Due corrieri ignorarono quella vecchia valigia: quando Teresa sollevò il coperchio, capì che qualcuno aveva scelto proprio lei

Nei documenti che Anna aveva lasciato c’era l’autorizzazione a condividere alcune informazioni relative all’affidamento del cane.

E c’era una ricevuta di taxi.

Sul retro era scritto un indirizzo.

Il mio.

L’autista si chiamava Sergio Bassi.

Accettò di incontrarmi il giorno seguente in un piccolo bar vicino alla stazione.

Arrivò con una busta di carta.

“Lei è la signora dei fiori?”

Fu la prima cosa che mi chiese.

Annuii.

Lui abbassò gli occhi.

“Quella ragazza era convinta che lei fosse la persona giusta.”

Sergio aveva accompagnato Anna durante una delle sue ultime uscite dall’ospedale.

Quattro giorni prima della sua morte, aveva ottenuto qualche ora fuori dalla struttura.

Era debole.

Camminava con difficoltà.

Bruno viaggiava sulle sue ginocchia.

La valigia era nel bagagliaio.

Sergio le aveva chiesto dove dovessero andare.

Lei aveva risposto:

“Guidi piano. Dove ci sono case vere.”

“Case vere?”

“Quelle dove la gente torna perché vuole tornarci.”

Attraversarono quartieri vecchi e strade nuove.

Anna guardava finestre, cancelli, cortili.

Bruno guardava fuori.

Aveva un quaderno.

Ogni tanto scriveva.

Sergio lo aveva portato con sé.

C’erano appunti brevissimi.

“Casa bianca. Due cani sempre soli.”

“Cancello verde. Bambini.”

“Balcone con due gatti.”

“Uomo che urla al cane. No.”

Poi:

“Casa crema. Signora anziana. Fiori.”

Mi si fermò il respiro.

“Mi ha vista?”

Sergio annuì.

“Per parecchi minuti.”

Quel giorno ero sul portico.

Stavo eliminando le foglie secche da un ciclamino bianco.

Un gesto che facevo senza pensarci.

Tagliavo le parti marroni, sistemavo la terra e controllavo i germogli nuovi.

Bruno, seduto sulle gambe di Anna, si era alzato.

Aveva appoggiato le zampe alla portiera.

“Anna mi fece fermare,” disse Sergio.

“E poi?”

“Vi guardò.”

“Solo questo?”

“Per dodici minuti.”

Mi venne quasi da ridere.

“Dodici minuti sono un’eternità per guardare una vecchia che sistema dei vasi.”

Sergio sorrise appena.

“Lei disse una cosa.”

“Cosa?”

“Disse che una persona che annaffia i fiori prima di colazione deve avere ancora un motivo per tornare a casa.”

Abbassai gli occhi.

Non sapevo cosa rispondere.

Anna non sapeva che Carlo era morto.

Non sapeva che da mesi mangiavo spesso in piedi vicino al lavello per non vedere la sua sedia vuota.

Non sapeva che avevo smesso di comprare il pane grande perché metà diventava duro.

Aveva visto solo i miei fiori.

E aveva pensato che significassero calore.

Ma Sergio non aveva finito.

“Non furono i fiori belli a convincerla.”

“E cosa?”

“Quelli secchi.”

Lo fissai.

Anna mi aveva osservata mentre staccavo con delicatezza le foglie morte.

Non avevo buttato il vaso.

Avevo tolto ciò che non poteva più essere salvato lasciando intatti i piccoli germogli sotto.

“Disse: quella signora non butta via tutta la pianta perché una parte è morta.”

Mi portai una mano alla bocca.

Sergio continuò.

“Poi lei raddrizzò una sedia.”

La sedia di Carlo.

Sul portico ce n’erano due.

Dopo la sua morte avevo continuato a pulire entrambe.

Non mi sedevo mai sulla sua.

Ma toglievo la polvere.

Sistemavo il cuscino.

Se pioveva, la spostavo sotto la tettoia.

“Anna lo notò,” disse Sergio.

“Come poteva capire?”

“Disse che nessuno tiene così pulita una sedia vuota se quella sedia non appartiene ancora a qualcuno.”

In quel momento dovetti girarmi verso la vetrina del bar.

Non volevo piangere davanti a uno sconosciuto.

A settantaquattro anni si impara a controllarsi.

O almeno si pensa di averlo imparato.

Una ragazza di trentadue anni, malata e seduta dentro un taxi, aveva visto in dodici minuti ciò che io cercavo di nascondere da sette mesi.

Non aveva scelto una donna felice.

Non aveva scelto una casa perfetta.

Aveva scelto una persona che sapeva continuare a prendersi cura delle cose anche dopo una perdita.

Quella stessa sera tornai a casa e trovai Bruno ancora dentro la valigia.

Non mangiava.

Beveva poca acqua.

Alle sette portai l’album in soggiorno.

Mi sedetti sul tappeto.

“Questa è Anna,” dissi.

Bruno sollevò appena un orecchio.

Indicai una fotografia.

“Qui ti aveva messo un maglioncino rosso. Dalla tua faccia, direi che non eri d’accordo.”

Gli occhi di Bruno si spostarono verso la pagina.

“Qui invece state mangiando una torta. O meglio, lei la mangia. Tu probabilmente stai aspettando che cada qualcosa.”

Parlai così per quasi mezz’ora.

Non sapevo se servisse.

Ma il nome di Anna tornò a esistere dentro la stanza.

La sera seguente lo rifeci.

E quella dopo ancora.

Al terzo giorno Bruno uscì dalla valigia mentre stavo chiudendo l’album.

Camminò lentamente verso il soggiorno.

Annusò la sedia di Carlo.

Poi tornò indietro.

Pensai avesse cambiato idea.

Invece infilò il muso sotto il rivestimento della valigia.

Ne tirò fuori una fotografia piegata che non avevo mai visto.

Anna era seduta su una grande poltrona d’ospedale.

Bruno dormiva sulle sue gambe.

Il cane prese quella fotografia tra i denti.

La portò in soggiorno.

E la posò sotto la sedia di Carlo.

Poi si accucciò accanto.

Quella sera parlai per la prima volta a Bruno anche di mio marito.

“Quello lì si chiamava Carlo.”

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