Entrò al canile chiedendo il cane che nessuno voleva: pochi secondi dopo, Luna fece qualcosa di inspiegabile

Paola inspirò.

«Luna non era una randagia.»

Non riuscivo a parlare.

«Dopo l’incidente, il cane era uscito dall’auto. Alcuni automobilisti dissero di averla vista camminare lungo la strada, sempre verso la città.»

«Quanto?»

«Quasi sei chilometri.»

Mi passai una mano sul viso.

«Perché?»

«Forse cercava persone. Forse aiuto. Forse semplicemente seguiva la direzione che conosceva.»

Poi arrivò la frase che cambiò tutto.

«Marco, Teresa Bassi stava perdendo la vista.»

Il soggiorno sembrò restringersi.

«Cosa?»

«Aveva la retinite pigmentosa.»

La stessa malattia.

Non una malattia simile.

Non un generico problema agli occhi.

La stessa.

Rimasi seduto mentre Luna teneva il muso sul mio ginocchio.

«Quanto vedeva?»

«Poco. Da quello che ho capito, negli ultimi mesi aveva smesso quasi completamente di guidare. Quel giorno era uscita solo per una visita e aveva ancora una parte di visione centrale.»

«Luna viveva con lei?»

«Sì.»

«Era addestrata?»

«Non ufficialmente.»

Paola fece una pausa.

«Ma ho trovato la nipote di Teresa.»

Fu allora che capii che non avevo ancora sentito la parte più importante.

La nipote si chiamava Claudia.

La incontrammo la domenica successiva.

Paola preparò il pranzo.

Naturalmente.

Nelle famiglie italiane le rivelazioni più grandi finiscono sempre accanto a una teglia di lasagne.

Eravamo seduti in cinque: io, Paola, suo marito, Claudia e Luna.

I ragazzi di Paola erano ormai adulti e quel giorno avevano trovato mille scuse per arrivare tardi.

Claudia parlava piano.

Aveva circa cinquant’anni.

Quando entrò e vide Luna, non disse niente.

Si inginocchiò.

Poi scoppiò a piangere.

«È lei.»

Mi tremarono le mani.

Luna annusò Claudia.

Le leccò una volta il polso.

Poi tornò al mio lato sinistro.

Claudia rise mentre piangeva.

«Faceva così anche con zia Teresa.»

Nessuno toccò le lasagne.

«Raccontami.»

Claudia si asciugò il viso.

«Mia zia suonava l’organo nella chiesa del paese. Da quasi quarant’anni.»

Mi appoggiai allo schienale.

Il pianoforte.

Luna che il primo giorno aveva cercato il punto vicino alla panca.

Il suo respiro quando suonavo.

«Quando la vista peggiorò», continuò Claudia, «prese quella cagnolina. Non come cane guida. Era troppo giovane. L’aveva trovata tramite una famiglia che non poteva tenerla.»

«Quanti mesi aveva?»

«Forse tre.»

«E poi?»

«Zia Teresa cominciò a portarla ovunque.»

Claudia mise la forchetta nel piatto senza mangiare.

«Camminava sempre a sinistra.»

Paola lasciò cadere il tovagliolo sul tavolo.

Io chiusi gli occhi.

Un gesto inutile, forse.

Ma lo faccio ancora quando qualcosa fa troppo male.

«Teresa le aveva insegnato?»

«Non nel modo professionale. Però le parlava continuamente. “Ferma, Luna.” “Aspetta, Luna.” “Piano.” “Gradino.”»

Claudia sorrise.

«E Luna imparava.»

Il silenzio si riempì del rumore della cucina.

Il frigorifero.

Una macchina in strada.

Il respiro di Luna.

«Mia zia diceva sempre che non sarebbe mai diventata un vero cane guida. Però scherzava dicendo che Luna le aveva già preso il mestiere.»

«Perché non risultava nei documenti?»

«Dopo l’incidente ci fu confusione. Il cane sparì. Noi pensavamo fosse morto o scappato nei boschi. La polizia aveva segnalato un animale trovato più avanti, ma nessuno fece il collegamento. Luna non aveva ancora il microchip registrato a nome di mia zia.»

