Dopo 700 pillole e oltre 100 iniezioni, Anna guardò Lucky negli occhi e capì cosa doveva fare

Essere visti conta.

Soprattutto quando ti vergogni del tuo dolore.

Qualche giorno dopo pubblicai una vecchia fotografia di Lucky.

Era giovane.

Seduto sul davanzale.

Grasso di sole.

Una zampa nascosta sotto il corpo.

Scrissi poche righe.

Che mi mancava.

Che aveva combattuto.

Che amarlo mi aveva cambiata.

Molti commenti furono teneri.

Persone che avevano vissuto la stessa esperienza scrissero:

“Lui sapeva.”

“Gli hai dato una bella vita.”

“L’ultimo regalo è sempre il più difficile.”

Poi arrivarono gli altri.

«Io non avrei mai fatto tutte quelle cure.»

«Otto cicli? Forse era troppo.»

«Se faceva ancora le fusa, forse non era il momento.»

Lessi tutto.

È questo che fa il dolore.

Ti spinge a cercare conferme proprio nei posti dove puoi trovare ferite.

Una frase mi tolse il respiro:

“Forse hai continuato per te, non per lui.”

Chiusi il telefono.

Ma ormai quelle parole erano dentro.

Avevo aspettato troppo?

Avevo smesso troppo presto?

Non esiste una formula per rispondere.

Da fuori tutto sembra semplice.

Da fuori tutti sanno cosa avrebbero fatto.

Dentro quella stanza, invece, non c’era niente di semplice.

C’ero io con un animale che amavo e una domanda impossibile.

Un altro giorno per lui?

O un altro giorno per me?

Quella sera cancellai la fotografia.

Poi mi arrabbiai per averla cancellata.

Mi sedetti sul pavimento della cucina davanti all’anta dove tenevo le medicine.

E capii una cosa.

Alle persone piace l’amore per gli animali quando è carino.

Le fotografie buffe.

Le dormite sul divano.

Le feste improvvisate.

I piccoli fiocchi.

Piace meno quando l’amore diventa lavoro.

Quando significa cambiare programmi.

Spendere soldi.

Pulire.

Fare iniezioni.

Dormire male.

Rinunciare a uscire perché qualcuno dipende da te.

La parte faticosa dell’amore rende gli altri impazienti.

Ma non la rende meno amore.

Dieci giorni dopo andai a prendere le ceneri di Lucky.

La receptionist mi consegnò una piccola scatola di legno.

Tutto lì.

Nessuna musica.

Nessuna rivelazione.

Solo una scatola.

La portai in macchina tenendola con due mani.

La misi sul sedile del passeggero sopra la coperta azzurra.

Rimasi ferma.

Perché nessuno ti prepara al momento in cui un’intera relazione diventa fatta di oggetti.

Una coperta.

Una fotografia.

Un’impronta nella creta.

Un biglietto.

Una scatola.

A casa sistemai le ceneri sulla libreria.

Accanto misi una fotografia stampata anni prima in un piccolo negozio del quartiere.

Lucky era giovane e sembrava irritato perché lo avevo svegliato.

Le orecchie storte.

Gli occhi stretti.

Perfetto.

«Ti ho riportato a casa.»

Lo dissi ad alta voce.

E quella volta non piansi subito.

Il dolore nei giorni successivi diventò amministrativo.

Cancellare gli allarmi.

Buttare ricevute.

Togliere il numero della clinica dai preferiti.

Trovare scatolette ancora chiuse in fondo alla dispensa.

Dover decidere cosa farne.

Un mese dopo lavai la coperta azzurra.

Fino ad allora non ci ero riuscita.

Profumava ancora un po’ di clinica.

E forse, o forse era solo la mia testa, profumava ancora di Lucky.

La misi in lavatrice.

Mi sedetti davanti all’oblò.

Sessantadue anni, una casa da gestire, un figlio adulto, due nipoti, bollette da pagare.

E io seduta per terra davanti a una lavatrice.

Quando il ciclo finì, tirai fuori la coperta.

Ci affondai il viso.

Non profumava più di lui.

E il dolore ripartì da capo.

La perdita fa così.

Non ti dà una lezione una volta sola.

Te la ripete.

Non c’è più.

Non c’è più.

Non c’è più.

Qualche settimana dopo, la signora Teresa del piano di sotto mi fermò sulle scale.

Aveva settantacinque anni e sapeva tutto di tutti.

Per anni avevo pensato fosse solo una gran curiosona.

Mi porse un sacchetto.

Dentro c’erano due vasetti di sugo fatto in casa e una piccola pianta di basilico.

«Marco mi ha detto del gatto.»

Stavo per rispondere che non era niente.

Lei mi precedette.

«Non fare quella faccia. Quando è morto mio marito ho tenuto le sue ciabatte accanto al letto per otto mesi. Ognuno ha i suoi dolori.»

Poi indicò la porta del mio appartamento.

«Se la sera il silenzio diventa troppo, batti due colpi sul termosifone. Sono sotto.»

Mi venne da ridere e piangere insieme.

Da quel giorno cominciai a guardare il condominio diversamente.

Il pensionato del primo piano mi raccontò del cane che aveva avuto per quindici anni.

La ragazza della cartoleria mi lasciò una bustina con una fotografia stampata meglio di quella che tenevo sulla libreria.

Il macellaio, che mi vedeva comprare il pollo per Lucky, una mattina disse soltanto:

«Mi manca chiederti come sta.»

Non servivano grandi discorsi.

Il cuore di un quartiere spesso si vede proprio così.

Nelle frasi dette mentre compri il pane.

In un vasetto lasciato davanti alla porta.

Nel riconoscere un dolore senza chiedergli di essere più piccolo.

Alla fine decisi di raccogliere le scatolette, le coperte pulite e tutto quello che poteva ancora essere utile.

Le portai a un piccolo rifugio della zona.

Quando la volontaria prese la scatola dalle mie mani, vidi in fondo alla stanza un gatto anziano.

Grigio.

Un orecchio piegato.

Dormiva dentro un cestino.

«Quello come si chiama?» domandai.

«Nerone.»

«Da quanto è qui?»

«Parecchio.»

La donna sorrise.

«A una certa età non li vogliono in molti.»

Sentii qualcosa stringermi il petto.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto