La mattina dopo andai all’indirizzo inciso sui collari.
Era una casa bassa con le persiane verdi, in un quartiere vecchio all’ingresso di un paese.
Sul cancello c’era ancora un filo di ferro arrugginito.
Sul muro si vedeva il rettangolo più chiaro dove fino a poco prima era stata appesa una targhetta.
Le finestre erano vuote.
Dentro non c’erano tende.
Bussai lo stesso.
Nessuno rispose.
Una donna mi osservava dal balcone di fronte.
Avrà avuto settantacinque anni.
Capelli bianchi raccolti dietro la nuca, grembiule a fiori, pantofole nonostante fosse quasi mezzogiorno.
Le mostrai sul telefono la fotografia dei cani.
Si portò una mano alla bocca.
«Sono quelli del signor Giulio.»
«Giulio Baresi?»
«Sì.»
«Posso parlare con lui?»
La donna mi guardò come si guarda qualcuno che sta per ricevere una cattiva notizia.
«Giulio è morto.»
Mi indicò una sedia di plastica sotto il suo balcone.
Si chiamava Teresa.
Aveva abitato davanti a Giulio per trentadue anni.
Lui era rimasto vedovo da nove.
La moglie, Maria, era morta dopo una lunga malattia.
Avevano avuto un solo figlio, trasferitosi al nord per lavoro molti anni prima.
Dopo la morte della moglie, i cani erano diventati l’orologio della vita di Giulio.
Alle sei del mattino usciva con loro.
Al ritorno comprava il pane.
A mezzogiorno Bruno dormiva sotto il tavolo mentre Rocco si piazzava davanti al frigorifero.
Alle quattro Giulio faceva il caffè.
Non lo beveva mai al bar.
Diceva che un caffè a casa costava meno e permetteva di dare «un biscotto ai delinquenti».
I delinquenti erano i cani.
La sera, tutti e tre sedevano davanti alla porta.
Giulio su una vecchia sedia impagliata.
Bruno a sinistra.
Rocco a destra.
«La gente diceva che parlava con loro come fossero persone», raccontò Teresa.
«E lei cosa diceva?»
«Che forse erano le uniche persone che lo ascoltavano davvero.»
Un mese prima, Giulio aveva avuto un malore.
L’ambulanza lo aveva portato via.
Non era più tornato.
Era morto quattro giorni dopo.
Il figlio era rientrato per il funerale, ma aveva dovuto ripartire quasi subito.
Un nipote si era occupato della casa.
Teresa gli aveva chiesto dei cani.
Lui aveva assicurato che qualcuno sarebbe passato a prenderli.
Nessuno arrivò.
Per qualche giorno Teresa portò cibo attraverso il cancello.
Poi una squadra incaricata di svuotare l’abitazione lasciò accidentalmente aperto il cortile.
Rocco e Bruno uscirono.
Teresa pensò che li avessero portati al canile.
Gli operai pensarono che li avesse presi un parente.
Il nipote credette che Teresa li avesse adottati.
Nessuno telefonò a nessuno.
Nessuno denunciò la scomparsa.
Nel frattempo la casa venne venduta.
«Mi sento una stupida», disse Teresa.
«Non poteva saperlo.»
Scosse la testa.
«Quando arrivi alla mia età scopri che “pensavo ci avesse pensato qualcun altro” è la frase con cui iniziano un sacco di disgrazie.»
Poi mi disse che aveva una telecamera sopra il portone.
Recuperammo le immagini.
Alle 5:42 di un sabato mattina Rocco e Bruno uscivano dal cancello.
Bruno camminava piano.
Rocco procedeva al suo fianco.
Arrivati all’incrocio, invece di dirigersi verso la piazza, svoltarono verso nord.
Teresa guardò il video tre volte.
Poi si mise a piangere.
«Lo sapevo.»
«Cosa?»
«Cercavano Giulio.»
Il cimitero del paese si trovava oltre le colline, nella stessa direzione del bacino.
Durante il funerale, il vecchio furgoncino di Giulio era stato guidato dal nipote dietro al carro.
Quando il corteo era passato davanti alla casa, raccontò Teresa, Rocco aveva corso avanti e indietro lungo il cancello.
Aveva riconosciuto il rumore del motore.
Forse l’odore.
Forse semplicemente qualcosa che apparteneva al suo padrone.
Tre settimane dopo, con la casa vuota e il cibo terminato, i due cani avevano seguito l’unico percorso collegato all’ultima partenza di Giulio.
Non stavano tornando a casa.
Stavano cercando l’uomo che non era tornato.
Per accorciare la strada verso il cimitero avevano attraversato il bacino prosciugato.
Bruno era sprofondato.
Rocco era quasi riuscito a salvarsi.
Poi era tornato indietro.
Bruno rimase in condizioni critiche per nove giorni.
I reni cominciarono lentamente a riprendersi, ma la zampa posteriore aveva subito un danno importante.
Forse avrebbe avuto bisogno di un’imbracatura per sempre.
Rocco migliorò più in fretta.
Al terzo giorno era in piedi.
Al quinto camminava.
Quando provarono a trasferirlo in un box più grande, però, si piantò sul pavimento.
Non voleva muoversi.
Tirava dalla parte di Bruno.
Alla fine decisero di sistemarli insieme.
Rocco mangiava dopo che Bruno aveva cominciato a mangiare.
Dormiva appoggiato alla sua schiena.
Durante la fisioterapia camminava alla stessa velocità del cane anziano.
Teresa ci portò alcune fotografie trovate in una scatola che il nuovo proprietario della casa stava per buttare.
In una c’era Giulio seduto davanti alla porta.
Bruno era già adulto.
Rocco, molto più giovane, si nascondeva sotto una sedia.
Scoprimmo così che era stato Bruno, anni prima, ad aiutare Rocco.
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