Dopo 700 pillole e oltre 100 iniezioni, Anna guardò Lucky negli occhi e capì cosa doveva fare

Niente paura.

Niente confusione.

Solo fiducia.

L’ultima iniezione fu silenziosa.

Un respiro.

Poi basta.

Lucky morì tra le mie braccia con la mia mano sulla testa, proprio come si era addormentato centinaia di volte.

Guidai verso casa piangendo.

Quando aprii la porta, il silenzio aveva un suono diverso.

Non c’era il piccolo colpo delle zampe nel corridoio.

Non c’era il suo viso ad aspettarmi.

Solo le chiavi nella ciotola.

Il frigorifero che ronzava.

Il trasportino vuoto nella mia mano.

Lasciai accesa la luce della cucina.

Non volevo che la casa diventasse vuota tutta insieme.

La ciotola dell’acqua era ancora accanto al lavello.

Il contenitore delle medicine aveva una dose pronta per la sera.

Nel cassetto c’erano le siringhe che avevo preparato la mattina.

Non toccai niente.

Mi sedetti per terra.

E piansi.

Il dolore non arrivò come una grande onda.

Arrivò a piccoli tradimenti.

Alle sei del pomeriggio presi il telefono perché doveva suonare l’allarme della medicina.

Alle undici aprii il frigorifero cercando senza pensarci il suo cibo.

Alle due e quattordici della notte mi svegliai di colpo.

Il mio corpo era abituato a controllarlo.

Respira?

Si è mosso?

Ha bevuto?

Sta male?

Mi alzai scalza.

Andai in soggiorno.

Il suo cuscino era accanto al divano.

C’era ancora un pelo arancione incastrato nel tessuto.

Appoggiai la mano nel punto dove si rannicchiava.

La gente pensa che il momento peggiore della perdita sia l’ultimo respiro.

Non sempre.

A volte è il martedì successivo.

È entrare nel supermercato di zona e passare davanti allo scaffale del cibo che compravi per lui.

È fare una lavatrice senza la sua coperta.

È accorgerti che il pavimento rimane pulito perché nessuno perde più pelo.

Il dolore entra nelle cose stupide.

E le rovina.

Due giorni dopo tornai al lavoro.

Non sapevo cos’altro fare.

Una collega mi chiese se stessi meglio.

«È morto il mio gatto.»

Lei fece quella faccia che le persone fanno quando cercano di capire quanto dovrebbe essere grande il dolore altrui.

«Mi dispiace. Almeno non soffre più.»

Lo disse con gentilezza.

Lo so.

Il problema era proprio quello.

Quasi tutti erano gentili.

Semplicemente non capivano.

Un uomo dell’ufficio accanto mi disse davanti alla macchinetta del caffè:

«Ecco perché io non mi affeziono mai troppo agli animali.»

Come se il problema fosse essersi affezionati.

Come se la soluzione fosse amare poco per soffrire poco.

Pensai che fosse un modo tristissimo di attraversare la vita.

Un’altra persona disse:

«Adesso almeno non devi più spendere tutti quei soldi.»

Quella frase mi rimase dentro.

Avevo speso molto.

Più di quanto fosse comodo.

Avevo rimandato la sostituzione della lavatrice.

Avevo rinunciato a qualche fine settimana.

Avevo continuato a portare scarpe vecchie.

Avevo mangiato spesso pasta al pomodoro e minestrone per risparmiare.

Eppure non provavo vergogna.

Quello che mi feriva era l’idea che l’amore dovesse avere un prezzo ragionevole per essere considerato sensato.

In paese, la domenica successiva, mio figlio Marco venne a pranzo con sua moglie e i miei due nipoti.

Avevo preparato tagliatelle al ragù.

Per abitudine apparecchiai quattro posti e poi guardai il piccolo spazio vicino al termosifone dove Lucky aspettava sempre.

Marco mi vide fermarmi.

«Mamma.»

«Sto bene.»

La bugia uscì automaticamente.

Lui appoggiò la forchetta.

«No. Non stai bene.»

Quella frase mi fece arrabbiare.

Perché era vera.

«Era un gatto, Marco. Passerà.»

Lui mi guardò in un modo che non dimenticherò mai.

«Sei tu che lo chiami “un gatto” adesso?»

Rimasi zitta.

Mio figlio aveva trentotto anni.

Aveva visto Lucky entrare nella mia vita dopo la separazione.

Sapeva quante sere quel gatto mi aveva fatto compagnia quando io dicevo a tutti di stare benissimo.

Marco si alzò.

Aprì il cassetto della credenza dove tenevo fotografie vecchie, bollette pagate e ricette scritte da mia madre.

Tirò fuori una foto.

C’ero io, più giovane, seduta sul balcone.

Lucky mi dormiva in grembo.

«Quando papà se n’è andato», disse, «io venivo qui e tu dicevi che non avevi bisogno di niente. Ma questo gatto ti seguiva dappertutto. Non era “solo” niente.»

Mi si riempirono gli occhi.

Quel pranzo della domenica, che nella mia famiglia era sempre stato il posto dove si parlava del tempo, dei prezzi e delle cose innocue, diventò il momento in cui smisi di fare bella figura.

Dissi la verità.

Dissi che avevo paura di aver aspettato troppo.

Poi dissi che avevo paura di averlo lasciato andare troppo presto.

Dissi che mi sentivo in colpa per i soldi spesi.

Poi mi sentivo in colpa per avere anche solo pensato ai soldi.

Dissi che continuavo a svegliarmi di notte.

Dissi che avevo pianto sopra un singolo baffo trovato sul mobile del bagno.

Nessuno rise.

Mia nuora Chiara allungò una mano sul tavolo.

«Anna, il dolore non deve chiedere il permesso a nessuno.»

Quella frase mi rimase addosso.

Tre giorni dopo arrivò una busta dalla clinica.

Dentro c’era un biglietto.

Poche righe scritte a mano.

Dicevano che Lucky era stato amato profondamente.

Che era stato paziente.

Che chi lo aveva curato aveva visto quanto avevo lottato per lui.

Piansi più per quel biglietto che per tante cose che nella vita avevo considerato più importanti.

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