Disse:
«Ma lui è malato come me.»
Non ebbi risposta.
Pensai di aver sentito male.
Matteo indicò Sole.
«I cuccioli non capiscono.»
«Cosa non capiscono?»
«Che uno può essere stanco anche se vuole essere contento.»
La volontaria si portò una mano alla bocca.
Matteo continuò:
«Loro vogliono correre. Vogliono giocare. Lui no.»
Fece una pausa per riprendere fiato.
«Nemmeno io.»
Quelle due parole mi spezzarono in un punto che non si è mai più ricomposto allo stesso modo.
Io avevo pensato a un cane capace di distrarlo dalla malattia.
Matteo aveva cercato qualcuno che non avesse bisogno di essere distratto.
«Lui sa com’è», disse.
«Come cosa?»
Mio figlio sospirò.
«Come essere quello che non può fare le cose degli altri.»
In quel momento Sole si mosse.
Fino ad allora era rimasto disteso.
Si sollevò con fatica.
Le zampe posteriori tremavano.
Fece tre passi fino alla rete.
Poi si sdraiò di nuovo, proprio davanti alla carrozzina.
Matteo infilò due dita tra le sbarre.
Il cane appoggiò il muso contro quel piccolo spazio.
Nessuno parlò.
Ci sono momenti in cui un’intera stanza capisce la stessa cosa senza bisogno di dirla.
Quello fu uno di quei momenti.
Portammo Sole a casa quella sera.
Non fu semplice.
C’erano procedure, documenti, il parere del veterinario, le condizioni particolari del cane.
Ma ogni ostacolo trovò una soluzione.
Forse perché chiunque vedesse Matteo e Sole insieme smetteva di considerarli un bambino che voleva adottare un cane.
Sembravano due vecchi amici che finalmente si erano ritrovati.
La prima notte preparai una coperta per Sole accanto al letto.
Durò circa venti minuti.
Quando entrai nella stanza, il cane aveva già appoggiato le zampe anteriori sul materasso.
Matteo lo guardava divertito.
«Mamma, secondo me non gli piace il pavimento.»
«Secondo me è furbo.»
«Ha tredici anni. Può fare quello che vuole.»
Lo aiutammo a salire.
Da quella notte dormì quasi sempre accanto a lui.
Pensavo che l’arrivo di un cane avrebbe reso la casa più rumorosa.
Successe il contrario.
Sole portò silenzio.
Ma era un silenzio diverso da quello che avevamo conosciuto fino ad allora.
Non era il silenzio dell’attesa davanti a una porta chiusa.
Non era quello delle telefonate dei medici.
Era il silenzio di due creature che non avevano bisogno di riempire ogni minuto.
Il letto di Matteo era accanto alla finestra che dava sul piccolo giardino.
Sole si stendeva ai suoi piedi oppure lungo il fianco.
Passavano ore a guardare fuori.
I piccioni sul tetto.
Il vicino che potava il limone.
Mia madre che stendeva le lenzuola quando veniva ad aiutarci.
Le biciclette dei bambini sulla strada.
La vita normale continuava.
Ed era strano vedere Matteo osservare tutte quelle cose senza rabbia.
Prima dell’arrivo di Sole, alcune giornate erano state difficili.
Quando sentiva i ragazzi giocare in strada, diventava silenzioso.
Una volta aveva chiesto:
«Secondo te si ricordano ancora che esisto?»
Non avevo saputo cosa rispondere.
Con Sole quella domanda smise di tornare.
Forse perché finalmente aveva accanto qualcuno per cui il mondo esterno era diventato altrettanto lontano.
La domenica rimaneva il giorno della famiglia.
Mia madre, nonostante tutto, pretendeva che ci sedessimo a tavola.
«Finché possiamo mangiare insieme, si mangia insieme.»
Preparava lasagne, polpette, patate al forno, cose troppo abbondanti per quattro persone.
Era il suo modo di combattere.
Le donne della sua generazione non sempre dicono “ho paura”.
A volte preparano una teglia per dodici.
Sole veniva sistemato accanto alla sedia di Matteo.
Mia madre fingeva di non dargli nulla.
Poi gli faceva cadere sotto il tavolo minuscoli pezzi di carne.
«Mamma, il veterinario ha detto niente avanzi.»
«È caduto.»
«Per tre volte?»
«Ho le mani vecchie.»
Matteo rideva.
Era diventato il nostro rito.
Durante una di quelle domeniche, mia madre raccontò una cosa che diceva sempre sua madre, mia nonna Teresa.
«Gli animali sentono cose che noi non sentiamo.»
Paolo sorrise.
«Tipo il prosciutto nella credenza?»
Mia madre gli lanciò il tovagliolo.
«Ridi, ridi. Mia madre diceva che certe creature arrivano quando devono arrivare.»
Matteo guardò Sole.
«Allora lui doveva arrivare.»
«Forse sì.»
«O forse dovevo arrivare io da lui.»
Mia madre smise di mangiare.
Io cambiai argomento.
All’epoca non sopportavo quando Matteo parlava come se sapesse che il tempo era breve.
Volevo ancora proteggerlo perfino dai suoi stessi pensieri.
Oggi mi dispiace.
Perché lui non parlava della morte con disperazione.
Eravamo noi a trasformare ogni sua frase in una minaccia.
Matteo parlava con Sole.
Molto.
A volte da dietro la porta sentivo la sua voce.
Non ascoltavo apposta, ma in una casa piccola certe cose arrivano.
Gli raccontava dell’ospedale.
Dei bambini conosciuti lì.
Della paura degli aghi, che sosteneva di non avere più, anche se gli tremavano sempre le mani.
Gli raccontava di una compagna di classe che gli aveva mandato un biglietto.
Gli raccontava che gli mancava andare a comprare il pane con suo nonno, morto quando lui era piccolo.
Un pomeriggio lo sentii dire:
«Secondo me i grandi hanno più paura di noi.»
Rimasi immobile nel corridoio.
Sole non rispose, naturalmente.
Fece solo quel rumore basso che faceva quando respirava profondamente.
Matteo aggiunse:
«La mamma soprattutto.»
Mi allontanai prima di sentire altro.
Piansi in bagno con il rubinetto aperto.
Per tre mesi mio figlio non fu più l’unico malato della casa.
Può sembrare una frase crudele.
Per noi fu un dono.
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