Dopo la morte di Nera, trovarono 23 vecchi giochi nascosti: le telecamere svelarono un gesto rimasto segreto per anni

Il signor Giulio, settantadue anni, ex muratore, passava ogni giovedì tornando dal mercato.

Le portava mezzo panino secco.

«Non dirlo al veterinario», diceva.

La signora Mirella le aveva cucito una coperta a quadri.

Il ragazzo del negozio di frutta lasciava una cassetta di mele ogni tanto, perché sapeva che le usavamo come premio.

Nera era diventata una presenza.

Come il bar all’angolo.

Come la panchina davanti alla chiesa.

Come certe persone che nessuno invita ufficialmente alle feste di paese ma che, se mancano, tutti se ne accorgono.

Poi invecchiò.

Prima comparvero i peli bianchi intorno al muso.

Poi cominciò ad alzarsi lentamente.

Il veterinario le diagnosticò l’artrosi.

Più tardi arrivò un problema al cuore.

Ogni anno pensavamo: forse sarà l’ultimo.

Ma Nera continuava.

Faceva il giro del cortile.

Mangiava.

Dormiva.

E, se arrivava un cane nuovo, la notte usciva ancora dal box numero uno.

Nel 2023 aveva ormai undici anni circa.

Nel 2024 ne aveva forse dodici.

Non sapevamo l’età esatta.

Le anche le facevano male.

Una sera arrivò una giovane meticcia trovata nei pressi di una stazione.

Era terrorizzata.

La sistemammo nel box nove.

Quella notte, Nera provò ad arrivare fino a lei.

Lo vedemmo la mattina.

Non ce l’aveva fatta.

Era sdraiata davanti al box quattro.

A metà strada.

La giovane cagnolina, però, si era spostata nella parte del proprio recinto più vicina al corridoio.

Quasi come se avesse sentito la presenza di Nera da lontano.

Nera non aveva più la forza di arrivare accanto ai nuovi.

Allora arrivava più vicino che poteva.

E sembrava bastare.

La domenica in cui morì, Carlo mi telefonò alle otto e cinque.

Disse soltanto:

«Lucia, vieni.»

Non chiesi altro.

Ci sono parole che si riconoscono dal silenzio che le precede.

Quando arrivai, Nera era nel suo letto.

Sembrava addormentata.

La testa appoggiata sulla coperta a quadri della signora Mirella.

Le zampe anteriori distese.

Il veterinario venne anche se era domenica.

La visitò.

Poi ci disse quello che già sapevamo.

Il cuore si era fermato durante la notte.

Senza agitazione.

Senza sofferenza evidente.

Nera aveva fatto quello che faceva sempre.

Si era addormentata.

E quella volta non si era svegliata.

Marta pianse nel deposito delle scope perché non voleva farsi vedere dai volontari.

Carlo restò seduto davanti al box numero uno per quasi un’ora.

Io dovetti telefonare a quelli che la conoscevano da anni.

«Nera non c’è più.»

Lo dissi tante volte quel giorno che, dopo un po’, le parole sembravano riferirsi a qualcun altro.

Il signor Giulio arrivò nel pomeriggio con il suo cappello buono.

Quello che metteva ai funerali.

Non disse niente.

Si inginocchiò.

Le accarezzò la testa.

Poi si alzò e uscì.

La seppellimmo sotto il gelso nel cortile grande.

Carlo costruì una piccola targa di legno.

Niente di elegante.

Solo:

NERA

2012 circa – 2024

BRAVA CAGNOLONA

Pensavamo che il dolore fosse tutto lì.

Pensavamo che la storia di Nera fosse semplice.

Una cagnolona che nessuno aveva adottato.

Un rifugio diventato casa.

Una vecchiaia dignitosa.

Una morte tranquilla.

Ci sbagliavamo.

Due settimane dopo Marta trovò l’agnellino di stoffa.

E adesso eravamo in quattro davanti al vecchio computer dell’ufficio.

Carlo collegò il disco delle telecamere.

