Il cagnolino rubava solo guanti cuciti con filo blu: quando scoprii perché, rimasi senza parole

Alle 20:32 era fuori.

Lo seguii.

Aveva un percorso preciso.

Prima la vecchia casa di via del Molino.

Poi una fermata dell’autobus.

Poi il retro della biblioteca di quartiere.

Poi la scuola elementare.

Poi il centro parrocchiale.

Infine casa di Carla.

Circa tre chilometri in tutto.

Per un cane di neanche quattro chili era una marcia enorme.

Alla casa abbandonata si fermò davanti a un cancello.

Accanto alle scale del seminterrato c’era una ciotola di plastica azzurra rovesciata.

Milo infilò il muso tra le sbarre.

Aspettò.

Nessuno arrivò.

Alla fermata saltò sulla panchina e annusò l’angolo sinistro.

Poi si sedette guardando la strada.

Non sembrava un cane che esplorava.

Sembrava qualcuno che controllava posti conosciuti.

Dietro la biblioteca graffiò una volta il muro sotto la buca per la restituzione dei libri.

Alla scuola rimase più a lungo.

Controllò il cancello.

La porta laterale.

Le finestre basse.

Poi andò vicino a una grondaia intasata e tirò fuori un guanto rosso.

Sul pollice c’erano quattro punti di filo blu.

Quella notte non lo fermai.

Lasciai che lo portasse a casa.

La mattina seguente presi Milo, la fotografia e tutti i guanti.

Andai alla scuola.

Mi ricevette la maestra responsabile dell’inclusione e del sostegno alle famiglie, Teresa Fontana, sessantadue anni, occhiali appesi al collo e quella voce ferma delle donne che hanno passato una vita a gestire bambini, genitori e tragedie senza fare rumore.

Non avevo ancora finito di svuotare la borsa quando disse:

«Questi li ha cuciti Sofia.»

Milo si sollevò sulle zampe posteriori.

Teresa lo guardò.

«Fagiolo?»

Il cane diventò immobile.

Lei ripeté:

«Fagiolo.»

Milo attraversò la stanza e appoggiò le zampe sulle sue ginocchia.

Teresa si tolse gli occhiali.

Sofia era arrivata in quella scuola in seconda elementare.

Quasi ogni mattina portava Fagiolo dentro il cappotto.

La madre lo riprendeva al cancello prima dell’ingresso.

Quando lavorava presto, una vicina anziana lo teneva per qualche ora.

Sofia aveva problemi alla pelle delle mani.

Usava spesso una crema all’avena che lasciava un odore leggerissimo sulle maniche, sull’astuccio, sullo zaino.

E sui guanti.

Durante l’inverno passava molto tempo a riparare quelli rotti che gli altri bambini buttavano nel cesto.

«Le dava fastidio vedere una cosa ancora buona finire nella spazzatura,» disse Teresa.

Tipico di chi è cresciuto contando tutto.

Il pane.

Le monetine.

I maglioni passati da un cugino all’altro.

Noi della mia generazione quella mentalità la conosciamo bene.

Le cose si aggiustavano.

Non si buttavano.

Sofia aveva toccato decine di guanti.

Alcuni erano stati portati al centro parrocchiale.

Altri erano finiti nella cesta di Carla.

Qualcuno era rimasto nel cortile della scuola.

Milo non sceglieva i guanti per colore.

Seguiva l’odore di Sofia.

Teresa non poteva darmi l’indirizzo della famiglia.

Poteva soltanto provare a contattare la madre.

Il numero era disattivato.

La zia non rispondeva.

Una lettera tornò indietro.

Così andammo alla vecchia casa.

Il proprietario ci aprì dopo aver saputo che cercavamo informazioni su un animale rimasto all’interno.

Nel seminterrato trovammo una piccola cuccia dietro la caldaia.

Milo ci andò dritto.

Sotto il bordo c’era un pezzo di pile rosso.

Un polsino.

Filo blu.

La vicina dell’appartamento accanto, la signora Mirella, aveva settantaquattro anni.

Ci fece entrare nella sua cucina.

Sul tavolo c’era una tovaglia cerata, una moka ancora calda e un piatto con tre biscotti secchi.

Sembrava la cucina di mia madre.

Mirella ricordava benissimo il pomeriggio in cui Sofia era andata via.

La bambina aveva bussato chiedendo:

«Signora Mirella, può tenere Fagiolo soltanto stanotte?»

Lei aveva detto sì.

Ma prima che potesse prenderlo, il compagno della madre di Sofia era comparso dal cortile.

Aveva riportato il cane dentro casa.

Poco dopo era arrivata la madre di Sofia, Elena, accompagnata da persone che la stavano aiutando a trovare una sistemazione sicura.

Lei e la figlia avevano preso in fretta documenti, vestiti, medicine e poche altre cose.

Sofia voleva portare il cane.

L’uomo sosteneva che l’animale appartenesse a lui.

Sulla porta, in quel momento, nessuno riuscì a risolvere la questione.

Elena promise alla figlia:

«Domani zia Rosa torna a prenderlo.»

Sofia lasciò un guanto rosso dentro la cuccia.

Credeva che Fagiolo, sentendo il suo odore, sarebbe rimasto lì fino all’arrivo della zia.

Ma la mattina dopo Rosa trovò il cancello chiuso.

L’uomo le disse che il cane era già stato portato via.

Non era vero.

Milo rimase solo dentro quella casa per tre giorni.

Un operaio sentì grattare.

Fu lui a chiamare qualcuno.

Quando aprirono la lavanderia, trovarono il cagnolino accanto a un guanto rosso strappato.

Quel guanto venne buttato.

Sembrava soltanto un pezzo di stoffa sporco.

Una cosa senza valore.

Da lì era iniziato tutto.

Una settimana dopo Elena aveva perfino telefonato per chiedere se fosse stato trovato un piccolo cane color crema.

Ma nel registro era stato inserito un cognome diverso.

Il controllo non diede risultati.

Nel frattempo Fagiolo era diventato Milo.

Io lo adottai.

Piccoli errori.

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