Chiara mi regalò una pentola elettrica per il compleanno.
Dentro il pacco c’era un biglietto.
«Per quando non hai tempo di cucinare. Basta panini delle aree di servizio.»
Lo lessi tre volte.
Misi il biglietto nel cassetto dove tengo ancora le vecchie ricette scritte da mia madre.
Matteo iniziò a venire una domenica al mese.
Poi due.
A volte arrivava il sabato sera.
Dormiva sul divano.
La mattina trovavo lui e Biglietto stesi nella stessa posizione, uno con la bocca aperta, l’altro con le zampe all’aria.
Non recuperammo gli anni persi.
Quelli restano persi.
Chi dice il contrario mente.
Non recuperi il primo giorno di scuola a cui non sei andato.
Non recuperi una recita.
Non recuperi un compleanno.
Non recuperi la telefonata che avresti dovuto fare e non hai fatto.
Puoi solo decidere cosa fare con il prossimo giorno.
E poi con quello successivo.
Cominciai a rifiutare qualche viaggio.
Non molti.
Dovevo pur vivere.
Ma abbastanza.
La prima domenica libera in più mi sembrò quasi uno spreco.
Poi Matteo mi chiamò.
«Papà, domenica ci sei?»
Guardai il calendario.
Per trent’anni avevo sempre guardato il calendario prima di rispondere.
Quella volta dissi:
«Sì.»
E solo dopo controllai.
Un pomeriggio, mentre cercavo una vecchia coperta per il divano, trovai una scatola di cartone appartenuta a mia madre.
Dentro c’erano fotografie.
Ricevute.
Biglietti del treno.
Santini.
Una piccola agenda.
A metà c’era una frase scritta con la sua calligrafia storta:
“Le persone arrivano quando trovano la porta aperta.”
Non so a cosa si riferisse.
Forse a mio fratello.
Forse ai nipoti.
Forse a qualcuno che non conosco.
Rimasi seduto sul pavimento per molto tempo.
Nora venne ad appoggiarmi il muso sulla spalla.
Guardai quella frase.
Poi pensai all’autostazione.
Alla porta laterale.
Alla valigia.
Al pullman perso.
A Matteo davanti al mio citofono.
A Chiara che entrava con Sofia.
Non sono un uomo superstizioso.
Ho passato la vita con motori, chilometri, tachigrafi, fatture e orari.
Credo nelle cose che posso vedere.
Misurare.
Riparare.
Ma ci sono coincidenze che fanno troppo rumore per essere ignorate.
Quel giorno dovevo salire su un pullman alle 7:40.
Se il camion non si fosse rotto, non sarei mai stato lì.
Se avessi guardato il telefono invece del cane, non mi sarei fermato.
Se avessi pensato soltanto ai soldi persi, sarei salito sul mezzo.
Se Nora avesse abbaiato come una furia, forse sarei scappato.
Invece rimase immobile.
Aspettò.
Esattamente come aveva fatto mia madre con quel piatto vuoto ogni domenica.
Forse un segno del destino non è una luce nel cielo.
Forse è una cosa molto più semplice.
Qualcosa che ti costringe a fermarti quando hai passato una vita intera a correre.
Oggi Nora pesa quasi trenta chili.
Il pelo è tornato lucido.
La costola è guarita.
Le cicatrici sul muso si vedono ancora.
Probabilmente resteranno per sempre.
Biglietto ha quasi un anno.
È rumoroso, impacciato e convinto che ogni paio di scarpe sia stato inventato per essere distrutto.
Mi ha mangiato due stivali da lavoro.
Il secondo paio costava parecchio.
L’ho rimproverato per trenta secondi.
Poi l’ho trovato addormentato con il muso dentro una ciabatta e ho lasciato perdere.
Matteo continua a venire.
Chiara chiama quasi ogni sera.
Sofia ormai entra in casa senza suonare e grida:
«Nonno, dove sono i cani?»
Come se io fossi un accessorio secondario dell’appartamento.
La domenica il tavolo non resta quasi mai apparecchiato per uno.
A volte siamo in quattro.
A volte sei.
Quando viene anche mio fratello Giorgio, siamo così stretti che qualcuno mangia con il gomito contro la credenza.
Mia madre sarebbe felice.
O forse direbbe che abbiamo messo troppo poco sale nel ragù.
Qualche mese fa il procedimento sull’allevamento si è concluso.
Ci sono state condanne per alcuni responsabili e diversi animali sono stati affidati definitivamente a nuove famiglie.
Paolo, il giornalista, mi ha mandato un messaggio.
«Tutto partito da quella valigia.»
Ho guardato Nora.
Era sdraiata sul balcone al sole.
Ho risposto:
«No. È partito da lei che non se n’è andata.»
La sera stessa mi sedetti sul balcone con una tazza di caffè.
Da lontano si sentiva il traffico.
Nora era accanto alla mia sedia.
Biglietto dormiva tra i miei piedi.
Matteo mi aveva appena mandato un messaggio.
«Domenica porto il dolce.»
Chiara aveva risposto nel gruppo di famiglia:
«Basta che non compri quella torta tremenda dell’altra volta.»
Dieci anni prima, se qualcuno mi avesse detto che un giorno avremmo avuto un gruppo di famiglia sul telefono e che i miei figli avrebbero litigato su quale dolce portare a casa mia la domenica, gli avrei riso in faccia.
Quella sera passò un pullman sulla strada principale.
Grande.
Illuminato.
Pieno di facce dietro i finestrini.
Per istinto lo seguii con gli occhi.
Mi tornò davanti quella mattina.
Le 7:40.
Il motore acceso.
L’altoparlante.
La mia mano sullo zaino.
Il cane davanti alla valigia.
Pensai a quanto avevo perso in vita mia per paura di arrivare tardi.
E a quanto avevo ritrovato proprio perché, una volta, avevo deciso di non partire.
Nora alzò la testa e mi appoggiò il muso sul ginocchio.
Le accarezzai la vecchia cicatrice sopra l’occhio.
Il pullman sparì dietro gli edifici.
Questa volta non mi interessò sapere dove fosse diretto.
Per la prima volta dopo quasi trent’anni di strada, non avevo nessuna voglia di andare da un’altra parte.
Ero già arrivato.





