Quella prima che l’età cominciasse a cancellare nomi dalla rubrica?
Poi guardai Ada.
«Forse sono semplicemente fatta così quando c’è un gatto in casa.»
La mia amica rise.
Io no.
Lo pensavo davvero.
Gli animali non aggiustano le persone.
Chi lo dice non ha mai affrontato una malattia, una vecchiaia o un ultimo viaggio dal veterinario.
Ma gli animali chiedono cose.
Alzati.
Apri la scatoletta.
Cambia l’acqua.
Guardami.
Rimani.
E qualche volta essere necessario a qualcuno ti impedisce di scomparire dentro te stesso.
Specialmente quando invecchi.
Specialmente quando tutti continuano a dirti quanto sei forte perché fai tutto da sola.
Esiste una strana idea sulla vecchiaia.
Che più sei dignitoso, meno dovresti avere bisogno.
Non disturbare.
Non lamentarti.
Non chiedere troppo.
Non far preoccupare i figli.
Organizzati.
Sii autonoma.
Sii forte.
Come se il premio finale fosse diventare così autosufficienti da poter sparire senza creare problemi a nessuno.
Io non ci credo più.
Essere necessaria ad Ada fece per me più di tutta la dignità che avevo cercato di conservare.
Un mese dopo tornai al rifugio.
Portai alcune coperte lavate.
Un sacco di lettiera.
Qualche scatoletta.
La volontaria mi riconobbe.
«Come sta Ada?»
Mi raddrizzai quasi con orgoglio.
«Adesso comanda lei.»
Rise.
«Ottimo segno.»
Chiesi del gattino che Ada aveva scaldato quel giorno.
Controllò.
«Adottato. Due giorni dopo che ha portato via Ada.»
Mi fece piacere.
Molto.
E provai anche un piccolo sollievo.
Avevo scelto la vecchia.
Non il cucciolo.
Non la creatura con davanti quindici anni possibili.
La vecchia.
Quella che forse mi avrebbe dato pochi mesi.
Forse due anni.
Forse meno.
Le persone amano le storie semplici.
Salva il cucciolo.
Scegli quello giovane.
Scegli quello che ha più futuro.
Ci mette a disagio ammettere che esistono altri modi di misurare il valore.
La durata non è profondità.
La giovinezza non è merito.
E una creatura che è stata ignorata per anni forse non dovrebbe essere costretta a dimostrare ancora una volta di essere degna d’amore.
Nel secondo mese Ada stette male.
All’inizio mangiò meno.
Poi cominciò a muoversi poco.
Gli occhi sembravano più lontani.
La osservai tutto il giorno facendo finta di non osservarla.
Quella notte sedetti sul pavimento accanto alla coperta e contai i suoi respiri.
Il dolore ti insegna numeri che non avresti mai voluto conoscere.
Quante ore dall’ultimo pasto.
Quante volte ha bevuto.
Quante volte è andata nella lettiera.
Quanti secondi può restare immobile prima che il cuore cominci a correre.
Il mattino seguente tornammo dal veterinario.
Dolore articolare.
Un’infiammazione.
Qualcosa da controllare.
Farmaci.
Attenzione.
Molti forse.
Forse migliorerà.
Forse durerà.
Forse no.
Ecco cosa significa amare qualcosa di anziano.
Vivere in mezzo ai forse.
In macchina mi tornò in mente Luca.
Ti spezzerà.
Per la prima volta ebbi paura che avesse ragione.
Quella sera Ada rifiutò la ciotola.
Mi sedetti sul pavimento con un cucchiaino.
La imboccai piano.
Tre bocconi.
Poi quattro.
Alla fine poggiò il muso sul mio polso.
Rimasi così finché mi si addormentò una gamba.
E pensai una cosa che non avrei più dimenticato.
Se avessi saputo quanto sarebbe stato difficile, l’avrei portata a casa lo stesso.
Certo, qualcuno direbbe che una donna pensionata deve essere prudente.
Che gli animali anziani costano.
Che prendere con sé una creatura fragile quando anche tu cominci a sentirti fragile è poco saggio.
Forse.
Ma a sessantotto anni non ero più impressionata dalle scelte fatte soltanto per evitare il dolore.
Evitare il dolore non significa necessariamente proteggere la vita.
A volte significa soltanto affamare l’amore prima che possa fare qualcosa di buono.
Ada migliorò.
Non del tutto.
Non per sempre.
Ma abbastanza.
Tornò alla finestra.
Tornò a fare le fusa.
Tornò perfino a colpire un calzino.
Poi un pomeriggio fece una cosa che mi lasciò ferma sulla porta del soggiorno.
Salì sulla poltrona di Mina.
Quella poltrona.
Per mesi non mi ero seduta lì.
Era assurdo.
Era un mobile.
Eppure per me sembrava quasi una tomba.
Ada impiegò parecchio per arrampicarsi.
Prima una zampa.
Poi l’altra.
Poi si sistemò nel punto in cui Mina aveva dormito per anni.
Si girò.
Chiuse gli occhi.
E si addormentò nel sole.
La guardai.
Vecchie ossa.
Orecchio segnato.
Baffo storto.
La coperta di Mina sotto il corpo.
E finalmente capii.
L’amore non onora chi è morto rimanendo intatto.
Lo onora restando utilizzabile.
Diventando riparo.
Calore.
Pazienza.
La possibilità di accogliere ancora qualcuno.
Quella sera telefonai io a Luca.
Parlammo per qualche minuto di cose inutili.
Poi gli dissi:
«Avevi ragione su una cosa.»
Silenzio.
«Ero sola.»
Luca sospirò.
«Mamma…»
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