Rimasi in silenzio.
«Pensavo che se gli adulti vedevano qualcosa di brutto, facevano finta di niente. Mia madre lo faceva. Altri lo avevano fatto. Io avevo smesso di aspettarmi aiuto.»
Fulmine dormiva con il muso appoggiato al suo piede.
«Poi lui è venuto da me.»
Elena abbassò lo sguardo.
«Non mi ha chiesto niente. Non voleva sapere se ero stata brava, se avevo commesso errori, se stavo esagerando. Si è appoggiato a me.»
Deglutì.
«E subito dopo sei arrivato tu.»
Sentii la voce spezzarsi.
«Hai fermato un autobus pieno di persone per me.»
«Non esagerare.»
«Lo hai fatto.»
«Era un’area di servizio.»
«Hai fermato un autobus.»
«Va bene.»
«Hai chiamato Teresa alle tre del mattino.»
«Quella santa donna ha risposto.»
«Mi hai ridato i soldi.»
«Te li ho prestati.»
Elena sorrise.
«Sono venuta anche per quello.»
Aprì la borsa.
Tirò fuori una busta.
«No.»
«Avevamo un accordo.»
«L’accordo era che li avresti dati a qualcun altro.»
«Infatti.»
Mi porse la busta.
Dentro non c’erano soldi.
C’era una fotografia.
Elena, in un piccolo ufficio, seduta accanto a una ragazza adolescente.
Sul retro aveva scritto:
“Prestito restituito.”
Mi dovetti togliere gli occhiali.
Non vedevo più niente.
«Lei chi è?»
«Non posso raccontarti la sua storia. Ma aveva bisogno che qualcuno si sedesse accanto a lei.»
Guardai Fulmine.
«Allora hai pagato.»
«Con gli interessi.»
Elena stava preparando anche un lavoro finale per l’università.
Una raccolta di testimonianze sulle persone che, nei momenti decisivi, cambiano il percorso di qualcun altro con gesti apparentemente piccoli.
Un insegnante.
Un vicino.
Un infermiere.
Un autista.
Un volontario.
«Il primo capitolo parla di quella notte», disse.
«Spero che tu abbia cambiato i nomi.»
«Certo.»
«E spero che il protagonista sia Fulmine.»
Elena lo accarezzò.
«Lo è.»
A quel punto le raccontai ciò che avevo capito negli anni.
Le persone che Fulmine aveva scelto.
Sempre chi stava male.
Sempre senza che nessuno gli dicesse niente.
Lei rimase in silenzio.
Poi disse:
«Allora non ero speciale.»
«No.»
Feci una pausa.
«Eri soltanto quella che quella notte aveva più bisogno.»
Sorrise.
«Mi piace di più.»
Rimanemmo seduti fino a sera.
Fuori passavano le auto.
Da una finestra vicina arrivava il rumore dei piatti del pranzo domenicale.
Da qualche balcone qualcuno chiamava un nipote.
Una televisione troppo alta trasmetteva una partita.
Quelle piccole cose italiane che per una vita consideri rumore e che, quando invecchi, cominciano a sembrarti casa.
Elena se ne andò dopo il tramonto.
Prima di salire in macchina, si chinò su Fulmine.
«Ci vediamo presto, vecchio mio.»
Lui le leccò una mano.
Oggi Fulmine passa quasi tutto il tempo al sole.
È diventato ancora più lento.
Pensavo fosse impossibile.
Ogni tanto Elena viene a trovarci.
Porta biscotti per lui e qualcosa da mangiare per me, perché ormai anche lei sostiene che un uomo solo non sia capace di nutrirsi senza supervisione.
Lavora con ragazzi e ragazze che stanno attraversando momenti difficili.
Non dice mai di salvarli.
«Non funziona così», mi ripete.
«Noi teniamo aperta una porta. Poi sono loro che devono attraversarla.»
Quando dice quella frase penso sempre a Fulmine.
Per ventidue anni ho creduto che il mio lavoro fosse portare le persone da una città all’altra.
Partenza.
Autostrada.
Sosta.
Arrivo.
Tutto ordinato.
Tutto misurabile.
Poi un cane mi ha insegnato che nella vita le distanze più importanti non si misurano in chilometri.
A volte sono venti metri di corridoio.
La distanza fra il posto davanti e il numero 31.
Fra vedere e intervenire.
Fra pensare «non è affar mio» e chiedere «stai bene?».
Fra una ragazza convinta che nessuno arriverà e qualcuno che, finalmente, arriva.
Per anni avevo rispettato tutte le regole.
Quella notte Fulmine ne ruppe una.
E fu la cosa giusta.
Da vecchio penso spesso alle coincidenze.
A quel distributore dove non avrei dovuto fermarmi.
A quella scatola di cuccioli.
A quello che nessuno voleva.
Alla corsa di ottobre.
Al posto 31.
A Teresa che rispose al telefono alle tre del mattino.
A mia figlia che cinque anni dopo vide un messaggio che io non avrei mai visto.
Qualcuno lo chiamerebbe caso.
Qualcuno destino.
Alla mia età ho smesso di pretendere di sapere la differenza.
So soltanto che certi incontri sembrano aspettarti molto prima che tu sappia di averne bisogno.
Io pensavo di aver scelto Fulmine quel giorno vicino Modena.
Ora non ne sono più così sicuro.
Forse quel cane stava aspettando me.
Forse aspettava Elena.
Forse aspettava tutte le persone davanti alle quali, per nove anni, si sarebbe fermato.
Non lo sapremo mai.
Ieri pomeriggio ero seduto in cucina.
Fulmine dormiva al sole.
Sul frigorifero c’era ancora la fotografia che Elena mi aveva regalato.
Quella con la scritta:
“Prestito restituito.”
Il telefono vibrò.
Era un suo messaggio.
Una fotografia.
Lei era seduta su una panchina accanto a una ragazza molto giovane.
Fra loro c’era un cane del centro dove lavora, un meticcio nero con le orecchie storte.
Sotto, Elena aveva scritto soltanto:
“Anche lui ha scelto il posto giusto.”
Guardai Fulmine.
«Hai visto, vecchio?»
Sollevò appena un orecchio.
«Adesso fanno tutti il tuo mestiere.»
Richiuse gli occhi.
Come se non fosse niente.
Come se per lui fosse sempre stato ovvio.
Forse lo era.
Noi esseri umani passiamo metà della vita a convincerci che non dobbiamo disturbare, non dobbiamo impicciarci, non dobbiamo fare domande, non dobbiamo sembrare invadenti.
Poi arriva un cane.
Attraversa il corridoio.
Appoggia la testa sulle ginocchia di qualcuno.
E ci ricorda una cosa semplicissima che, invecchiando, dovremmo sapere già.
A volte una persona non ha bisogno che tu le risolva la vita.
Ha bisogno soltanto di capire che qualcuno l’ha vista.
Io ho guidato pullman per ventidue anni.
Pensavo di essere io quello responsabile di portare le persone a destinazione.
Mi sbagliavo.
Il vero lavoro lo faceva Fulmine.
Lui trovava chi si era perso.
E lasciava guidare me.





