Un nome sbagliato.
Una fotografia dimenticata.
Un numero di telefono staccato.
Un guanto finito nella spazzatura.
Nulla che, preso da solo, sembrasse grave.
Eppure quelle piccole cose avevano separato un cane da una bambina.
Due giorni dopo Teresa riuscì finalmente a parlare con una persona che assisteva Elena e Sofia.
Erano al sicuro.
Abitavano temporaneamente lontano dalla città.
La struttura non permetteva animali.
Ma accettarono una videochiamata.
Posai il computer sul pavimento della lavanderia.
Milo era vicino al guanto rosso.
Lo schermo rimase nero per qualche secondo.
Sentimmo rumori.
Poi la voce di una bambina.
«C’è?»
Milo scattò in piedi.
Prima ancora che apparisse l’immagine.
«Fagiolo?»
Corse dietro al computer.
Controllò sotto il tavolo.
Il corridoio.
La finestra.
Quando finalmente Sofia apparve sullo schermo, Milo si fermò.
La bambina aveva capelli castani sulle spalle e mani piccole, un po’ screpolate.
«Fagiolo.»
Il cane appoggiò il naso contro lo schermo.
Il vetro si appannò.
La coda colpiva il pavimento così forte che sembrava un tamburo.
Poi emise un suono che ancora oggi non riesco a descrivere.
Non era un abbaio.
Non era un pianto.
Era qualcosa che sembrava uscire da un posto molto più profondo.
Sofia si coprì il viso.
«Io non ti ho lasciato.»
Milo non poteva capire le parole.
Ma capiva la voce.
Sofia mostrò un guanto rosso.
L’altro del paio.
«Questo l’ho tenuto io.»
Il cane smise di agitarsi.
Si sedette.
Guardò.
Elena entrò nell’inquadratura e mi ringraziò.
Io dissi soltanto:
«Sta bene.»
Sofia mi corresse.
«Si chiama Fagiolo.»
Sorrisi.
«Allora Milo Fagiolo.»
La domenica successiva ci incontrammo a metà strada.
Portai il cane, i guanti, la vecchia cuccia e la fotografia.
Sofia aspettava nell’ingresso con un cappotto rosso.
Quando aprii il trasportino, Fagiolo saltò fuori prima che riuscissi ad agganciare bene il guinzaglio.
Scivolò sul pavimento.
Si rialzò.
Corse.
Sofia si inginocchiò.
Lui si infilò dentro il cappotto aperto.
Esattamente come nella fotografia.
Lasciò fuori soltanto la testa.
Nessuno parlò per un po’.
Elena si voltò perché non voleva farsi vedere piangere.
Io capii perfettamente.
A una certa età impariamo a piangere girandoci verso una finestra.
Come se guardare fuori rendesse le lacrime meno visibili.
Quando tirai fuori i guanti, Sofia disse una cosa.
«Non li portava perché voleva tenerli.»
La guardai.
«Allora perché?»
«Perché voleva che qualcuno lo seguisse.»
Due inverni prima, quando Sofia aveva otto anni, era uscita prima da scuola per una nevicata improvvisa.
Per errore aveva seguito il percorso abituale invece di aspettare sua madre.
Aveva camminato per qualche isolato.
Poi aveva visto Fagiolo, scappato dal cortile della signora Mirella.
La bambina aveva attraversato un vialetto per raggiungerlo, era scivolata e si era fatta male a una caviglia.
Per ripararsi dal freddo era entrata in un piccolo deposito lasciato aperto.
La porta si era richiusa.
Sofia non riusciva più ad aprirla.
Il telefono era scarico.
Aveva perso un guanto rosso vicino al vialetto.
Fagiolo lo trovò.
Lo riportò alla signora Mirella.
Lo lasciò sulla sua pantofola.
Poi corse verso il cancello.
Mirella non capì.
Fagiolo tornò.
Prese il guanto.
Lo lasciò di nuovo davanti a lei.
Poi corse al cancello.
Lo fece tre volte.
Alla quarta, Mirella lo seguì.
Il cane la portò al deposito.
Sofia fu trovata poco dopo.
Da quel giorno la bambina trasformò quella cosa in un gioco.
Si nascondeva dietro le scale.
Lasciava un guanto.
Fagiolo doveva prenderlo.
Portarlo a un adulto.
Poi tornare indietro.
Se l’adulto lo seguiva, riceveva un pezzetto di formaggio.
Oggetto.
Adulto.
Segui.
Era questa la regola.
Fagiolo non sapeva cosa fosse un trasloco.
Non sapeva cosa fossero le carte, i registri, le sistemazioni temporanee.
Sapeva soltanto una cosa.
Se Sofia spariva, bisognava prendere qualcosa che avesse il suo odore.
Portarla a un adulto.
Poi indicare la strada.
Quando ero diventata la sua nuova persona, aveva iniziato a provare con me.
Ogni guanto era un tentativo.
Ogni fuga era la stessa domanda.
Mi segui adesso?
Io, per tredici notti, l’avevo chiamato ladro.
Lui stava compilando una denuncia di scomparsa nell’unica lingua che conosceva.
Fagiolo tornò a vivere con me perché Elena e Sofia non potevano ancora tenerlo.
Ogni mercoledì e ogni domenica facevamo una videochiamata.
Dopo poche settimane smise di guardare dietro il computer.
Aveva imparato che Sofia non era nascosta nella stanza.
Era altrove.
Ma c’era.
Una volta al mese Elena e Sofia venivano in città.
Percorrevamo insieme la vecchia strada.
Alla fermata dell’autobus Fagiolo saliva ancora sulla panchina.
Ma se Sofia era accanto a lui, non aspettava.
Le saltava in braccio.
Nel frattempo, la storia dei guanti aveva fatto il giro del quartiere.
Non sui giornali.
Non sui social.
Nel modo antico.
Dal bar alla panetteria.
Dalla scuola al mercato.
Dalla farmacista alla parrucchiera.
Carla smise di chiamarlo «il ladruncolo».
La signora Mirella preparava biscotti senza zucchero da tenere in un barattolo per lui.
Un pensionato costruì un coperchio migliore per la cesta dei vestiti.
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