Bruno arrivò con Ettore.
Nel furgone.
Mai sulla moto.
«Non sono mica scemo», diceva Ettore. «Lui viaggia comodo.»
Mettevano il vecchio giubbotto di pelle in mezzo al pavimento dell’autorimessa ogni anno.
I cinque cani lo annusavano.
Luna ci si sdraiava sopra.
Con il tempo quella riunione diventò una tradizione.
La prima domenica di maggio.
Sempre.
Non si organizzavano gite.
Non si fissavano altri impegni.
Le famiglie portavano teglie di lasagne, torte salate, pane, formaggi e vino per gli adulti.
I bambini correvano nel cortile.
I cani giocavano tra le moto parcheggiate lontano.
Gli anziani del quartiere arrivavano soltanto per vedere «come sono diventati quelli dell’alluvione».
Al terzo anniversario decisero di tornare al pioppo.
Il campo era di nuovo verde.
Del fango restavano soltanto ricordi e qualche segno sui muri lontani.
Sul tronco del pioppo si vedeva ancora la linea della piena.
La rete era stata rimossa.
Ettore trovò perfino il punto dove la corda aveva inciso leggermente la corteccia durante la salita.
Luna si avvicinò lentamente.
Annusò il tronco.
Alzò la testa.
Per qualche secondo rimase immobile.
Poi tornò da Chiara.
La bambina ormai era cresciuta.
Si chinò e le accarezzò il collo.
I cinque figli di Luna si raccolsero attorno a lei.
Nessuno pensò a metterli in posa.
Nessuno gridò di guardare verso il telefono.
Un vicino scattò per caso una fotografia storta mentre i sei cani bevevano dalla stessa grande ciotola di metallo.
Dietro di loro c’erano dodici motociclisti.
Barbe grigie.
Tatuaggi scoloriti.
Pance un po’ più grandi.
Mani rovinate dal lavoro.
E facce che avrebbero potuto mettere soggezione a chiunque li avesse incontrati la sera in una strada vuota.
Nella fotografia, invece, quasi tutti sorridevano.
Quella foto venne appesa al muro del circolo.
Accanto c’è ancora oggi il vecchio giubbotto di Ettore.
Non è più utilizzabile.
Bruno gli ha mangiato metà della fodera durante il primo anno.
Ettore non l’ha mai fatta riparare.
All’interno c’è una piccola macchia scura.
È il punto dove Bruno respirò per la prima volta.
Ogni tanto qualcuno nuovo entra nel circolo e domanda perché tengano appeso un giubbotto rovinato invece di una targa o di una fotografia di qualche moto importante.
Luigi risponde sempre allo stesso modo.
«Perché quella è la cosa più importante che abbiamo.»
Dopo l’alluvione molte case furono sistemate.
Alcune famiglie andarono via.
Altre tornarono.
La vita riprese il suo passo normale, quello fatto di bollette, spesa, appuntamenti, figli che telefonano poco e nipoti che crescono troppo in fretta.
Ma ogni prima domenica di maggio, davanti a quell’autorimessa, succede ancora qualcosa che ricorda a tutti come erano andate davvero le cose.
Una madre che tutti credevano perduta ritorna dai suoi figli.
Cinque cani nati nel fango ritrovano i loro fratelli.
Cinque uomini che non avevano alcuna intenzione di adottare un animale arrivano con guinzagli, ciotole e sacchetti di biscotti.
Ettore arriva per ultimo.
Bruno scende dal furgone e corre dagli altri.
Luna lo riconosce sempre.
Si avvicina.
Gli annusa il muso.
Poi si sdraia sotto il tavolo dove Teresa ha già cominciato a distribuire le lasagne.
Per qualche ora nessuno parla della piena.
Nessuno parla delle case perdute.
Nessuno parla del valore dei mobili, delle fotografie rovinate o dei mesi passati a ricostruire.
Parlano di chi si è sposato.
Di chi è diventato nonno.
Di chi deve operarsi al ginocchio.
Di chi ha cambiato lavoro.
Delle stupidaggini di Luigi.
Dei chili presi da Ettore.
Dei cani.
Soprattutto dei cani.
Perché certe famiglie non nascono nello stesso salotto.
Non hanno lo stesso cognome.
Non si riuniscono perché qualcuno ha mandato un invito elegante.
A volte nascono quando l’acqua porta via quasi tutto.
Quando una vicina presta una pala.
Quando un fornaio lascia del pane senza chiedere soldi.
Quando una pensionata cucina per uomini che non conosce.
Quando una bambina ritrova la cagnolina che aveva già pianto come morta.
E qualche volta una famiglia nasce sopra un albero coperto di fango, nel momento preciso in cui un uomo grande e tatuato appoggia una mano sulla pancia di un cane spaventato e sente cinque piccoli cuori battere sotto il palmo.
Quel giorno Ettore pensava di aver salvato Luna.
Anni dopo capì che non era andata proprio così.
Luna era tornata da Chiara e Andrea.
I cinque cuccioli avevano trovato cinque case.
Il quartiere aveva scoperto di essere ancora capace di stringersi attorno a qualcuno senza chiedere niente in cambio.
E Bruno aveva riempito la casa silenziosa di Ettore con zampe sul pavimento, peli sul divano e rumori nel cuore della notte.
Alla fine, forse, ognuno aveva salvato qualcun altro.
E ogni maggio, quando sei cani corrono di nuovo insieme davanti all’autorimessa, nessuno sente più il bisogno di stabilire chi abbia cominciato.





