Quel cane semplicemente rimase lì.
Caldo.
Pesante.
Presente.
E lei crollò.
Sentii prima il suono.
Non era un pianto normale.
Era come se qualcuno avesse aperto improvvisamente una porta dietro cui erano state spinte troppe cose.
Un singhiozzo profondo.
Poi un altro.
Poi un lamento soffocato.
La ragazza afferrò Fulmine attorno al collo e nascose il viso nel suo pelo.
Cominciò a piangere con tutto il corpo.
Le spalle.
Le braccia.
La schiena.
Era il pianto di chi è rimasto in piedi troppo a lungo solo perché non aveva altra scelta.
Fulmine non si mosse.
Lei lo stringeva.
Lui spingeva il corpo contro le sue gambe.
Una luce di lettura si accese.
Poi un’altra.
Qualcuno si girò.
Io vidi un’area di servizio indicata poco più avanti.
Non era prevista.
Rallentai.
Misi la freccia.
Uscii.
Parcheggiai sotto le luci bianche del piazzale.
Presi il microfono.
«Signori, facciamo una breve sosta straordinaria. Quindici minuti.»
Qualcuno borbottò.
Una signora domandò se ci fosse un guasto.
«Niente guasto.»
Mi alzai.
Avevo quasi sessant’anni e sono sempre stato un uomo grosso.
Anna diceva che anche quando volevo sembrare gentile avevo l’aspetto di uno che veniva a controllarti la caldaia.
Quindi, arrivato al posto 31, non rimasi in piedi.
Mi abbassai.
«Ehi.»
Lei continuava ad abbracciare Fulmine.
«Io sono Beppe. Lui lo sai già, è Fulmine.»
Nessuna risposta.
«Di solito non fa così con tutti.»
La ragazza respirò a fatica.
«Stai bene?»
Scosse la testa.
No.
«Stai scappando da qualcuno?»
Il corpo si irrigidì.
Passarono alcuni secondi.
Poi fece un piccolissimo cenno.
Sì.
Mi sedetti sul sedile libero dall’altra parte del corridoio.
Non dissi altro.
Quando una diga si rompe non serve prenderla a martellate.
Bisogna aspettare.
Dopo un po’, cominciò a parlare.
Si chiamava Elena.
Aveva diciassette anni.
Viveva con sua madre e con il compagno della madre in una cittadina del Nord.
Quello che accadeva in quella casa andava avanti da tempo.
Non mi raccontò tutto.
E io non glielo chiesi.
Avevo vissuto abbastanza da sapere che una persona non deve offrire ogni dettaglio del proprio dolore per meritare aiuto.
Mi disse soltanto che due sere prima lui l’aveva colpita.
Questa volta peggio del solito.
E che mentre si guardava allo specchio aveva pensato una cosa semplicissima.
Devo andarmene.
Sua madre era intrappolata in quella situazione da anni.
Elena cercava persino di giustificarla.
Questa fu la parte che mi spezzò di più.
I figli difendono i genitori anche quando sono i genitori che avrebbero dovuto difendere loro.
Aveva preso alcuni soldi da un cassetto.
Aveva messo nello zaino due magliette, un paio di jeans, uno spazzolino e una vecchia fotografia di sua nonna.
Poi era andata alla stazione.
Perché Bari?
«Ho una cugina lì.»
«Ti aspetta?»
Silenzio.
«Ha detto che puoi stare da lei?»
Altro silenzio.
Alla fine scosse la testa.
Non aveva nemmeno il suo indirizzo preciso.
Aveva un vecchio numero che non sapeva se funzionasse ancora.
Il biglietto aveva consumato quasi tutti i soldi.
In quel momento capii.
Elena non stava andando a Bari.
Stava semplicemente andando lontano.
Qualunque lontano fosse abbastanza lontano.
Guardai Fulmine.
Aveva ancora il muso sulle sue gambe.
Mi tornò in mente mia figlia a diciassette anni.
Le discussioni per gli orari.
Le porte sbattute.
«Papà, non capisci niente.»
Io che facevo il severo.
Anna che mi prendeva da parte in cucina.
«Beppe, ricordati che essere padre non significa avere ragione. Significa esserci quando serve.»
Anna era morta da undici anni.
E in quel piazzale illuminato, alle tre passate del mattino, mi parve quasi di sentirla.
Esserci quando serve.
Fu allora che capii una seconda cosa.
Io potevo fare qualcosa.
In ventidue anni di strade conosci tante persone.
Benzinai.
Baristi.
Meccanici.
Autisti.
Poliziotti.
Volontari.
Assistenti sociali.
Persone normali che un giorno ti hanno aiutato e che tu non dimentichi.
Anni prima avevo conosciuto a Bari una donna di nome Teresa.
Lavorava in un servizio di accoglienza per minori e giovani in difficoltà.
Ci eravamo incontrati per un altro episodio durante una corsa.
Avevo conservato il numero.
Erano più delle tre.
Chiamai.
Squillò cinque volte.
«Pronto?»
«Teresa? Sono Beppe, l’autista.»
Silenzio.
«Beppe quale?»
«Quello con il cane lento.»
«Fulmine?»
«Esatto.»
Sospirò.
«Dimmi.»
Le spiegai soltanto ciò che serviva.
Diciassette anni.
Sola.
In viaggio verso Bari.
Nessun posto sicuro dove andare.
Teresa si svegliò completamente in dieci secondi.
Mi fece alcune domande.
Poi disse:
«Quando arrivate chiamami. Non lasciarla sola in stazione. Vengo io.»
«Sei sicura?»
«Beppe.»
«Dimmi.»
«Vengo io.»
Tornai da Elena.
Le spiegai chi fosse Teresa.
Le dissi che ci sarebbe stata una persona ad aspettarla.
Un luogo sicuro.
Un letto.
Qualcuno capace di capire quali passi fare.
Per la prima volta da quando era salita, Elena mi guardò direttamente.
Aveva paura perfino della speranza.
La riconosci, quella paura.
Quando una persona è stata delusa troppe volte, anche una buona notizia sembra pericolosa.
«Davvero viene?»
«Davvero.»
«Alle sette del mattino?»
«Ha detto che viene.»
Le spalle di Elena si abbassarono di un centimetro.
Solo uno.
Ma lo vidi.
Erano ore che teneva tutto il corpo contratto.
Tornai davanti.
Aprii il portafoglio.
Presi i contanti che avevo con me e glieli portai.
La cifra del suo biglietto e qualcosa in più.
«No.»
Quella fu una delle prime parole forti che mi disse.
«Non li voglio.»
«Non sono un regalo.»
«Non posso.»
«Allora facciamo così. Sono un prestito.»
Mi guardò.
«Quando avrai cinquant’anni, vedrai qualcuno che ha bisogno. Una ragazza. Un vecchio. Chiunque sia. E glieli restituisci.»
«Ma non sarete voi.»
«Appunto.»
Si mise a piangere di nuovo.
Più piano.
«Promesso?»
«Promesso.»
Ripartimmo.
Fulmine non tornò davanti.
Provai una volta a chiamarlo.
Mi ignorò.
Rimase al posto 31.
Era la seconda disobbedienza della notte.
All’alba il cielo cambiò colore.
Prima nero.
Poi blu.
Poi quella luce rosa che arriva sulle campagne del Sud e per qualche minuto fa sembrare nuovo perfino quello che è vecchio.
Elena si addormentò.
Finalmente.
Con una mano appoggiata sulla schiena di Fulmine.
Quando arrivammo a Bari, Teresa era sul marciapiede.
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