Il cane affamato non lasciava quella valigia alla stazione: quando la aprirono, tutti capirono perché

La cagna alzò la testa.

«Hai visto?» disse Elena. «Ha deciso lei.»

I tre cuccioli entrarono in affido temporaneo.

Nora restò sotto osservazione.

Io tornai a lavorare.

Ma non era più come prima.

Ogni sera chiamavo la clinica.

«Come sta?»

Al terzo giorno Elena rise.

«Franco, vieni a prenderla.»

«Come sarebbe?»

«Hai già compilato metà dei moduli.»

«Io non posso avere un cane.»

«Perché?»

«Viaggio.»

«Allora viaggerai meno.»

«Non funziona così.»

«A volte sì.»

Finii per adottarla.

Quando la portai nel mio appartamento, Nora restò venti minuti vicino alla porta d’ingresso.

Non entrava.

Come se pensasse che prima o poi qualcuno l’avrebbe cacciata.

Le misi una coperta vicino al termosifone.

Una ciotola d’acqua.

Pochissimo cibo, secondo le indicazioni.

Poi mi sedetti sul divano.

«Questa non è una reggia.»

Lei mi guardò.

«Ma nessuno ti butta fuori.»

Dopo quasi un’ora venne a sdraiarsi a due metri da me.

Quella notte dormì in corridoio.

La seconda ai piedi del letto.

La terza notte mi svegliai alle quattro e sentii il suo muso appoggiato sulla mia mano.

Una settimana dopo ricevetti una chiamata che mi fece tremare più di quella del giornalista.

Era Matteo.

Mio figlio.

Guardai lo schermo così a lungo che rischiai di perderla.

«Pronto?»

«Papà.»

La sua voce era più bassa di come la ricordavo.

«Ciao.»

Silenzio.

«Ho visto la storia.»

«Ah.»

«Quello sei veramente tu?»

«Sì.»

«Con il cane?»

«Sì.»

Altro silenzio.

Poi:

«Posso venire domenica?»

Avrei voluto dire subito sì.

Invece, per abitudine, pensai al lavoro.

Alle consegne.

Al calendario.

Alle ore.

Fu un istante.

Ma lo riconobbi.

La vecchia trappola.

«Sì», dissi. «Vieni.»

«A che ora?»

Guardai il tavolo della cucina.

Pensai al ragù.

«A mezzogiorno e mezzo.»

Quella domenica mi alzai alle sette.

Feci il ragù.

Quello di mia madre.

Soffritto lento.

Carne rosolata.

Pomodoro.

Niente fretta.

Misi sul tavolo la tovaglia buona che non usavo da anni.

Due piatti.

Poi ci pensai.

Presi un terzo piatto.

Lo misi davanti alla sedia vuota.

Era un gesto stupido.

Chiara viveva lontano e non sarebbe venuta.

Ma mi ricordai di mamma.

Il quarto piatto per Giorgio.

Sorrisi da solo.

Alle dodici e ventotto suonò il citofono.

Matteo era davanti alla porta.

Ventisette anni.

Barba corta.

Spalle larghe.

Più alto di me.

Per qualche secondo restammo entrambi immobili.

Aveva gli occhi di sua madre.

Nora risolse il problema.

Passò tra le mie gambe, annusò Matteo, poi gli appoggiò il fianco contro il ginocchio.

Lui abbassò lo sguardo.

«È lei?»

«È lei.»

La accarezzò.

Piano.

«È ancora magra.»

«Sta recuperando.»

Matteo continuò a guardarla.

Poi disse:

«E tu?»

Non capii subito.

«Io cosa?»

«Stai recuperando?»

Alzai gli occhi.

Lui mi fissava.

Avrei potuto scherzare.

Cambiare discorso.

Aprire una bottiglia di vino.

Chiedere del lavoro.

Sono cose che noi uomini della mia generazione sappiamo fare benissimo quando una conversazione arriva troppo vicino al cuore.

Quella volta no.

«Ci sto provando.»

Matteo annuì.

Non ci abbracciammo.

Non ancora.

Mangiammo.

Parlammo del cane.

Poi del camion.

Poi del suo lavoro.

Poi di una ragazza con cui aveva smesso di vedersi.

Poi di Chiara.

Alla fine arrivammo anche a noi.

Non tutto.

Non in una domenica.

Le famiglie non si aggiustano come un cambio rotto.

Non smonti il pezzo, lo sostituisci e riparti.

Ci sono parole che hanno bisogno di mesi.

Alcune di anni.

Ma cominciammo.

A un certo punto Matteo guardò il terzo piatto.

«Aspetti qualcuno?»

«Tua sorella no, purtroppo.»

«E allora perché tre piatti?»

Mi strinsi nelle spalle.

«Vecchia abitudine della nonna.»

Matteo sorrise.

«Se lo facciamo ogni domenica, prima o poi arriva pure Chiara.»

Tre settimane dopo arrivò.

Con suo marito.

E con mia nipote Sofia, che aveva sette anni e mi chiamava nonno Franco come se dovesse ancora decidere se fossi davvero suo nonno oppure un conoscente anziano della famiglia.

Quel giorno dovetti allungare il tavolo.

Era da anni che non usavo la prolunga.

In cantina trovai perfino le vecchie sedie pieghevoli di mia madre.

Avevano ancora il cellophane su una delle gambe.

Mentre apparecchiavo, Nora mi seguiva per la cucina.

Sembrava controllare che nessuno mancasse.

Fu allora che ricevetti una telefonata da Elena.

Uno dei cuccioli non stava bene.

Non era malato in senso preciso.

Semplicemente non cresceva.

Mangiava poco.

Non giocava.

Stava quasi sempre accovacciato da solo.

Era quello nero con la macchia bianca.

«A volte succede quando vengono separati troppo presto dalla madre», mi spiegò Elena. «Potrebbe aiutarlo rivederla.»

La domenica successiva andai a prenderlo.

Quando lo appoggiammo sul pavimento davanti a Nora, lei si immobilizzò.

Lo annusò.

Una volta.

Due.

Poi cominciò a leccargli il muso.

Il piccolo si infilò tra le sue zampe anteriori.

Nora si sdraiò.

Lui chiuse gli occhi.

Dopo dieci minuti dormiva.

«Lo tieni qualche giorno?» chiese Elena.

Risi.

«Mi state fregando.»

«Probabile.»

Il cucciolo non tornò più indietro.

Lo chiamai Biglietto.

Matteo disse che era un nome terribile.

«È colpa sua se ho perso il pullman.»

«Quello lo hai perso per sua madre.»

«Allora lui è il biglietto che non ho usato.»

Matteo scosse la testa.

«Hai cinquantasei anni e fai battute da settantacinquenne.»

«Aspetta di avere figli.»

La frase uscì da sola.

Matteo smise di sorridere.

Pensai di aver sbagliato.

Poi disse:

«Magari un giorno.»

Prima non mi avrebbe mai risposto così.

Le indagini sull’allevamento clandestino andarono avanti per mesi.

Vennero controllati alcuni capannoni.

Furono trovati altri animali tenuti in condizioni non adeguate.

Il caso arrivò in tribunale.

Io non seguii ogni passaggio.

Non ne avevo bisogno.

Avevo già visto abbastanza.

Mi bastava sapere che Nora non sarebbe mai più tornata lì.

E che i suoi altri due cuccioli erano stati adottati da famiglie che mandavano fotografie ogni settimana.

Uno viveva con una coppia di pensionati.

L’altra con una maestra e suo marito.

Biglietto, invece, viveva con me.

O forse ero io a vivere con lui e Nora.

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