Entrò al canile chiedendo il cane che nessuno voleva: pochi secondi dopo, Luna fece qualcosa di inspiegabile

Niente.

Solo quella pressione calma contro la gamba sinistra.

Quella sera chiamai Paola.

«Mi ha preso.»

«Chi?»

«Luna.»

«Preso dove?»

«Stavo cadendo. Si è messa sotto.»

Paola rimase zitta per qualche secondo.

«Marco, Argo faceva una cosa simile.»

«Argo era addestrato.»

«Lo so.»

«Luna no.»

«Lo so anche questo.»

«Quindi è stato un caso.»

Paola sospirò.

«Tu da giovane eri meno testardo.»

«Da giovane vedevo.»

«Appunto.»

La quinta settimana Matteo dimenticò lo zaino davanti alla porta della scuola.

Sua madre tornò dieci minuti dopo.

Quando aprii, sentii una risata.

«Professore, deve vedere…»

Si fermò.

«Mi scusi.»

Succede spesso.

Le persone dicono “deve vedere” e poi si sentono in colpa.

«Continui.»

«Luna ha preso lo zaino di Matteo e lo sta tenendo davanti alla porta.»

«In bocca?»

«Sì.»

Mi piegai.

Toccai il tessuto.

Luna lo lasciò.

Non c’erano strappi.

«Glielo aveva insegnato?»

«No.»

Quella sera suonai per quasi un’ora.

Era da tempo che non succedeva.

Un vecchio notturno, poi una melodia che mia madre cantava mentre preparava il ragù la domenica mattina.

A metà del secondo brano Luna si alzò.

Per la prima volta venne alla mia destra.

Il lato del pedale.

Appoggiò il fianco contro il polpaccio.

Inspirava.

Espirava.

Seguiva il ritmo.

Quando acceleravo, il respiro cambiava.

Quando rallentavo, rallentava anche lei.

Smisi di suonare.

Luna rimase.

Ricominciammo insieme.

Per quarantacinque minuti.

Quella notte la casa non sembrò vuota.

Sei settimane dopo l’adozione feci qualcosa che ancora oggi ricordo nei dettagli.

Decisi di andare a piedi alla scuola con Luna.

Solo guinzaglio.

Nessuna pettorina da assistenza.

Nessuna pretesa.

Il bastone bianco nella mano destra.

Lei alla sinistra.

Conoscevo quella strada da anni.

Davanti al panificio Luna rallentò perché alcuni tavolini occupavano mezzo marciapiede.

Pensai che fosse prudenza.

Alla prima traversa si fermò.

Pensai che avesse sentito un odore.

Alla seconda fece lo stesso.

Poi arrivammo all’incrocio più grande.

Il mio bastone cercava il bordo del marciapiede.

Luna si bloccò.

Di colpo.

Il suo corpo diventò rigido.

«Andiamo.»

Niente.

Feci mezzo passo.

Lei si mise trasversalmente davanti alle mie ginocchia.

Un secondo dopo sentii un furgone passare troppo veloce.

Il motore ruggì vicinissimo.

L’aria mi colpì la faccia.

Qualcuno dal marciapiede urlò qualcosa all’autista.

Io rimasi fermo.

Luna pure.

Aveva saputo che non dovevamo muoverci prima che io capissi il pericolo.

Quando la strada tornò silenziosa, lei avanzò di un passo.

Poi si fermò.

Aspettò me.

Quella mattina arrivai tardi a lezione.

Non dissi a nessuno perché.

Nei tre mesi successivi Luna costruì una specie di linguaggio.

Nessuno glielo insegnò.

Si fermava davanti ai marciapiedi.

Rallentava quando il pavimento diventava irregolare.

Mi faceva allargare intorno ai motorini parcheggiati male.

Davanti alle scale si bloccava finché non trovavo il primo gradino col piede.

Memorizzò il percorso per la scuola.

Poi quello per il forno.

Poi quello per casa di Paola.

Poi il piccolo mercato coperto dove compravo formaggio e verdura.

Giulio, il panettiere, fu il primo ad accorgersene.

«Marco, questa cagnolina lavora.»

«Non lavora.»

«Allora fa volontariato.»

«Non è un cane guida.»

«Non ho detto che lo è.»

