Due orecchie spuntavano dal fango secco del lago: quando liberarono il cane, capirono perché aveva scelto di seppellirsi vivo
La prima cosa che vidi non fu un cane.
Furono due orecchie.
Erano le 10:18 di una mattina d’agosto, e stavo percorrendo con l’auto di servizio la strada sterrata che costeggiava il vecchio bacino artificiale di Valle Secca, nell’entroterra siciliano.
Il lago era quasi vuoto da mesi.
Una pioggia violenta, arrivata una settimana prima, aveva riempito per poche ore la parte centrale del bacino. Poi il sole aveva fatto quello che fa sempre ad agosto da quelle parti: aveva cotto tutto.
Da lontano il fondo sembrava una distesa di terra dura, spaccata in grandi lastre grigie.
Sembrava cemento.
Non lo era.
Fermai la macchina vicino alla sbarra e scesi.
A una trentina di metri dalla riva qualcosa si mosse tra le crepe.
Feci altri tre passi.
Al quarto, lo stivale sinistro sfondò la crosta.
Sotto c’era fango ancora umido.
Mi arrivò quasi alla caviglia.
Fu allora che capii quanto fosse pericoloso quel posto.
E quanto fosse grave ciò che stavo guardando.
Davanti a me, fuori dalla terra, spuntava soltanto la parte superiore della testa di un cane.
Un pastore tedesco meticcio.
Il fango gli si era asciugato attorno al collo e alle spalle, bloccandolo in posizione verticale. Il muso era infilato sotto una lastra di argilla crepata.
Una fessura larga forse due dita permetteva all’aria di arrivargli al naso.
Lo chiamai.
«Ehi, bello… mi senti?»
Le orecchie si mossero.
Il resto del corpo no.
Chiesi immediatamente l’intervento dei vigili del fuoco, del servizio veterinario e di un’ambulanza veterinaria.
Poi mi abbassai.
Non potevo camminare normalmente, perché avrei rischiato di sprofondare anch’io. Così iniziai ad avanzare quasi carponi, distribuendo il peso sulle ginocchia e sugli avambracci.
Più mi avvicinavo, più capivo che quel cane non era finito lì da poche ore.
Il fango attorno alla testa si era asciugato in diversi strati.
Dentro le crepe si era accumulata polvere portata dal vento.
Alcune mosche camminavano sopra un orecchio.
Il cane non aveva nemmeno la forza di scacciarle.
Avevo con me una tanica d’acqua e un piccolo piede di porco.
Bagnai lentamente la terra attorno alla testa.
Non potevo colpire con forza.
Un movimento sbagliato avrebbe potuto ferirlo oppure chiudere quell’unica fessura da cui respirava.
Passò quasi un’ora prima che riuscissimo a liberargli le spalle.
Sotto l’argilla comparve un vecchio collare marrone.
La targhetta d’ottone era graffiata, ma si leggevano ancora due lettere.
G. B.
E un indirizzo incompleto di un paese a una quarantina di chilometri da lì.
Quando liberammo le zampe anteriori, vidi qualcosa che non capii subito.
Le unghie erano spezzate.
La pelle attorno ai cuscinetti era consumata.
Sotto ogni unghia c’era un fango molto più scuro di quello che circondava il corpo.
Il cane aveva scavato.
Pensammo tutti la stessa cosa.
Aveva cercato di tirarsi fuori.
Aveva scavato per salvarsi.
Ci sbagliavamo.
Quando finalmente riuscimmo a sollevarlo su un telo, il cane rifiutò persino l’acqua.
Era stremato, magro, disidratato.
Eppure girò immediatamente la testa verso la buca da cui lo avevamo estratto.
Provò ad alzarsi.
Le zampe gli cedettero.
Lo trattenemmo con una fascia.
Lui continuò a spingere.
Poi, con una forza che non so ancora spiegare, strisciò di nuovo verso il lago.
Allungò una zampa.
Grattò una crepa nel terreno accanto al punto in cui lo avevamo trovato.
Una volta.
Due volte.
Tre.
Il movimento era debole.
Ma continuava.
Uno dei vigili si sdraiò e appoggiò l’orecchio contro la terra.
Restò immobile qualche secondo.
Poi alzò la testa.
«C’è qualcosa sotto.»
Cominciammo a bagnare il terreno.
Sollevammo le lastre una alla volta.
A circa due metri dal primo cane, sotto uno strato spesso di argilla, apparve del pelo color miele.
Un secondo cane.
Era sdraiato su un fianco.
Un vecchio meticcio simile a un golden retriever.
Il muso si trovava dentro una piccola sacca d’aria.
Una cavità minuscola.
Grande quanto una scodella.
Quella cavità non era naturale.
L’aveva scavata l’altro cane.
Il pastore si lasciò cadere accanto alla buca.
In quel momento capimmo tutto.
Aveva scavato per giorni.
Non per uscire.
Per far respirare il suo compagno.
E le tracce sul terreno raccontavano una cosa ancora peggiore.
A un certo punto era quasi riuscito a raggiungere la parte solida della riva.
Avrebbe potuto andarsene.
Era tornato indietro.
Mi chiamo Marco Bellini.
Avevo quarantatré anni quando trovai quei due cani.