«E Teresa?»

Claudia abbassò la voce.

«Morì due giorni dopo.»

Paola si alzò e spense il forno anche se il forno era già spento.

Lo faceva nostra madre quando voleva piangere senza farsi vedere.

Claudia continuò.

«L’ultima cosa che mia zia chiese in ospedale fu del cane.»

Mi sentii mancare.

«Cosa disse?»

«Chiese: “Luna è tornata?”»

Nessuno rispose per parecchio tempo.

Io avevo una mano sulla testa di Luna.

Lei era immobile.

«Non era tornata», dissi.

Claudia scosse la testa.

«No.»

Ma noi sapevamo dove era andata.

Aveva camminato quasi sei chilometri verso la città.

Lontano dall’auto.

Lontano da Teresa.

Forse cercando qualcuno.

Forse cercando aiuto.

Forse facendo l’unica cosa che una cagnolina di nove mesi aveva imparato a fare: muoversi accanto a una persona che non vedeva bene, fermarsi, aspettare, cercare la strada.

Poi era finita in un box.

Quattordici.

Per ottocentootto giorni.

Quando tutti andarono via, quella domenica, mi sedetti al pianoforte.

Non accesi nessuna luce.

Non ne avevo bisogno.

Luna arrivò accanto a me.

Destra, questa volta.

Lato del pedale.

Suonai un vecchio canto che conoscevo da bambino.

Non so perché.

Forse Teresa l’aveva suonato.

Forse no.

A metà, Luna appoggiò il fianco alla gamba.

E respirò.

In quel momento ripensai a tutto.

Il primo giorno in casa.

Il punto preciso accanto al pianoforte.

Non aveva trovato semplicemente l’avvallamento lasciato dalla cuccia di Argo.

Aveva riconosciuto una vita.

Una persona seduta davanti a una tastiera.

Una stanza piena di musica.

Un posto sul pavimento vicino alle gambe.

Era già stata lì.

Non nella mia casa.

In un’altra.

Accanto a un’altra persona che stava perdendo il mondo pezzo dopo pezzo.

E il lato sinistro?

Non era istinto.

Non era fortuna.

Era memoria.

Luna aveva imparato da cucciola che il suo posto era lì.

Vicino alla gamba sinistra di Teresa.

Poi aveva perso Teresa.

Era rimasta due anni dietro una rete.

E quando ero entrato io, con il bastone bianco e la mano tesa, aveva ritrovato quel posto in tre secondi.

Oggi sono passati quasi quattro anni.

Luna ha sette anni.

Il muso comincia a schiarirsi vicino agli occhi.

Giulio dice che è diventata più bella.

Io gli rispondo che è sempre stata bella.

Lui ribatte:

«E tu che ne sai?»

È diventato il nostro rito.

Ogni mattina usciamo alle sette e venti.

Uso ancora il bastone.

Luna non è e non viene presentata come un cane guida certificato.

Dopo aver scoperto la sua storia ho lavorato con professionisti per capire quali comportamenti fossero sicuri e quali no.

Ma ci sono cose che nessuno ha dovuto insegnarle.

Il lato sinistro.

L’attesa davanti ai gradini.

Il modo in cui rallenta quando il terreno cambia.

Il modo in cui il suo corpo si irrigidisce quando qualcosa non va.

Il quartiere ormai ci conosce.

Al panificio Giulio tiene sempre un biscotto per lei.

La signora Anna, che abita sopra la farmacia, ci urla dalla finestra:

«Luna, oggi portalo tu a lavorare, che quello è distratto!»

Al mercato una fruttivendola mette da parte una mela piccola per me e una ciotola d’acqua per lei.

Persino Matteo, quello che diceva che Luna sembrava un mobile, è cresciuto.

Ora ha quattordici anni.

Suona ancora il pianoforte.

Qualche mese fa, dopo una lezione, si è seduto sul pavimento accanto a Luna.

«Maestro?»

«Dimmi.»

«Mi ricordo quando dicevo che non faceva niente.»

«Me lo ricordo anch’io.»

«E invece faceva tutto.»

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