Giulio era vicino ai settanta e aveva passato tutta la vita dietro un bancone.

Apparteneva a quella generazione che non ha bisogno di lauree per capire quando qualcosa ha un significato.

Una mattina mi disse:

«Argo ti portava in giro perché glielo avevano insegnato. Questa ti porta in giro perché ha deciso lei.»

La frase mi rimase addosso.

Provai persino a mettere Luna alla prova.

Una sera, tornando da Paola, presi apposta una strada diversa.

Dopo mezzo isolato Luna si fermò.

«Cosa c’è?»

Niente.

Tirai appena il guinzaglio.

Non si mosse.

Feci altri due passi.

Lei mi raggiunse e si piantò di nuovo contro la gamba sinistra.

Mi girai.

«Vuoi tornare indietro?»

Luna partì immediatamente.

Raggiungemmo il percorso abituale.

Continuò senza esitazioni.

A quel punto chiamai una veterinaria.

Poi una educatrice cinofila.

Controllammo tutto ciò che era possibile controllare.

Nessun microchip precedente.

Nessun certificato.

Nessun registro di addestramento.

Nessuna famiglia ufficialmente collegata a lei.

Secondo i documenti, Luna era stata trovata quando aveva circa nove mesi.

Da sola.

Era arrivata al canile senza collare.

E poi aveva aspettato.

Ottocentootto giorni.

Richiamai Daniela.

«Quando era da voi faceva queste cose?»

«Quali cose?»

Le raccontai tutto.

I marciapiedi.

Gli ostacoli.

Le scale.

La strada.

Il mio lato sinistro.

Daniela non parlò per un po’.

«Marco, noi l’abbiamo portata fuori quasi ogni giorno per più di due anni.»

«E?»

«Non ha mai fatto niente del genere.»

«Mai?»

«Mai.»

«Allora perché con me?»

Sentii Daniela respirare.

«Non lo so.»

«Cosa faceva con voi?»

«Quello che ti avevo detto il primo giorno.»

«Aspettava.»

«Sì.»

Avrei potuto fermarmi lì.

La storia sarebbe già stata bella.

Il cane anonimo che nessuno voleva si lega a un uomo cieco e sviluppa spontaneamente comportamenti utili.

Abbastanza per commuovere Paola.

Abbastanza perché Giulio raccontasse la storia a mezzo quartiere.

Abbastanza perché le signore del mercato, quando passavo, dicessero:

«Ecco Marco con la sua Luna.»

Ma la vita, quando decide di aprire un cassetto vecchio, raramente tira fuori una sola cosa.

Fu Paola a chiamarmi tre settimane dopo.

Erano quasi le dieci di sera.

«Marco, sei seduto?»

«Perché dovrei?»

«Siediti.»

«Paola.»

«Per una volta fai quello che ti dico.»

Mi sedetti sul divano.

Luna appoggiò subito il muso sul mio ginocchio.

«Ho parlato con Daniela.»

«E allora?»

«Ho insistito perché cercasse i documenti originali di quando trovarono Luna.»

«Perché?»

«Perché c’era una cosa che non tornava.»

Paola aveva ereditato da nostro padre una qualità terribile: non lasciava mai in pace un mistero.

«Dove l’hanno trovata?»

La sua voce diventò più lenta.

«Sul ciglio di una strada provinciale, fuori città.»

«Lo sapevo.»

«Non da sola.»

Stringei il telefono.

«Che significa?»

«Quel giorno c’era stato un incidente qualche chilometro più indietro.»

Non dissi niente.

«Un’auto era uscita di strada. Una donna era rimasta dentro, ferita. Quando arrivarono i soccorsi dissero che con lei doveva esserci un cane.»

Luna sollevò la testa.

Non so se sentì il cambiamento nella mia respirazione.

Probabilmente sì.

«Paola.»

«Aspetta.»

«Dimmi tutto.»

«La donna si chiamava Teresa Bassi. Aveva sessantanove anni. Viveva in un paese sull’Appennino. Era vedova.»

La gola mi si chiuse.

«E il cane?»

«Meticcio marrone. Femmina. Circa nove mesi.»

La mia mano trovò l’orecchio storto di Luna.

«No.»

«Sì.»

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