Dodici motociclisti trovano una cagnolina sospesa nel fango: ciò che scoprono sotto la rete cambia tutto

Secondo la veterinaria, Luna era rimasta sospesa tra la rete e i rami per almeno un giorno e mezzo.

Forse due.

Aveva resistito mentre il livello dell’acqua scendeva sotto di lei.

E aveva protetto cinque vite dentro il proprio corpo.

Chiara diede i nomi ai cuccioli.

Oliva.

Bruno.

Fiume.

Stella.

E Tito.

Luigi decise immediatamente che Tito in realtà doveva chiamarsi Pistone.

Chiara lo correggeva ogni volta.

«Si chiama Tito.»

«Pistone.»

«Tito.»

«Va bene, Pist… Tito.»

Nel frattempo i Rinaldi cercavano di ricominciare.

Paolo trovò lavoro temporaneo nelle squadre che svuotavano cantine e sistemavano pareti danneggiate.

Teresa aiutava altre famiglie a organizzare i turni per accompagnare a scuola i bambini sfollati.

Ogni pomeriggio passavano dal circolo.

Andrea puliva le ciotole.

Chiara leggeva ad alta voce seduta vicino a Luna.

Leggeva lentamente, come fanno i bambini quando vogliono dimostrare di essere grandi.

Luna sembrava ascoltarla.

A volte appoggiava il muso sul ginocchio della bambina e chiudeva gli occhi.

Con il passare delle settimane, i cuccioli iniziarono a camminare.

Poi a correre.

Poi a distruggere qualsiasi cosa avesse un angolo interessante.

Una mattina Ettore trovò il laccio di uno stivale rosicchiato.

«Chi è stato?»

Cinque musi lo guardarono contemporaneamente.

«Perfetto.»

Era il cucciolo più piccolo, Bruno, quello nato per primo nel suo giubbotto, a seguirlo ovunque.

Ettore faceva finta di non accorgersene.

Da quattro anni viveva solo.

Sua moglie, Marina, era morta dopo trentasei anni di matrimonio.

Da allora la casa era diventata troppo ordinata.

Troppo silenziosa.

Una sedia in cucina.

Un piatto.

Un bicchiere.

Il televisore acceso spesso senza volume.

E quel rumore del frigorifero che di notte sembrava più forte del necessario.

Gli amici avevano provato a convincerlo a prendere un cane.

Aveva sempre risposto:

«Alla mia età non comincio.»

Così quando si parlò delle adozioni dei cuccioli, Ettore rimase zitto.

Cinque cuccioli.

Cinque famiglie disponibili.

Tre appartenevano al gruppo dei motociclisti.

Una era la figlia di un membro.

L’ultima non era stata ancora scelta.

Luigi prese Tito.

«Perché ha carattere.»

«Perché lo hai chiamato Pistone per due mesi», disse Ettore.

«Anche.»

Oliva andò a Daniela, l’unica donna del gruppo che guidava una grossa moto da turismo e aveva trasformato il proprio giardino in un piccolo paradiso per animali.

Fiume andò a Carlo, ex camionista.

Stella fu adottata da Roberto e sua moglie.

Rimaneva Bruno.

Il più piccolo.

Quello nato nel giubbotto.

Una sera Ettore era seduto sul pavimento del circolo.

Bruno attraversò il recinto.

Gli salì sulla gamba.

Si sistemò sulla fodera del vecchio giubbotto.

E si addormentò.

Luigi lo guardò.

«Quindi?»

«Quindi cosa?»

«Te lo porti a casa.»

«No.»

«Certo.»

«Ho detto no.»

«Va bene.»

Luigi si alzò.

«Domani porto una cuccia.»

«Non portare niente.»

La mattina dopo arrivò una cuccia.

Ettore non la restituì.

Otto settimane dopo, la famiglia Rinaldi ottenne un piccolo alloggio temporaneo.

Potevano finalmente riportare Luna con loro.

Non potevano tenere anche cinque cuccioli.

Il piano delle adozioni rimase dunque necessario.

Tutti seguirono le normali procedure: visite veterinarie, controlli, registrazioni e incontri graduali.

Nessuno ricevette un cane semplicemente perché faceva parte del gruppo.

«Se ci prendiamo una responsabilità», diceva Daniela, «la facciamo bene.»

Oliva fu la prima ad andarsene.

Luna la annusò a lungo prima di lasciarla andare.

Poi toccò a Fiume.

Poi Stella.

Poi Tito.

Luigi lo prese in braccio.

«Andiamo a casa, Pistone.»

Chiara sollevò un dito.

«Tito.»

«Certo. Ho detto Tito.»

L’ultimo giorno rimasero Luna e Bruno.

Teresa arrivò con un collare nuovo per Luna.

Rosso.

Chiara portò una coperta dall’alloggio.

Ettore prese Bruno e lo mise accanto alla madre.

Luna gli pulì il muso.

Poi gli appoggiò una zampa sulla schiena.

Ettore si voltò.

Non voleva che gli altri vedessero la sua faccia.

Dopo alcuni minuti Luna si alzò.

Camminò verso Chiara.

Bruno la seguì per qualche passo.

Poi si fermò.

Si girò.

Guardò Ettore.

E andò verso di lui.

Luna si voltò una sola volta.

Osservò il cucciolo.

Poi salì sul furgoncino dei Rinaldi insieme alla sua famiglia.

Quella sera Ettore portò Bruno a casa.

La prima cosa che il cucciolo fece fu rovesciare la ciotola dell’acqua.

La seconda fu trascinare un calzino dal bagno alla cucina.

La terza fu addormentarsi sul divano, esattamente nel posto dove Marina sedeva ogni sera.

Ettore rimase fermo sulla porta.

Per la prima volta dopo quattro anni, sentì qualcosa muoversi dentro quella casa.

Non era il frigorifero.

Un anno dopo l’alluvione, i Rinaldi tornarono al circolo con Luna.

Le ferite erano guarite.

Sul petto erano rimaste soltanto due sottili linee dove la rete aveva stretto più forte.

I cuccioli erano ormai grandi quasi quanto lei.

Oliva arrivò con Daniela.

Fiume saltò giù dal furgone di Carlo e rovesciò una bacinella dopo meno di trenta secondi.

Tito indossava un fazzoletto nero che Luigi definiva categoricamente «non decorativo».

Stella rimase vicina alla moglie di Roberto finché non vide gli altri.

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