Una sola pagina.
Restavamo lì finché lui non si alzava.
Era sempre Bruno a decidere quando andare via.
Qualcuno, conoscendo la storia, mi ha detto:
“Anna ti ha regalato un cane.”
Non credo sia vero.
Altri hanno detto:
“Bruno ha sostituito tuo marito.”
Nemmeno questo è vero.
Le persone non si sostituiscono.
Gli animali nemmeno.
Anna è Anna.
Carlo è Carlo.
Bruno è Bruno.
E io sono una donna che, a settantaquattro anni, pensava che la parte più importante della propria vita fosse ormai alle spalle.
Mi sbagliavo.
Non perché sia comparsa una felicità perfetta.
La felicità perfetta è roba da fotografie.
La vita vera è diversa.
È mettere ancora due tazzine sul tavolo una mattina e accorgertene senza sentirti crollare.
È parlare con il cane mentre prepari il pranzo.
È sentire il rumore delle unghie sul pavimento mentre vai in bagno di notte.
È avere qualcuno che ti aspetta dietro la porta.
È rimettere un vaso nuovo sul portico dopo mesi in cui avevi deciso che quelli vecchi bastavano.
La domenica, Mirella passa spesso da me.
Porta una teglia di lasagne anche se sostiene di averne preparata “pochissima”.
Le mie figlie vengono più spesso.
Quando non possono, telefonano.
Bruno riconosce le loro voci.
Ogni tanto Sergio, il tassista, passa dalla strada.
Le prime volte si fermava.
Ora suona il clacson.
Bruno abbaia.
Io alzo la mano.
Sergio mi ha raccontato un particolare solo molto tempo dopo.
La mattina in cui lasciò la valigia sul portico, non andò via subito.
Parcheggiò dall’altra parte della strada.
Erano ancora le 4:38.
Buio.
Silenzio.
Aspettò.
Alle 6:12 vide accendersi la luce della cucina.
Poi la porta si aprì.
Io uscii con l’annaffiatoio.
Mi vide fermarmi davanti alla valigia.
Solo allora mise in moto.
“Perché aspettò?”
“Anna me lo aveva chiesto.”
“Che cosa le aveva detto?”
Sergio rimase qualche secondo in silenzio.
“Mi disse: non lasciarlo davanti a una porta che nessuno apre.”
Quella frase mi accompagna ancora.
Forse è questa la ragione per cui continuo ad alzarmi presto.
Non voglio che la mia porta resti chiusa.
Non più.
Il ciclamino bianco che Anna aveva visto dal taxi non è sopravvissuto.
Per quanto lo curassi, l’estate successiva si seccò del tutto.
Per qualche giorno lasciai il vaso vuoto.
Poi andai al mercato del quartiere.
Comprai una nuova pianta.
Una donna dietro di me disse che il colore era troppo acceso per una signora della mia età.
Scelsi proprio quella.
Un geranio rosso.
Quasi sfacciato.
Lo misi accanto alla sedia di Carlo.
Bruno lo annusò.
Starnutì.
Poi si sdraiò ai miei piedi.
Avevo sempre pensato che ricominciare significasse cancellare quello che era successo prima.
A settantaquattro anni ho scoperto il contrario.
Ricominciare significa portarselo dietro senza lasciare che ti impedisca di aprire una porta.
Anna aveva solo trentadue anni.
Io ne avevo più del doppio.
Eppure fu lei a insegnarmelo.
Una ragazza con pochissimo tempo rimasto attraversò una città dentro un taxi cercando una casa per il suo cane.
Vide cancelli.
Vide giardini.
Vide famiglie.
Vide case grandi e piccole.
Non scelse la più bella.
Non scelse quella con il prato perfetto.
Scelse una vecchia donna inginocchiata davanti a un vaso mezzo secco.
Una donna che toglieva le foglie morte senza buttare la pianta.
Una donna che continuava a pulire una sedia vuota.
Forse Anna aveva capito che il dolore riconosce il dolore.
E forse sapeva anche qualcos’altro.
Che due creature che hanno perso qualcuno non sempre si salvano facendo sparire il passato.
A volte si salvano sedendosi accanto.
Aspettando.
Mangiando un boccone.
Annaffiando una pianta.
Aprendo una porta.
Bruno oggi dorme vicino al mio letto.
La fotografia di Anna è accanto alla sua cuccia.
Vicino c’è una foto più recente.
Ci siamo io e lui in giardino.
Io ho i capelli tutti storti.
Lui guarda dalla parte sbagliata.
Carlo avrebbe detto che è la migliore fotografia della casa.
Ogni mattina Bruno si sveglia prima di me.
Cammina fino alla porta.
Aspetta.
Io preparo il caffè.
Una tazzina sola, ormai.
Poi prendo l’annaffiatoio.
Sono passati anni, ma alle 6:12 usciamo ancora insieme.
Bruno controlla la strada.
Io controllo i fiori.
La vecchia sedia rimane al suo posto.
La valigia rimane nell’armadio.
E ogni tanto, quando apro quella porta e sento Bruno venirmi dietro, penso a una ragazza che non ho mai incontrato.
Una ragazza che, da un taxi, guardò una casa qualunque.
Vide una vedova con le mani sporche di terra.
Vide un fiore mezzo morto.
Vide una sedia vuota.
E decise di fidarsi.
Lei cercava qualcuno che continuasse ad aprire la porta per Bruno.
Non poteva sapere che, in realtà, stava lasciando Bruno davanti alla porta di una donna che aveva quasi dimenticato perché valesse ancora la pena aprirla.





