Dopo la morte di Nera, trovarono 23 vecchi giochi nascosti: le telecamere svelarono un gesto rimasto segreto per anni

Nera lasciava il proprio letto.

Andava dal nuovo arrivato.

Gli faceva compagnia.

Poi, nel cuore della notte, entrava nel deposito.

E tornava con un giocattolo.

A quel punto rimaneva una sola domanda.

Da dove li prendeva?

Entrammo nel deposito.

Scaffali di detergenti.

Coperte.

Ciotole.

Guinzagli.

La grande cesta dei giochi era in alto, quasi a un metro da terra.

Nera, negli ultimi anni, non avrebbe mai potuto raggiungerla.

Marta continuava a guardarsi attorno.

Poi si chinò.

In fondo a uno scaffale basso c’era una scatola di cartone.

La tirò fuori.

Sopra, con un pennarello nero, qualcuno aveva scritto anni prima:

RICORDI.

Mi ricordai subito.

Quella scatola esisteva da tantissimo tempo.

Quando nel quartiere moriva un cane anziano, capitava che il proprietario venisse da noi.

Con una coperta.

Una ciotola.

Un gioco.

«Magari può servire a qualcuno.»

Lo dicevano quasi sempre così.

Ma certe cose non riuscivamo a mescolarle con il resto.

Perché quando una donna di settant’anni ti consegna il pupazzo con cui il cane che aveva da quindici anni dormiva ogni sera, non ti sembra una pallina qualsiasi.

Sembra quasi di prendere in mano un pezzo di casa sua.

Così mettevamo quei giochi in una scatola separata.

Poi ce ne dimenticavamo.

Era bassa.

Esattamente all’altezza del muso di Nera.

La aprii.

Quasi vuota.

Sul fondo erano rimasti soltanto tre oggetti.

Una vecchia palla di corda.

Un osso di stoffa.

Un orsetto marrone.

Marta si sedette direttamente sul pavimento.

«Li prendeva da qui.»

Carlo non disse niente.

Io tornai a guardare i ventitré giochi allineati sul tavolo.

All’improvviso vidi cose che prima non avevo notato.

Sul coniglio senza un occhio c’era un nome cucito a mano:

Briciola.

Sulla corda sfilacciata qualcuno aveva legato un piccolo nastro rosso.

Sul vecchio agnellino era rimasto, quasi illeggibile, un pezzo di etichetta scritta a penna.

Lola.

Erano giochi appartenuti a cani morti.

Cani che erano stati amati.

Qualcuno aveva portato quelle cose al rifugio perché non riusciva a buttarle.

E Nera, durante la notte, apriva quella scatola.

Sceglieva un gioco.

Lo portava a un cane spaventato.

Uno.

Sempre uno.

Non possiamo sapere che cosa pensasse.

Non voglio trasformare un cane in qualcosa che non era.

Non so se Nera capisse il significato di quella scatola.

Non so se sapesse che quegli oggetti appartenevano a cani che avevano dormito per anni sui divani di qualcuno.

Non so se capisse il dolore delle persone che ce li consegnavano.

Il veterinario, quando gli raccontammo tutto, ci disse:

«Non sapremo mai cosa associava a quei giochi.»

Ed era vero.

Ma una cosa la sapevamo.

Nera entrava nel deposito.

Ignorava il cibo.

Ignorava le coperte.

Ignorava tutto il resto.

Andava a quella scatola.

Prendeva qualcosa di morbido.

E lo portava a chi piangeva.

Per nove anni.

Senza che nessuno glielo insegnasse.

Senza ricevere premi.

Senza una carezza.

Senza che nessuno la vedesse.

Fu allora che capii quanto avevamo guardato Nera senza vederla davvero.

Per noi era stata per anni «la cagnolona che nessuno adotta».

Era così che la presentavamo.

Perfino tra noi.

«Nera è ancora qui.»

«Nera ormai resta.»

«Nera è diventata la mascotte.»

Come se la sua storia fosse soprattutto quella di un rifiuto.

Come se il fatto più importante della sua vita fosse che nessuno l’avesse scelta.

In realtà, mentre noi ci dispiacevamo per lei, Nera aveva costruito un compito.

Aveva trovato un posto nel mondo.

Non aspettando qualcuno.

Occupandosi di chi arrivava dopo.

La notizia dei giochi cominciò a girare nel quartiere senza che facessimo nulla.

Prima tra i volontari.

Poi tra le famiglie.

La signora Mirella arrivò un pomeriggio e volle vedere le registrazioni.

Guardò Nera spingere un vecchio pupazzo sotto una grata.

Si tolse gli occhiali.

Li pulì.

Poi disse:

«Quello è di Tito.»

«Quale?»

Indicò lo schermo.

«Il cane di mio marito. Quello marrone.»

Il pupazzo era un piccolo orso.

Suo marito era morto sette anni prima.

Tito lo aveva seguito un anno dopo.

«Mio marito glielo aveva comprato quando era cucciolo», raccontò.

Sorrise.

Ma piangeva.

«Dormiva sempre con quell’orso.»

Rimase in silenzio.

Poi chiese:

«A chi l’ha dato Nera?»

Controllammo.

Era finito nel box di una cucciola meticcia arrivata nel 2019.

Quella cagnolina era stata adottata da una famiglia che abitava a pochi chilometri.

Mirella annuì.

«Allora va bene così.»

Non chiese di riaverlo.

Il signor Giulio venne il giorno dopo.

Uno dei giochi era appartenuto alla sua vecchia cagnolina, Lilli.

Riconobbe la corda dal nodo fatto da lui.

«Non era capace di giocare piano», disse. «Me l’aveva quasi distrutta.»

Poi scoprì che Nera l’aveva portata a un giovane cane arrivato dopo essere stato trovato vagante.

Giulio stette in silenzio.

Infine disse una frase che non ho mai dimenticato:

«Quando ti muore un animale, pensi che tutto l’amore che gli hai dato finisca lì. Invece magari continua da qualche parte e tu non lo sai.»

Da quel momento il quartiere fece quello che i quartieri veri sanno ancora fare, nonostante tutto.

Ognuno mise qualcosa.

Carlo costruì una teca di legno e vetro.

Il ferramenta donò le cerniere.

Un falegname in pensione sistemò il bordo.

La figlia della signora Mirella fece incidere una piccola targa.

Mettemmo dentro i ventitré giocattoli.

Non li restaurammo.

Non volevamo farli sembrare nuovi.

Le cuciture consumate erano la loro storia.

Le macchie erano la loro storia.

Le orecchie mordicchiate erano la loro storia.

La teca venne appesa vicino all’ingresso, accanto al vecchio box numero uno.

Sulla targhetta scrivemmo:

NERA

PER NOVE ANNI HA PORTATO QUESTI GIOCHI A CHI AVEVA PAURA.

NESSUNO GLIELO AVEVA CHIESTO.

Pensavo che sarebbe finita lì.

Invece accadde un’altra cosa.

Una mattina arrivò un uomo di circa sessantacinque anni.

Aveva una busta di plastica in mano.

Dentro c’era un maialino di stoffa rosa.

«Era di Peppe», disse.

Peppe era stato il suo cane per sedici anni.

Morto tre settimane prima.

L’uomo posò il maialino sul bancone.

«Mia moglie voleva buttarlo. Io non ce l’ho fatta.»

Guardò la teca.

«Se Nera li dava ai nuovi, magari potete continuare.»

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