In meno di un minuto quelle persone che prima erano paralizzate cominciarono a formare una specie di catena improvvisata.
Nessuno si conosceva.
Un muratore che tornava da un lavoro.
Una signora con la borsa della spesa sul sedile.
Un giovane padre che aveva lasciato i figli in macchina con la moglie.
Un pensionato che continuava a ripetere:
«Piano, piano, non fateli spaventare».
Era la cosa più italiana che potessi vedere in quel momento.
Persone che cinque minuti prima non si sarebbero neppure salutate al casello, adesso discutevano come parenti durante un pranzo della domenica.
«Quello piccolo prendilo tu.»
«No, non tirarlo.»
«Portateli dietro la barriera.»
«State lontani dal carburante.»
Il cuore del quartiere, solo che il quartiere era diventato una corsia d’emergenza.
E il capofila non era un uomo.
Era un cane senza nome.
«Ventidue… ventitré…»
Il carburante continuava ad allargarsi.
L’odore diventava più forte.
Il cane fulvo correva avanti e indietro.
Fessura.
Cane.
Spinta.
Fessura.
Cane.
Spinta.
Aveva già il muso sporco di sangue.
Mordendo la lamiera si era tagliato.
Ma non smetteva.
«Ventisei…»
Un cane grosso arrivò allo squarcio e non passò.
Il fulvo tornò a mordere il metallo.
Tirò.
Il camion scricchiolò.
Tirò ancora.
La fessura si aprì un altro poco.
Il cane grosso uscì.
«Ventisette.»
Poi arrivò una vecchia beagle.
Tonda.
Spaventata.
Si incastrò.
Il fulvo tirò ancora il bordo metallico.
Una volta.
Due.
La beagle riuscì a scivolare fuori.
«Ventotto.»
Io piangevo.
Non me n’ero neppure accorto.
Avevo il viso sporco di polvere e lacrime.
Un altro cane uscì.
Un meticcio simile a un pastore, con le zampe tremanti.
Il fulvo lo spinse verso gli altri.
«Ventinove.»
Aspettai.
Il cane tornò alla fessura.
Abbaiò.
Niente.
Abbaiò di nuovo.
Più forte.
Io guardai il gruppo.
Provai a contare con gli occhi.
Troppo caos.
«Sono tutti?»
Nessuno sapeva rispondermi.
Il cane sì.
Infilò la testa dentro.
Rimase immobile.
Poi fece una cosa che ancora oggi mi sveglia qualche notte.
Entrò di nuovo.
Si infilò nello stesso squarcio da cui era riuscito a scappare.
Prima la testa.
Poi le spalle.
Poi tutto il corpo.
Scomparve nel cassone.
«No!»
Quella volta trovai la voce.
«Vieni fuori!»
Ridicolo.
Come se potesse capire.
Come se gli stessi chiedendo di fare una cosa sensata dopo averne fatta una impossibile.
Dentro sentimmo colpi.
Un graffiare.
Metallo che sbatteva.
Passarono cinque secondi.
Dieci.
Quindici.
Non ho mai pregato molto.
Sono cresciuto con una madre che teneva un rosario nel cassetto e un padre che diceva che il Signore aveva già abbastanza lavoro senza sentire i nostri lamenti.
Io ero diventato uno di quegli uomini che entrano in chiesa ai funerali, ai matrimoni e poco altro.
Su quell’asfalto, invece, pregai.
Non bene.
Non con parole eleganti.
«Dai. Dai. Dai.»
Era tutto.
Poi comparve un muso nero.
Piccolo.
Un giovane meticcio.
Si infilò fuori dalla fessura.
Dietro di lui apparve il cane fulvo.
Lo stava spingendo.
Il cane nero cadde sulla parete.
Il fulvo lo accompagnò verso il bordo sicuro.
«Trenta!»
Qualcuno gridò.
«Sono trenta!»
Il fulvo uscì per ultimo.
Saltò giù.
Raggiunse gli altri.
Un uomo lo afferrò per il collare improvvisato che aveva al collo e lo trascinò lontano.
Pochi secondi dopo sentimmo un colpo.
Poi il fuoco.
Non una piccola fiamma.
Una vampata secca.
La parte posteriore del camion venne avvolta dal calore.
Le persone arretrarono urlando.
Io sentii la pressione nel petto già dolorante.
Guardai il punto dove pochi istanti prima il cane nero e quello fulvo stavano passando.
Non c’era più nulla da salvare.
Se fossero rimasti dentro ancora un poco, sarebbe finita lì.
I soccorsi arrivarono quasi subito dopo.
Per me il tempo si era allungato in modo strano.
Forse erano trascorsi minuti.
Sembravano ore.
Mi immobilizzarono.
Controllarono il ginocchio.
Mi misero sulla barella.
Io continuavo a chiedere la stessa cosa.
«I cani?»
«Ci sono.»
«Quanti?»
«Trenta.»
«Contateli di nuovo.»
Un soccorritore mi guardò esasperato.
«Signore, li hanno contati.»
«Contateli ancora.»
Lo fecero.
Trenta.
Tutti vivi.
Qualche taglio.
Una zampa ferita.
Un dito rotto.
Niente rispetto a quello che avevamo temuto.
Quando mi caricarono sull’ambulanza chiesi di girare la barella.
«Devo vedere una cosa.»
Fuori, vicino alla barriera, il cane fulvo era seduto da solo.
Gli altri erano raccolti qualche metro più avanti.
Lui guardava il camion bruciare.
Aveva il petto bagnato di carburante.
Il muso sanguinava.
Un dente davanti sembrava scheggiato.
Respirava così forte che vedevo le costole muoversi.
Eppure continuava a guardare gli altri.
Non il fuoco.
Gli altri.
Come se li stesse ancora contando.
La signora che per prima si era avvicinata gli mise accanto una ciotola d’acqua.
Lui bevve due sorsi.
Poi si voltò verso il gruppo.
Quella scena mi colpì più dell’incendio.
Per tutta la vita avevo sentito parlare di “bella figura”.
Non far vedere i problemi.
Non immischiarsi.
Non creare confusione.
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