Ho sorriso.
«Sì.»
Certe persone sono così.
Anche certi animali.
Non fanno rumore.
Non si vendono bene.
Non sanno farsi notare.
In un mondo dove tutti sembrano costretti a dimostrare qualcosa, loro aspettano.
A cinquantasette anni ho imparato che il valore più grande spesso non entra nella stanza facendo rumore.
Mia madre diceva sempre che la pentola buona non ha bisogno di stare in vetrina.
All’epoca mi sembrava una delle sue frasi da cucina.
Adesso la capisco.
Luna era rimasta ottocentootto giorni dietro una rete perché non sapeva fare bella figura.
Non saltava.
Non abbaiava.
Non inclinava la testa davanti alle famiglie.
Non cercava di piacere.
Aspettava.
Forse perché aveva già scelto una volta.
Forse perché sapeva che certe persone si riconoscono senza guardarsi.
Una volta al mese Claudia viene a trovarci.
Porta sempre fotografie di Teresa.
Naturalmente io non posso vederle.
Allora me le descrive.
Teresa davanti all’organo.
Teresa con un grembiule a fiori.
Teresa in montagna.
Teresa seduta su una panchina.
E in alcune fotografie, dice Claudia, c’è Luna.
Cucciola.
Marrone.
Orecchie già storte.
Quasi sempre sul lato sinistro.
L’ultima volta Claudia ha portato una vecchia scatola.
«Ho trovato una cosa.»
Dentro c’era un quaderno di Teresa.
Non un diario.
Appunti.
Liste della spesa.
Orari delle visite.
Ricette.
Pensieri sparsi.
Claudia lesse alcune pagine.
Poi si fermò.
«Qui parla di Luna.»
«Leggi.»
La carta frusciò.
«Dice: “Oggi Luna mi ha fermata prima del gradino davanti alla chiesa. Non so se sia stato un caso. Se continua così, quando non vedrò più niente forse sarà lei a portare me.”»
Mi mancò l’aria.
Paola, seduta dall’altra parte del tavolo, cominciò a piangere.
Io no.
Non subito.
Claudia continuò.
«C’è un’altra frase.»
«Leggi.»
«”La gente dice che è un cane qualunque. Forse è proprio questo che mi piace. A una certa età capisci che essere scelti per ciò che siamo vale più di essere ammirati.”»
Fu allora che piansi.
Non per tristezza.
O almeno non solo.
Pensai a Teresa.
Alla sua vista che si restringeva.
Alla paura che conosco bene.
Al momento in cui smetti di riconoscere un viso dall’altra parte della stanza.
Al momento in cui devi chiedere aiuto per leggere una bolletta.
Al momento in cui qualcuno ti prende il braccio senza chiedere, convinto di farti un favore.
Pensai alla sua cagnolina.
A quella promessa inconsapevole: forse sarà lei a portare me.
Per qualche mese era successo.
Poi la strada.
L’incidente.
Sei chilometri.
Il canile.
Ottocentootto giorni.
E infine io.
Non so se credo nel destino.
Sono cresciuto in una famiglia dove mia madre accendeva un lumino per ogni problema e mio padre diceva che i problemi si risolvono con una chiave inglese.
Sono rimasto da qualche parte nel mezzo.
Non penso che tutto accada per una ragione.
Ci sono perdite che non hanno nessuna ragione.
La morte di mia moglie non aveva una lezione nascosta.
La morte di Argo non era necessaria per prepararmi a Luna.
La morte di Teresa non diventa meno ingiusta perché il suo cane ha trovato me.
Ma esistono incontri che arrivano con una precisione capace di far vacillare anche il più ostinato.
Io entrai in un canile senza poter vedere nessun cane.
Chiesi quello che nessuno voleva.
Mi portarono davanti al box più silenzioso.
La porta si aprì.
E una femmina marrone che aveva perso una donna con la mia stessa malattia attraversò tre metri di cemento e si appoggiò esattamente contro il lato dove, per anni, aveva camminato accanto a lei.
Ci sono coincidenze.
Poi ci sono cose alle quali uno smette semplicemente di dare un nome.
Il giovedì, quando non ho la prima lezione, faccio una passeggiata diversa.
Paola non è contenta.
«Non andare troppo lontano.»
«Ho cinquantasette anni.»
«Appunto. Non ne hai più venti.»
«Nemmeno tu.»
«Io almeno vedo dove metto i piedi.»
«Colpo basso.»
Percorro un tratto verso la periferia.
Non arrivo fino al luogo esatto dell’incidente.
Non sarebbe sicuro e non avrebbe senso.
Ma c’è una piccola strada laterale da cui si sentono i camion della provinciale.
Mi fermo lì.
Luna si siede alla mia sinistra.
Ascoltiamo.
Il vento.
I motori.
Le foglie.
Qualche volta penso a una cagnolina di nove mesi che cammina sola lungo una strada.
Non penso ai dettagli brutti.
Penso alla direzione.
Verso la città.
Verso le persone.
Verso qualcuno che potesse capire.
Teresa non fu salvata da quella corsa.
Questo non va trasformato in una favola.
Ma forse Luna continuò a fare per tutta la vita ciò che aveva tentato quel giorno.
Andare avanti.
Cercare qualcuno.
Fermarsi davanti al pericolo.
Aspettare.
Poi torniamo indietro.
Quando arriviamo davanti a casa, Luna si blocca al gradino.
Aspetta che io lo trovi.
Entriamo.
Lei va al solito posto accanto al pianoforte.
Io preparo il caffè.
A volte penso ad Argo.
A volte a mia moglie.
A volte a Teresa, una donna che non ho mai conosciuto e che, senza saperlo, mi ha lasciato qualcosa di più prezioso di qualunque eredità.
Non una casa.
Non soldi.
Non gioielli.
Una memoria viva.
Quattro zampe.
Due orecchie storte.
Una cicatrice sul muso.
E un posto preciso alla mia sinistra.
La gente ancora mi chiede perché, quel giorno, abbia voluto proprio il cane che nessuno sceglieva.
La risposta è molto più semplice di tutta questa storia.
Non potevo vedere quello più bello.
Non potevo vedere quello con il pelo lucido.
Non potevo vedere quello che saltava più in alto contro la rete.
Non potevo vedere quello che faceva la faccia giusta per essere fotografato e portato a casa.
Potevo solo ascoltare.
E in fondo al corridoio c’erano tredici box pieni di rumore.
Il quattordicesimo era silenzioso.
Non il silenzio di un posto vuoto.
Il silenzio di qualcuno che aspetta.
Luna aveva aspettato ottocentootto giorni una persona che non avesse bisogno di guardarla per sceglierla.
Io non avevo bisogno di vederla.
Avevo soltanto bisogno che restasse alla mia sinistra.
Ed è ancora lì.





