Il camion si rovescia con trenta cani dentro: quello che fa un cane libero lascia tutti senza parole

Pensare prima alla propria famiglia.

Quel giorno vidi qualcosa di opposto.

Un gruppo di sconosciuti sporchi di polvere, con macchine parcheggiate male e telefoni abbandonati sui sedili, che si aiutavano senza chiedersi chi fossero gli altri.

E al centro c’era un cane che, sulla carta, non apparteneva a nessuno.

Non aveva padrone.

Non aveva nome.

Non aveva casa.

Eppure aveva appena rischiato tutto perché nessuno restasse indietro.

All’ospedale mi dissero che avrei camminato di nuovo, ma il ginocchio non sarebbe tornato come prima.

Due costole incrinate.

Una spalla malconcia.

Vari punti.

Rimasi due giorni.

Non pensavo al dolore.

Pensavo al cane.

Telefonai a una volontaria che conoscevo.

«Quello fulvo dov’è?»

«È stato visitato.»

«Come sta?»

«Dente rotto, tagli sul muso, piccole abrasioni. Niente di grave.»

«E dove lo mandate?»

Silenzio.

«Era previsto che proseguisse verso nord quando fosse stato possibile.»

«No.»

«Ettore…»

«Toglilo dalla lista.»

«Non puoi decidere così.»

«Allora dimmi cosa devo firmare.»

«Sei ancora in ospedale.»

«Mandami i moduli.»

Rise.

«Tu sei matto.»

«Probabile.»

Poi dissi:

«Quello viene a casa con me.»

Quando uscii avevo le stampelle.

Mia sorella Teresa mi aspettava fuori dall’ospedale.

Appena mi vide disse:

«Non dirmi che stai andando a prendere il cane.»

«Sto andando a prendere il cane.»

«Ettore, vivi in un appartamento.»

«Con un balcone.»

«Un balcone non è un giardino.»

«Farò più passeggiate.»

«Hai un ginocchio distrutto.»

«Cammineremo piano.»

Mi fissò con quell’espressione che solo una sorella maggiore sa fare.

Poi sospirò.

«Mamma avrebbe detto che sei sempre stato senza cervello.»

«Mamma avrebbe preparato una ciotola di pasta anche per lui.»

Teresa cercò di non ridere.

Non ci riuscì.

Andammo insieme.

Quando il cane entrò nella stanza dove lo aspettavo, non successe nulla di cinematografico.

Non corse verso di me.

Non saltò.

Non abbaiò.

Camminò piano.

Mi annusò.

Poi appoggiò tutto il fianco contro la mia gamba buona.

Rimase lì.

Io abbassai una stampella.

Mi sedetti quasi sul pavimento, bestemmiando sottovoce per il dolore al ginocchio.

Gli presi la testa tra le mani.

Aveva ancora un piccolo cerotto vicino al muso.

«Senti, amico mio.»

Lui mi guardò.

«Tu hai tirato fuori ventinove compagni.»

Si leccò il naso.

«Hai tirato fuori anche me, anche se non lo sai.»

Gli accarezzai l’orecchio rovinato.

«Hai finito con le gabbie.»

Fu così che lo chiamai.

Ventinove.

Mia sorella odiava quel nome.

«Sembra il numero del tavolo in trattoria.»

«È il numero giusto.»

«Perché non Trenta?»

Le spiegai che lui non aveva salvato se stesso.

Aveva salvato gli altri ventinove.

Teresa smise di discutere.

La prima domenica dopo il mio ritorno a casa facemmo pranzo da lei.

Eravamo una famiglia normale.

Significa che ci volevamo bene e ci davamo sui nervi con grande costanza.

Mia sorella.

Suo marito.

I miei due nipoti ormai adulti.

Una zia di settantotto anni che aveva sempre qualcosa da dire.

Ventinove sotto il tavolo.

Teresa aveva preparato lasagne, arrosto e patate.

A metà pranzo mia zia guardò il cane.

«Però è grosso.»

Teresa alzò gli occhi al cielo.

«Zia, non ricominciamo.»

«Ho solo detto che è grosso.»

«Lo vediamo.»

La zia abbassò la voce.

«Certa gente avrebbe paura.»

Io posai la forchetta.

Prima dell’incidente avrei cambiato argomento.

Per non rovinare il pranzo.

Per non fare discussioni.

Per la famosa bella figura.

Quella domenica no.

«Zia, la paura viene spesso prima di conoscere qualcuno.»

Lei mi guardò.

«Parli del cane?»

«Anche.»

Raccontai tutto.

Fino a quel momento avevo raccontato soltanto pezzi.

Il ribaltamento.

La gamba.

Il fuoco.

Non avevo mai spiegato davvero quello che Ventinove aveva fatto.

A tavola nessuno parlava.

Raccontai dello squarcio.

Del primo cane.

Della lamiera tirata con i denti.

Dell’ultimo rimasto dentro.

Quando arrivai al momento in cui Ventinove era rientrato nel camion, mia sorella si portò una mano alla bocca.

Mio cognato fissava il piatto.

La zia guardò sotto il tavolo.

Ventinove dormiva.

«Quindi è tornato dentro?» chiese.

«Sì.»

«Quando era già fuori?»

«Sì.»

«Per un altro cane?»

«Per l’ultimo.»

La zia rimase qualche secondo in silenzio.

Poi prese un pezzo di arrosto.

Teresa la fermò.

«Non darglielo.»

«È senza sale.»

«Zia.»

«Dopo quello che ha fatto, un pezzetto se lo merita.»

Ventinove mangiò l’arrosto.

Da quel momento mia zia divenne la sua sostenitrice più feroce.

Se qualcuno in paese faceva un commento, rispondeva lei.

«Prima conoscilo, poi parla.»

Era strano vedere una donna che per settantotto anni aveva temuto il giudizio degli altri diventare improvvisamente immune alle chiacchiere per difendere un cane.

Forse anche quello fu un piccolo effetto dell’incidente.

Io non tornai più a guidare i trasporti.

Il ginocchio non me lo permetteva.

Per mesi quella cosa mi fece male più dell’operazione.

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