Lavoravo da quattordici anni nella polizia provinciale e conoscevo bene quel bacino.
Di solito, in estate, intervenivamo per ragazzini che scavalcavano le recinzioni, pescatori abusivi, macchine abbandonate o turisti convinti che una distesa asciutta fosse automaticamente sicura.
Non avevo mai visto un animale sepolto vivo nel fondo di un lago.
Il pastore venne chiamato Rocco.
Non perché quello fosse il suo vero nome.
Semplicemente, durante le prime ore del soccorso continuava a guardare verso le colline come se cercasse una strada, una casa, qualcuno.
Aveva circa sette anni.
Pesava venticinque chili, ma il veterinario disse che avrebbe dovuto pesarne almeno trenta.
Aveva il dorso nero, il petto color miele e un orecchio leggermente piegato verso l’interno.
Il secondo cane lo chiamammo Bruno.
Era più anziano.
Forse dieci o undici anni.
Il pelo, un tempo dorato, era diventato quasi bianco attorno agli occhi.
Aveva una grave artrosi alle zampe posteriori.
Entrambi portavano lo stesso tipo di collare.
Stessa pelle.
Stessa targhetta.
Stesse iniziali.
G. B.
Quando caricammo Bruno sull’ambulanza veterinaria, Rocco cercò di seguirlo.
Non riusciva nemmeno a stare in piedi.
Lo sistemai nel trasportino accanto.
I due si appoggiarono contro la parete divisoria.
Solo allora Rocco bevve.
Quel gesto mi rimase impresso.
Aveva l’acqua davanti da parecchi minuti.
Eppure sembrava aspettare di sapere che Bruno fosse ancora lì.
La liberazione del cane più anziano richiese altre due ore.
La sua testa era rimasta dentro quella piccola bolla d’aria creata dagli scavi di Rocco.
Ogni colpo rischiava di far collassare tutto.
I vigili aprirono una trincea laterale.
Usammo acqua, spatole, tavolette di plastica.
Negli ultimi centimetri lavorammo con le mani.
Quando toccammo Bruno, non reagì.
Sentimmo però un battito.
Lento.
Irregolare.
Ma c’era.
A quel punto nessuno parlò più.
Si scavava.
Basta.
Alle 14:16 lo sollevammo.
Fece un respiro.
Poi smise.
Una veterinaria cominciò immediatamente le compressioni.
Un collega gli liberò il muso dal fango.
Rocco tentò di alzarsi.
Gli misi una mano sulla spalla.
«Fermo, campione. Lasciali lavorare.»
Non so se capì le parole.
So che mi guardò.
Poi guardò Bruno.
Dopo meno di un minuto arrivò un respiro.
Debolissimo.
Ma autonomo.
Rocco appoggiò la testa sul mio avambraccio.
Sembrava improvvisamente vuoto.
Come se avesse tenuto in corpo l’ultima briciola di energia soltanto fino a quel momento.
Alla clinica veterinaria non vollero separarli.
Bruno aveva i reni in difficoltà, una forte disidratazione e una compressione seria all’anca.
Rocco aveva infezioni alle zampe, muscoli danneggiati e diverse unghie spezzate.
Il veterinario stimò che fossero rimasti nel bacino fra quattro e sei giorni.
Quattro o sei giorni.
Ad agosto.
Senza acqua.
Sotto un sole che, a mezzogiorno, faceva sembrare l’aria una parete.
E Rocco aveva passato una parte di quel tempo a scavare.
Le tracce rimaste sulla crosta raccontavano la storia abbastanza chiaramente.
Bruno, con le zampe posteriori rigide per l’artrosi, era sprofondato per primo.
Rocco aveva cercato di muoversi verso la riva.
Le sue impronte arrivavano fino a pochi metri dal terreno stabile.
Poi cambiavano direzione.
Tornavano indietro.
Verso Bruno.
Aveva scavato attorno al suo muso.
Aveva creato un passaggio per l’aria.
Continuando a scavare, però, aveva fatto cedere il terreno sotto le proprie zampe posteriori.
Poi il sole aveva asciugato la superficie.
Il fango si era trasformato in una morsa.
Alla fine fuori era rimasta soltanto la testa.
Rocco non era rimasto accanto all’altro cane perché si era trovato intrappolato.
Si era trovato intrappolato perché aveva scelto di tornare.
Quella sera raccontai tutto a mia moglie, Anna.
Lei lavorava come infermiera in una casa di riposo e aveva cinquant’anni.
Aveva visto figli smettere di parlare con i genitori per questioni di soldi.
Fratelli litigare su chi dovesse occuparsi di una madre malata.
Famiglie perfette nelle fotografie sbriciolarsi quando arrivava il momento di fare davvero un sacrificio.
Ascoltò in silenzio.
Poi mi chiese:
«Di chi sono?»
«Ho un indirizzo.»
«Sei andato a vedere?»
«Domani.»
Guardò la foto che avevo scattato.
Rocco era sdraiato contro la parete del box.
Dall’altro lato Bruno riceveva ossigeno.
Anna ingrandì l’immagine.
«Se quella casa è vuota, Marco, promettimi una cosa.»
«Cosa?»
«Non permettere che li dividano.»
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





