A otto anni, dopo mesi di cure, poteva scegliere qualunque cane: ignorò tutti i cuccioli e indicò quello che nessuno voleva più
«No, amore. Quello no.»
Mi uscirono queste parole prima ancora di capire quanto potessero fargli male.
Mio figlio Matteo aveva fermato la carrozzina davanti all’ultimo box del corridoio. Dentro, un vecchio golden retriever color miele sbiadito teneva il muso appoggiato sulle zampe e respirava piano.
Sul cartellino c’erano poche parole.
Tredici anni.
Malattia avanzata.
Solo cure di conforto.
Matteo lo lesse due volte.
Poi guardò me.
Guardò suo padre.
E disse:
«Voglio lui.»
Aveva otto anni.
Da quasi due combatteva contro una malattia di cui non voglio scrivere il nome. Le aveva già preso abbastanza: i capelli, le corse nel cortile, la scuola frequentata a settimane alterne, le partite a pallone con i cugini, le domeniche rumorose a casa della nonna.
Non le avrei regalato anche il privilegio di essere nominata ogni volta che raccontavo la storia di mio figlio.
All’inizio i medici usavano parole come “terapia”, “risposta”, “possibilità”.
Poi avevano cominciato a usare parole diverse.
“Controllare.”
“Alleviare.”
“Stare comodi.”
“Tempo.”
Noi adulti facevamo finta di non capire il cambio di vocabolario.
Matteo, invece, aveva capito tutto.
Lui capiva sempre le cose prima che noi fossimo pronti ad ammetterle.
Quando una piccola associazione che aiutava bambini gravemente malati gli chiese quale desiderio volesse realizzare, pensammo alle solite cose.
Una giornata al mare.
Incontrare un calciatore.
Salire su un treno veloce fino a Roma.
Visitare un parco divertimenti.
Matteo ci pensò per una sera intera.
La mattina dopo, mentre mia madre gli preparava il latte caldo nella tazza azzurra che usava da quando era piccolo, disse:
«Vorrei un cane.»
Rimasi immobile.
Un cane era sempre stato il suo sogno.
Per anni gli avevamo risposto: “Quando sarai più grande.”
Poi: “Quando avremo più tempo.”
Poi erano arrivati gli ospedali, gli esami, le difese immunitarie basse, le giornate in cui persino un raffreddore diventava un problema.
Il cane era rimasto una promessa rimandata.
E adesso mio figlio lo chiedeva proprio quando il futuro aveva smesso di concederci il lusso dei rinvii.
L’associazione organizzò tutto.
Un rifugio fuori città avrebbe aperto apposta per noi il sabato mattina.
Matteo avrebbe potuto scegliere qualsiasi cane adatto a stare in famiglia.
Qualsiasi.
Suo padre Paolo ed io non ne parlammo apertamente, ma avevamo già immaginato la scena.
Un cucciolo.
Morbido.
Allegro.
Sano.
Una di quelle creature che entrano in casa come una finestra spalancata.
Pensavamo che avrebbe portato un po’ di vita in mesi che ormai ruotavano intorno a medicine, visite e silenzi improvvisi.
Anche mia madre la pensava così.
La domenica precedente, durante il pranzo, aveva detto:
«Prendeteglielo giovane. Almeno gli riempie le giornate.»
Poi si era interrotta.
Aveva abbassato gli occhi sul ragù.
Tutti avevamo capito la frase che non era riuscita a finire.
Almeno gli riempie le giornate che gli restano.
Nessuno aveva più toccato quel discorso.
Il sabato caricammo la carrozzina nel bagagliaio e partimmo.
Matteo era debole.
Negli ultimi mesi aveva perso peso e forza, ma non curiosità.
Quella non gliel’aveva portata via nessuno.
Al rifugio avevano preparato tutto con una delicatezza che ancora oggi mi commuove.
Davanti c’erano i cani giovani.
Un meticcio bianco e nero che saltava come una molla.
Una cagnolina color nocciola con le orecchie enormi.
Tre cuccioli che si arrampicavano uno sull’altro appena qualcuno si avvicinava.
Matteo rise.
