Quella sera io, Marta e Carlo rimanemmo oltre l’orario.
Mettemmo una vecchia scatola vicino alla reception.
Sopra scrivemmo:
LA SCATOLA DI NERA.
Sotto aggiungemmo:
Se hai perso un cane e vuoi lasciare qui il suo gioco preferito, lo consegneremo a un nuovo arrivato durante la sua prima notte.
Il primo gioco fu il maialino di Peppe.
Tre giorni dopo arrivò una giovane cagnolina.
Si chiamava Stella.
Era disorientata.
Per ore rimase immobile nell’angolo del box.
Prima di chiudere, Marta prese il maialino dalla scatola.
Entrò nel recinto.
Lo sistemò sotto la pedana, contro il muro.
Nello stesso punto in cui Nera metteva i suoi.
La mattina seguente, il maialino era vicino alle zampe di Stella.
Qualche settimana dopo Stella venne adottata.
La famiglia chiese:
«Possiamo portare anche il pupazzo? Non se ne separa mai.»
Dicemmo sì.
Da allora diciamo sempre sì.
Passò quasi un anno.
La scatola si riempì.
Poi si svuotò.
Poi si riempì di nuovo.
Una pallina che apparteneva a Fido, quattordici anni.
Una copertina di una cagnolina chiamata Nina.
Un coniglio di stoffa appartenuto a un vecchio meticcio di nome Arturo.
Piccoli oggetti.
Per chi li guarda da fuori, quasi niente.
Per chi li porta, spesso, sono pezzi di vent’anni di vita.
Le persone arrivano e raccontano.
«Dormiva qui.»
«Questo lo portava ovunque.»
«Mio marito glielo aveva regalato.»
«Mia madre glielo cucì quando era cucciolo.»
A volte restano mezz’ora.
A volte lasciano il gioco e scappano via perché hanno paura di mettersi a piangere.
Noi non facciamo domande.
Prendiamo l’oggetto.
Scriviamo il nome del cane da cui proviene.
Poi, quando arriva qualcuno impaurito, scegliamo.
Non a caso.
Abbiamo finito per imitarla persino in questo.
Nelle registrazioni sembrava che Nera infilasse il muso nella scatola e aspettasse.
Come se stesse decidendo.
Così facciamo anche noi.
Guardiamo il nuovo cane.
Guardiamo i giochi.
Poi ne scegliamo uno.
Non so perché.
Forse perché certe abitudini, quando contengono affetto, diventano quasi rituali.
Il mese scorso arrivò un giovane pastore.
Aveva circa un anno.
Grande.
Magro.
Nervoso.
Non abbaiava.
Peggio.
Se ne stava in fondo al box e fissava la porta.
Quella sera io ero di turno alla chiusura.
Andai alla Scatola di Nera.
Dentro c’erano cinque giochi.
Presi un piccolo elefante di stoffa.
Era appartenuto a un Beagle di tredici anni di nome Ettore.
La sua famiglia ce lo aveva portato il mese prima.
Lo misi sotto la pedana.
Il mattino dopo l’elefante era accanto al pastore.
Tre giorni dopo il cane cominciò a uscire nel cortile.
Dopo due settimane accettò una carezza.
Dopo un mese arrivò una coppia sui sessant’anni.
Avevano perso il loro cane l’anno precedente.
Dicevano di non voler più animali.
«Siamo troppo vecchi per ricominciare.»
Lo dicono in tanti.
Poi videro il pastore.
Lui si avvicinò.
Si sedette accanto alla signora.
Fine delle buone intenzioni.
Quando firmarono i documenti di adozione, lei indicò l’elefante.
«Quello è suo?»
Raccontai la storia.
La donna lo prese tra le mani.
«Possiamo portarlo?»
«Certo.»
«E la famiglia del cane a cui apparteneva?»
«Sanno che li regaliamo.»
La donna strinse l’elefante al petto.
«Allora ditegli che continueremo a voler bene anche a questo.»
Non risposi subito.
Certe frasi, a una certa età, arrivano in un posto diverso.
Quando sei giovane pensi che amare significhi tenere.
Conservare.
Non perdere.
Poi passano gli anni.
Perdi i genitori.
Perdi amici.
Perdi animali.
A volte perdi una casa.
A volte perdi perfino il rapporto che avevi con i tuoi figli.
E capisci che quasi niente resta davvero fermo nelle tue mani.
Quello che resta è ciò che hai passato avanti.
Una ricetta.
Una fotografia.
Un gesto.
Un modo di parlare.
Un tavolo a cui tutti sapevano di poter sedersi.
Una coperta cucita da una nonna.
Un gioco consumato passato da un cane morto a un cane che trema.
Nel nostro quartiere Nera ormai è diventata una storia che tutti conoscono.
Ogni tanto qualcuno entra soltanto per vedere la teca.
I bambini indicano i pupazzi.
Gli anziani leggono lentamente i nomi.
Chi ha avuto animali resta davanti al vetro qualche secondo più degli altri.
Marta racconta la storia ai nuovi volontari.
Le prime volte piangeva sempre.
Adesso riesce quasi ad arrivare alla fine.
Quasi.
Il box numero uno non è rimasto vuoto.
Non avrebbe avuto senso.
Da allora ha ospitato altri cani.
Ma nessuno dorme più con la vecchia serratura.
Carlo l’ha cambiata.
«Una Nera basta», ha detto.
Nel cortile, sotto il gelso, la targa di legno comincia già a scolorirsi.
La pioggia ha mangiato un angolo.
Ogni tanto penso che dovremmo rifarla.
Poi passo davanti a quelle parole:
BRAVA CAGNOLONA.
E decido di aspettare.
Sono storte.
Sono semplici.
Sono perfette.
Per nove anni ci siamo raccontati che Nera era la cagnolona che nessuno aveva voluto.
Era la frase più facile.
Anche la più sbagliata.
Nera non passò nove anni ad aspettare una famiglia.
A un certo punto una famiglia ce l’aveva già.
Era fatta di quattro dipendenti stanchi, decine di volontari, pensionati con biscotti nelle tasche, bambini che venivano a portare coperte, vicini che riparavano recinzioni e sconosciuti che lasciavano sacchi di crocchette davanti al cancello.
Era fatta di tutti noi.
E, soprattutto, era fatta di ogni cane che arrivava terrorizzato e passava la sua prima notte in quel corridoio.
Quelli erano i suoi.
Noi pensavamo di averle dato un posto dove stare.
Lei aveva trasformato quel posto in qualcosa di diverso.
Un rifugio, nel senso vero della parola.
Un luogo dove qualcuno, quando aveva paura, non restava completamente solo.
Nera usciva dal proprio box nel buio.
Camminava fino alla scatola dei ricordi.
Prendeva tra i denti qualcosa che era già stato amato.
Poi lo portava a chi ne aveva bisogno.
Uno alla volta.
Notte dopo notte.
Anno dopo anno.
Senza pubblico.
Senza applausi.
Senza sapere che un giorno quattro esseri umani avrebbero guardato quelle vecchie immagini e finalmente capito.
Per tanto tempo abbiamo creduto che Nera fosse il cane che nessuno aveva scelto.
Invece era stata lei a scegliere tutti gli altri.