Il nostro impianto era stato montato anni prima dopo che qualcuno aveva forzato una porta del magazzino.

Due videocamere.

Una davanti all’ingresso.

Una nel corridoio.

Immagini scadenti.

In bianco e nero di notte.

Non avevamo mai avuto motivo di riguardarle.

Carlo cercò una notte dell’inverno precedente.

Consultò il registro.

«Questa», disse. «Qui erano arrivati due fratellini.»

Me li ricordavo.

Due meticci di circa sette mesi.

Stessa cucciolata.

Consegnati insieme dopo che il proprietario anziano era stato ricoverato e nessun parente poteva occuparsene.

Avevano pianto per ore.

Facemmo partire il filmato.

Velocità quadrupla.

Il corridoio scorreva vuoto.

22:15.

23:00.

23:37.

Alle 23:42, la porta del box uno si mosse.

Nera spinse.

Il fermo si sollevò.

Uscì.

Era già anziana.

Nel video camminava lentamente.

Faceva qualche passo.

Si fermava.

Ripartiva.

Arrivò davanti al box dei due giovani cani.

Si sdraiò contro la grata.

«Questo lo sapevamo», sussurrò Marta.

Sì.

Lo sapevamo.

Era il turno di notte di Nera.

Accelerammo.

I due cani si muovevano meno.

Poi si sdraiarono vicino alla rete.

Mezzanotte.

L’una.

All’1:16 accadde qualcosa.

Nera si alzò.

Pensai che stesse tornando al box.

Invece proseguì verso il deposito.

Spinse la porta col muso.

Entrò.

La telecamera non riprendeva l’interno.

Passò un minuto.

Due.

Tre.

Quattro.

Poi Nera uscì.

Aveva qualcosa in bocca.

Marta portò una mano alla bocca.

Io mi avvicinai allo schermo.

Era impossibile capire che cosa fosse.

Un oggetto piccolo.

Morbido.

Nera lo trasportava con una delicatezza incredibile.

Niente morsi.

Niente scuotimenti.

Lo teneva appena tra i denti.

Tornò al box dei due fratelli.

La porta era chiusa.

Nera non sapeva aprire quel tipo di chiusura.

Restò qualche secondo ferma.

Poi abbassò la testa.

Spinse l’oggetto sotto lo spazio tra la grata e il pavimento.

Una volta.

Due.

Tre.

Con il muso.

Finché il gioco passò dall’altra parte.

Uno dei due cuccioli si avvicinò.

Lo annusò.

Nera lo spinse ancora più dentro, verso l’angolo.

Poi tornò a sdraiarsi fuori.

Rimanemmo tutti immobili.

Carlo mise in pausa.

Nessuno parlava.

Marta aveva gli occhi pieni di lacrime.

Fu lei a dire:

«Era uno dei ventitré.»

Riprendemmo il filmato.

Nera rimase davanti al box fino all’alba.

Alle sei e mezza tornò lentamente al numero uno.

Entrò.

Quando Carlo arrivò quella mattina, alle otto, Nera era già nel proprio letto.

Come se non fosse successo nulla.

«Cerca un’altra notte», dissi.

Carlo lo fece.

Un cucciolo trovato in campagna.

Stessa cosa.

Nera uscì.

Rimase accanto al box.

Entrò nel deposito.

Uscì con qualcosa.

Spinse il gioco sotto la porta.

Un’altra notte.

Una cagnolina giovane consegnata da una famiglia.

Stessa cosa.

Poi un cane impaurito raccolto vicino a un capannone.

Stessa cosa.

Passammo quel pomeriggio davanti allo schermo.

Poi il giorno successivo.

Poi quello dopo ancora.

Il disco non conservava nove anni.

Avevamo solo gli ultimi anni di registrazioni.

Ma il comportamento era sempre identico.

Non ogni notte.

Soltanto quando arrivava qualcuno di nuovo.

Soprattutto se era giovane.

Soprattutto se piangeva.

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