Era una risata piccola, stanca, ma vera.
Uno dei cuccioli gli leccò le dita attraverso la rete.
Paolo mi guardò sopra la testa di nostro figlio.
Quel solo sguardo conteneva una conversazione intera.
Eccolo.
È questo.
Facciamogli scegliere questo.
Un cucciolo che rappresenti un inizio.
Non un’altra fine.
Matteo accarezzò il musetto dell’animale.
Poi domandò:
«Posso vedere anche gli altri?»
La volontaria sorrise.
«Certo.»
Cominciammo a percorrere il corridoio.
Io spingevo la carrozzina quando Matteo era troppo stanco; quando aveva energia, voleva muoversi da solo.
Superò un cane giovane che abbaiava festoso.
Si fermò davanti a una cagnolina anziana.
Ripartì.
Rallentò davanti a un meticcio con il muso già grigio.
Passò oltre due cani robusti che saltavano contro la porta.
All’inizio pensai fosse casuale.
Poi mi accorsi che c’era uno schema.
Matteo si fermava davanti a quelli stanchi.
Quelli che non correvano verso la rete.
Quelli che sollevavano appena la testa.
Quelli che sembravano aver imparato ad aspettare senza aspettarsi più nulla.
Lo vedevo osservare ogni animale come aveva imparato a osservare i corridoi dell’ospedale.
In reparto non guardava chi faceva più rumore.
Guardava chi aveva la flebo più lunga.
Chi parlava poco.
Chi non usciva mai dalla stanza.
Chi aveva una madre che sorrideva troppo.
Una volta mi aveva detto:
«Quel bambino oggi ha paura.»
Io gli avevo chiesto come facesse a saperlo.
«Perché scherza sempre. Oggi scherza troppo.»
Aveva sette anni.
Fu allora che iniziai a capire che certe esperienze invecchiano gli occhi prima del resto del corpo.
Arrivammo all’ultimo box sulla sinistra.
Il golden era lì.
Non si alzò.
Aprì soltanto gli occhi.
Matteo fermò la carrozzina.
Il cane lo guardò.
Non posso spiegare quella scena senza sembrare una madre che, dopo tanti anni, ha trasformato il dolore in una specie di leggenda.
Ma io ero lì.
Paolo era lì.
La volontaria era lì.
Quel vecchio cane guardò nostro figlio senza agitarsi, senza abbaiare, senza chiedere niente.
Matteo lesse il cartellino.
«Che vuol dire solo cure di conforto?»
La volontaria esitò.
Io chiusi gli occhi.
Paolo si accovacciò accanto a lui.
«Vuol dire che è molto anziano e molto malato.»
Matteo continuò a guardare il cane.
«Guarisce?»
Nessuno rispose subito.
Alla fine dissi:
«No, tesoro.»
Lui annuì.
Come se avesse ricevuto una conferma, non una sorpresa.
«Quanto gli resta?»
La volontaria si inginocchiò.
«Non lo sappiamo. Forse qualche mese. Forse meno.»
Matteo mise una mano contro la rete.
«Come si chiama?»
«Sole.»
Era il nome che gli avevano dato al rifugio.
Forse perché un tempo il pelo doveva essere stato di un oro brillante.
Adesso era quasi bianco sul muso.
Matteo lo guardò ancora.
Poi disse:
«Voglio lui.»
La volontaria pensò che non avesse capito.
«Tesoro, davanti ci sono dei cuccioli bellissimi. Possiamo tornare a vederli.»
«Li ho visti.»
«Sole non può giocare molto.»
«Neanch’io.»
Mi si strinse lo stomaco.
Paolo appoggiò una mano sul bracciolo della carrozzina.
«Matteo, ascoltami. Questo cane è molto malato.»
«Lo so.»
«Potrebbe stare con noi poco.»
«Lo so.»
«Un cucciolo invece potrebbe correre con te, giocare…»
Paolo non riuscì a finire.
Correre con te.
Erano mesi che Matteo non correva.
Nostro figlio si voltò lentamente verso di noi.
Aveva gli occhi di suo padre e un’espressione che apparteneva a qualcuno molto più vecchio.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





