Il cane affamato non lasciava quella valigia alla stazione: quando la aprirono, tutti capirono perché

«Nora.»

Come se qualcuno avesse spostato una pedina di pochi centimetri e, senza chiedermi il permesso, avesse cambiato tutta la partita.

Arrivò una veterinaria di nome Elena con un furgone bianco senza scritte particolari.

Avrà avuto poco più di quarant’anni.

Capelli raccolti male, scarpe consumate, occhi di chi aveva visto animali nelle condizioni peggiori e non si era ancora abituata.

Controllò subito i cuccioli.

«Disidratati. Debolissimi.»

Guardò la madre.

Le passò lentamente una mano vicino alle costole senza toccarla.

«Lei è praticamente vuota.»

«Cosa vuol dire?»

«Che probabilmente non mangia da giorni. Ma li ha allattati lo stesso.»

La frase mi fece più male di quanto avrebbe dovuto.

Non so perché.

Forse perché avevo passato metà della vita a raccontarmi che amare la famiglia significasse lavorare.

Portare soldi a casa.

Pagare bollette.

Comprare scarpe ai figli.

Fare straordinari.

Io ero stato uno di quei padri cresciuti con l’idea che un uomo dovesse stringere i denti e provvedere.

Mio padre mi diceva:

«Se in casa non manca il pane, hai fatto il tuo dovere.»

Io gli avevo creduto.

Solo molto più tardi avevo capito che ai figli può non mancare il pane e mancare comunque il padre.

La veterinaria sistemò i cuccioli in un trasportino.

Quando provò ad avvicinarsi alla madre, però, il cane arretrò.

Non ringhiò.

Non mostrò i denti.

Fece semplicemente qualche passo indietro.

Basta.

Aveva deciso che degli esseri umani non si fidava.

Mi sedetti sul marciapiede.

Nello zaino avevo un panino piccolo al prosciutto preparato all’alba.

Tolsi il prosciutto, spezzai un pezzo di pane e lo appoggiai davanti a me.

Elena scosse la testa.

«Poco, mi raccomando. Se è digiuna da tanto non può mangiare troppo in una volta.»

Il cane annusò l’aria.

Guardò il pane.

Poi me.

Fece un passo.

Si fermò.

Un altro passo.

Prese il boccone.

Lo inghiottì quasi senza masticare.

Gliene lasciai un altro.

Questa volta venne più vicino.

Poi si sedette accanto a me.

Non contro di me.

Non cercando una carezza.

Semplicemente accanto.

Come fanno due persone alla fermata dell’autobus quando sono troppo stanche per raccontarsi perché stanno tornando a casa.

Elena ci osservò.

«Con te sale sul furgone.»

«Con me?»

«Con te.»

«Signora, io faccio il camionista.»

«E lei fa la madre. Stamattina evidentemente cambiamo tutti programma.»

Per la prima volta sorrisi.

Salii sul furgone con loro.

Chiamai il collega.

«Stefano, non arrivo.»

«Come non arrivi? Ho organizzato tutto!»

«È successo un casino.»

«Che casino?»

Guardai il cane, che teneva gli occhi fissi sul trasportino dei piccoli.

«Ti racconto un’altra volta.»

Non gliel’ho mai raccontato davvero.

Alla clinica convenzionata fecero gli esami.

La madre aveva una costola vecchia mal saldata, cicatrici, una forte denutrizione e segni di gravidanze ripetute.

Il veterinario disse che probabilmente era stata usata per cucciolate continue.

Non serviva essere esperti per capire che quella cagna aveva vissuto male.

Aveva anche un microchip.

Fu quello a cambiare tutto.

Risultava registrato due anni prima in un comune a una trentina di chilometri.

Il proprietario indicato nei vecchi dati era un certo Giulio Ferretti.

Un imprenditore locale.

Possedeva alcuni immobili, capannoni e terreni.

Il suo nome era già comparso in segnalazioni relative a un allevamento clandestino.

Nulla era mai stato dimostrato definitivamente.

Il veterinario non accusò nessuno.

Disse semplicemente:

«Da qui in poi devono occuparsene le autorità competenti.»

Io avrei potuto andarmene.

Anzi, forse avrei dovuto.

Non ero il proprietario.

Non ero un volontario.

Non ero un giornalista.

Non ero nessuno.

Eppure rimasi in quel corridoio per quasi quattro ore.

Avevo cinquantasei anni, avevo attraversato l’Italia centinaia di volte e non riuscivo a ricordare l’ultima volta che fossi rimasto fermo così a lungo per qualcosa che non mi riguardava.

Forse era proprio quello il problema della mia vita.

Avevo sempre continuato a guidare.

Quando mia moglie mi chiedeva di parlare, io dovevo partire.

Quando Chiara aveva la recita, io ero a Genova.

Quando Matteo giocava la finale di un torneo di calcio, io ero a Bari.

Quando mio padre entrò in ospedale, io stavo scaricando merce in Austria.

Avevo sempre avuto una ragione valida.

È questo che rende certi errori così difficili da riconoscere.

Non li fai perché sei cattivo.

Li fai perché c’è sempre qualcosa di urgente.

Una rata.

Un turno.

Una consegna.

Una bolletta.

E intanto la vita vera si consuma ai margini.

Come un panorama visto dal finestrino.

Nel pomeriggio chiamai un giornalista locale che avevo conosciuto anni prima durante una protesta di autotrasportatori.

Si chiamava Paolo.

«Ho una storia.»

«Che storia?»

«Un cane, una valigia e tre cuccioli.»

Rise.

«Franco, hai bevuto?»

«Vieni a vedere.»

Venne.

Vide la cagna.

Vide i cuccioli.

Parlò con i veterinari.

Verificò il microchip.

Fece domande alle autorità.

Due giorni dopo uscì un articolo.

Non c’erano accuse urlate.

Solo fatti.

Una valigia abbandonata.

Tre cuccioli.

Una madre denutrita.

Un microchip.

Vecchie segnalazioni.

Una fotografia.

Quella foto fece il giro dei social.

La cagna davanti alla valigia.

Le costole visibili.

La testa alta.

Gli occhi puntati verso chiunque si avvicinasse.

Mia figlia Chiara mi scrisse:

«Papà, sei tu quello accovacciato sullo sfondo?»

Risposi:

«Sì.»

Dopo cinque minuti mi chiamò.

Non lo faceva da mesi.

«Ma che hai combinato?»

«Ho perso il pullman.»

Lei rise.

Una risata vera.

Per un attimo tornò la bambina che mangiava le croste della lasagna mentre sua nonna fingeva di arrabbiarsi.

«Certo che solo tu potevi perdere un pullman per un cane.»

Poi la voce le cambiò.

«Stai bene, papà?»

Era una domanda semplice.

Non seppi rispondere.

«Credo di sì.»

«Credi?»

Guardai la cagna addormentata dietro il vetro della clinica.

«Sto cercando.»

Chiara rimase in silenzio.

Poi disse:

«Era ora.»

La cagna fu chiamata Nora.

Il nome venne fuori quasi per caso.

Elena disse che serviva qualcosa di semplice, corto, facile da riconoscere.

Io pensai alla protagonista di un vecchio film che mia madre guardava ogni Natale.

«Nora.»

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