Il cane anziano lo aveva guidato ancora una volta fuori da un posto da cui Rocco non riusciva ad andarsene da solo.
Quella sera telefonammo alla clinica.
L’affido non sarebbe più stato temporaneo.
Li adottammo entrambi.
Rocco porta ancora una targhetta con le iniziali G.B. incise sul retro.
Anche Bruno.
Sul davanti, però, c’è il nostro indirizzo.
Non abbiamo cancellato la loro vecchia casa.
Abbiamo soltanto aggiunto quella nuova.
Per molto tempo Teresa continuò a venire a trovarli la domenica pomeriggio.
Arrivava sempre con qualcosa nascosto nella borsa.
Un pezzo di pane.
Un biscotto.
Un asciugamano appartenuto a Giulio.
Una volta si presentò con la sua vecchia moka.
«Questa non serve ai cani», le dissi.
«Lo so.»
«E allora perché me la porta?»
«Perché ogni cosa ha bisogno di finire in una casa dove qualcuno sappia che è esistita.»
Anna mise quella moka in cucina.
Non la usiamo.
È ancora lì.
Paolo, il figlio di Giulio, tornò al paese qualche mese dopo.
Aveva sessant’anni, capelli grigi e un modo di camminare che ricordava vagamente suo padre nella fotografia.
Rocco lo fissò a lungo.
Bruno gli si avvicinò per primo.
Paolo si inginocchiò.
Non disse «scusatemi».
Non avrebbe avuto senso.
Appoggiò una mano sulla testa di Bruno.
Poi pianse.
«Papà diceva sempre che avrei capito certe cose quando sarei diventato vecchio», disse.
Teresa, che era venuta con lui, gli rispose:
«Siamo tutti bravissimi a capire le cose cinque minuti dopo che servivano.»
Paolo rise mentre si asciugava gli occhi.
Da allora, ogni tanto, telefona.
Non pretende niente.
Chiede soltanto come stanno.
Andiamo al cimitero la prima domenica di ogni mese.
È diventato il nostro piccolo pranzo della domenica, soltanto al contrario.
Prima passiamo da Giulio.
Poi torniamo a casa.
Anna mette su il sugo.
Teresa, quando se la sente, viene da noi.
A volte arriva anche mia sorella con i figli.
Si mangia troppo.
Si discute.
Qualcuno racconta per la ventesima volta lo stesso episodio.
Qualcun altro si lamenta che il pane non è più quello di una volta.
Bruno si sdraia sotto il tavolo.
Rocco aspetta davanti al frigorifero.
Come facevano nella casa di Giulio.
Solo che adesso, attorno a loro, ci sono altre voci.
Altri passi.
Altri odori di cucina.
Un’altra famiglia.
Bruno non può più percorrere a piedi tutta la strada dal parcheggio alla tomba.
Gli abbiamo comprato un piccolo carrello.
Io lo tiro.
Rocco cammina accanto alla ruota.
Quando arriviamo all’ulivo, Bruno scende con l’aiuto di Anna.
Rocco aspetta.
Poi si sistemano sempre nello stesso modo.
Bruno a sinistra.
Rocco a destra.
Spalla contro spalla.
Dopo una mezz’ora Bruno si alza.
Rocco lo segue.
Non è più lui quello che decide quando andarsene.
Forse ha già rischiato abbastanza, una volta, per non lasciare indietro qualcuno.
Da quando li abbiamo trovati, il vecchio bacino viene controllato più spesso dopo le piogge estive.
Sono state messe nuove barriere nei punti più pericolosi.
Ma ogni agosto il fango si secca di nuovo.
Le crepe tornano.
Il vento riempie di polvere gli spazi tra una lastra e l’altra.
Quando passo da quella strada non vedo più un lago vuoto.
Vedo due orecchie.
Vedo un paio di zampe con le unghie spezzate.
Vedo le tracce di un cane che arrivano quasi sulla terra sicura.
Poi si fermano.
Si girano.
E tornano indietro.
Noi esseri umani passiamo anni a parlare di fedeltà.
Di famiglia.
Di riconoscenza.
Di quello che faremmo per qualcuno.
Poi arrivano i problemi veri e spesso cominciamo a fare i conti.
Quanto costa.
Quanto tempo richiede.
Perché proprio io.
Perché mio fratello no.
Perché mia sorella non aiuta.
Perché mio padre non ci ha pensato prima.
Rocco non fece nessun conto.
Davanti a lui c’era la terra solida.
Dietro c’era Bruno.
E tornò indietro.
Forse perché anni prima, quando Rocco era un cane giovane che aveva paura persino di attraversare una porta, era stato Bruno a passare per primo.
Forse certe cose non si dimenticano.
Nemmeno quando non abbiamo parole per chiamarle.
Erano partiti alla ricerca di un uomo che non poteva più aprire loro la porta.
Non lo trovarono.
Trovarono il fango.
Quasi morirono.
Eppure, seguendo quella strada sbagliata, arrivarono infine in un’altra cucina, davanti a un altro frigorifero, sotto un altro tavolo.
La sera, quando rientro con l’auto, li vedo dalla veranda.
Rocco alza la testa.
Bruno muove lentamente la coda.
Non guardano più ogni macchina che passa.
Non aspettano più ogni rumore di chiavi.
Hanno imparato quale automobile torna davvero a casa.
E quando la prima domenica del mese lasciamo la tomba di Giulio, nessuno deve più scegliere tra restare e salvarsi.
Bruno si mette in cammino.
Rocco guarda un’ultima volta l’ulivo.
Poi viene con noi.
Hanno ancora il vecchio indirizzo inciso sul collare.
Ma ora ne hanno anche uno dove qualcuno apre la porta.





